Recensione di Elisa Dorelli
Titolo: Prima lezione di grammatica
Autore: Serianni Luca
Editore: Laterza
Edizione: 6
Data di Pubblicazione: 2006
Collana: Universale Laterza. Prime lezioni
ISBN-13: 9788842079194
Pagine: 176
A chi non verrebbe subito in mente d’associare il termine “grammatica” ad uno scenario prettamente educativo/scolastico?
Generalmente rimane questa la concezione di una disciplina che, in tema di cultura generale, si impone piuttosto anche nell’ambito della professionalità.
Indicazione che tende a coincidere con la padronanza assoluta dello scritto, il termine grammatica si rifà piuttosto all’immagine di filo conduttore di tutta una serie di interazioni che premono per regolarità al buon funzionamento dell’intero processo di comunicazione.
Con questo volume ci troviamo di fronte ad un approccio che si fa puntiglioso non tanto in quel quadro generale di dominio linguistico in cui un parlante anche non troppo alfabetizzato si districherebbe, ma piuttosto nei confronti di incertezze e dubbi che nascono paradossalmente in sincronia con una maggior restrizione dei termini validi come “norme” grammaticali. L’opera diventa qui “ponte” tra un passato nazionale in campo linguistico molto forte e trascinato soprattutto dalla Letteratura, e un futuro che sembra sempre più edificarsi tramite interferenze, o meglio influenze, che lingue e non italofoni fanno confluire nella quotidianità.
Richiamo di maggior compostezza e rigidità sul piano scritto, la miglior chiave di lettura della grammatica nell’italiano contemporaneo ripiega generalmente su di un panorama dettato dal “buon senso” e dal gusto, e rimane legata a una formazione accademica che si dovrebbe attenere al “porsi in mezzo” tra l’esagerazione arcaicizzante e l’utilizzo (a volte anche non totalmente consapevole) di neologismi d’ultimo grido.
Esiste un concetto di tolleranza che marca soprattutto il confine parlato e scritto e che si estende maggiormente nel primo caso. Nello scritto, quella sorta di imposizione didattica che ci viene rifilata fin da piccoli come inequivocabile è invece da ricercarsi nell’origine stessa dell’italiano che ha sempre prediletto l’ambito di elaborazione scritta.
I suoi maggiori indici di differenziazione rispetto al panorama linguistico europeo ripiegano su un piano di risorse che l’italiano alimenta a tutti e tre i livelli di lingua: familiare, scolastica e specialistica/molto formale. Tra queste risorse spiccano, per esempio, le presenze molteplici di pronomi soggetto soprattutto alla Terza persona singolare (“lei” e “lui” accanto ad “ella”, “egli” ed “essa”), il famoso plurale di cortesia (il “voi” e il “loro”), o ancora la possibilità degli ausiliari “essere” ed “avere” di apparire in contesti per norma a loro non congeniali.
Generalmente è in questa zona neutra, tra il corretto e il non-corretto, che si pone questo volume.
Con le sue ricerche ed approfondimenti, l’autore affronta il dilemma di un’accettabilità o meno in conformità con una concezione della lingua, della lingua italiana, come modellabile, non uniforme e confluenza di svariate influenze riconducibili a una consapevolezza di cambiamenti anche sociali. Allo stesso modo, l’autore si sofferma anche su certi tecnicismi che collocano la sua opera in un settore di afferrabilità non meno che accademica.
Non proprio riconducibile ad un manuale, il volume sembra assumere piuttosto una posizione di difesa linguistica, tramite aperture che si riferiscono anche ad un certo tipo di scelte terminologiche. Inizialmente sostenute sono per esempio le nozioni di “sistema” e “norma”, dove la seconda si pone in fattore di dipendenza dalla prima in quanto consta della sua attuazione (la norma è l’attualizzazione del sistema). Ampiamente sostenute sono poi anche le nozioni di “accettabilità” e di “pudore linguistico” ad esempio, le cui concezioni catturano forse più il piano dell’oralità e comunque quello dell’autocorrezione linguistica, che dovrebbe essere intrinseca, anche se minimamente coltivata, in tutti i parlanti italofoni.
Condivisibile, anche solo considerandone i presupposti, è generalmente quella difficoltà a cui l’autore accenna soprattutto sul piano didattico, d’insegnamento, dove una certa malleabilità diventa a questo punto sempre maggiormente pressante davanti ad una tendenza che tutto propone tranne che staticità. Non si tratta soltanto di conoscere l’intero sistema grammaticale dell’italiano; si tratta di imparare ad estrarne e a maneggiare le sue unità su un terreno quotidiano pericolosamente oscillante.
Tre fondamentali concetti dell’approccio alla grammatica sono quelli di Fonologia/Grafematica, Morfologia e Sintassi che rispecchiano rispettivamente l’ambito dei suoni e quello grafico della lingua, le forme linguistiche e la loro organizzazione. Nove sono le parti del discorso riconoscibili in italiano: cinque variabili (nome, articolo, aggettivo, pronome e verbo) e quattro invariabili (avverbio, congiunzione, preposizione ed interiezione); tutte unità che tendono ad incorporarsi ed interagire con le nozioni di testo e contesto.
Erroneamente associato con univocità a stesure lunghe e prolisse soltanto, il testo può tranquillamente presentarsi nella sua forma minima, ovvero coincidere con un’ unica parte di discorso (un verbo, un nome soltanto), e pur mantenere la sua accezione in quanto, soprattutto nell’oralità, il testo è costantemente legato alla “materialità” di un certo contesto, nonché alla presenza (fisica) di un destinatario.
L’accezione più comune di testo favorisce un distacco più ampio e più imprecisato sotto il punto di vista dei precedenti termini, ed è esattamente da qui che si apre il cassetto delle incertezze: attraverso il raggiungimento di un prodotto che sia coeso e coerente. La Coesione riguarda la coordinazione sintattica di tutti gli elementi della frase. Il paradosso della sua attuazione (e dubbio conseguente) non risiede tanto nell’addizione di elementi “estranei”, quanto nell’omissione di alcuni essenziali. Quando si parla di elementi fondamentali alla coesione di un testo si parla prettamente di elementi coesivi e connettivi. Nei primi rientrano i pronomi e gli aggettivi pronominali, le sostituzioni lessicali, la riformulazione e l’ellissi, mentre dei secondi fanno generalmente parte le preposizioni, le congiunzioni, gli avverbi e le locuzioni complesse. “Gioco” che si regola sulla ripresa del discorso, il coesivo, qualunque esso sia, rimane sempre più libero in un contesto orale dove, anche nel requisito di alta formalità ad esempio, la corsia preferenziale rimane sempre quella della ripetizione dell’unità lessicale in esame; nello scritto, invece, i coesivi rimangono più soggetti ad un certo tipo di regolarità. Inoltre, nel caso di coesione su omissione del soggetto (ellissi), questa regolarità è come spinta ad obbligatorietà quando, ad esempio, l’elemento opera sul piano delle coordinate o quando un medesimo soggetto si adopera per due periodi immediatamente successivi. I connettivi possono invece sembrare di più facile accessibilità in quanto rimangono chiusi nella tipologia di parti del discorso cosiddette “invariabili”. Quella dei connettivi diventa più una sfida di prospettiva, tutta dettata dal procedere di un rapporto che deve essere basicamente logico. Questa logicità del discorso, che riprende la nozione di coerenza, si configura ulteriormente sul piano del significato.
Limpidezza assoluta necessaria specialmente per lo scritto, la Coerenza racchiude nella sua denominazione tanti obblighi su basi di consapevolezza d’aspettative del destinatario soprattutto. Rendere coerente un testo è un qualcosa che, quasi morbosamente, non si distacca dal concetto di padronanza linguistica, dal dominio e dalla scelta di parole adeguate, nonché dall’adattamento consapevole ad una determinata tipologia testuale, ad un determinato tipo di registro, ecc.
Gli ultimi capitoli del volume riprendono infine quelle comuni distorsioni linguistiche che, soprattutto nell’ambito scolastico, tendono ad esser sempre più marcate come “erroraccio”. Qui l’autore si trova a rimarcare, ancora una volta, la necessità di un approccio forte come individualità ma aperto alla discussione in particolare quando esso è relativo a quegli ambiti dichiarati abbastanza stabili.
Per i campi dell’ortografia, della punteggiatura e relativamente alle oscillazioni dei sostantivi, dei verbi, dei termini di genere (maschile/femminile) e di numero (singolare e plurale), l’autore propone un’analisi che include tanto l’accezione di confine giusto o sbagliato (sintomo diagnostico), tanto quella di imposizione preferenziale dovuta a correnti ed influenze esterne (dato prognostico).
Nel campo dell’ortografia le maggiori incertezze si sono sempre presentate per l’uso della vocale “i” ad esempio, in riferimento al plurale dei sostantivi con terminazione in “-cia” o “-gia”, per citare un caso.
Ulteriori dubbi hanno sempre tratto linfa vitale dallo status dialettale, poliglotta nazionale (grafia delle consonanti, raddoppio).
Più rigide sono invece le regole imposte per il maiuscolo/minuscolo nel campo di cambio semantico (un conto è scrivere “terra”, nel senso di humus, e un altro è scrivere “Terra”, il pianeta), e, rigide, allo stesso modo rimangono le regole dell’accentazione, soprattutto in segno di distinzione di significato, precisamente per i monosillabi omografi.
Un discorso ancor più significativo è relativo alla punteggiatura in quanto, sotto certi aspetti, è ancor meno regolata da norme dell’ortografia.
Più deboli, sotto l’aspetto di resistenza a tendenze attualmente progressive, sono il “nome” e il “verbo”. Il primo si gioca i più recenti cambiamenti in tema di sessismo linguistico. Background rilevante di mascolinizzazione che intaccava ambiti genealogici e soprattutto professionali, oggi il nome tende ad una sempre maggior distinzione suffissoide, nonché alla marcatura al femminile dei nomi invariabili. Una tendenza generale alla semplificazione, all’eliminazione di periodi ipotattici, nonché all’utilizzo del tempo semplice in regime anche di subordinate è lo scenario che invece circonda il verbo. Incertezze che si rifanno soprattutto all’uso degli ausiliari “essere” o “avere”, queste sono alimentate da una tendenza in atto che predilige l’avere soprattutto come operante a livello di significato latente.
Relativamente agli accordi di genere e numero, le incertezze nascono tanto in casi di presenze multiple (pluralità di soggetti), quanto in casi di presenza d’unità come il “si passivante” e il pronome indefinito “qualcosa”.
Regolarità che s’impone invece più come obbligo, per un procedimento che è molto simile a quello che denota l’ellissi, è quella che sostiene l’utilizzo dei pronomi relativi (che, il quale).
La lingua passa attraverso continue influenze che abbracciano l’ambito linguistico e socio-culturale. Da un lato, l’evoluzione linguistica procede “indisturbata” per quanto, forse anche un po’ egoisticamente, ci accaniamo contro di essa; dall’altro, l’individualità della lingua (italiana) dovrebbe rimanere come fondamento nazionale per chiunque desideri coglierne lo spirito, nell’interezza di uno sviluppo che è stato passionale e brillante. Quest’ultimo fondamento non può essere considerato un punto di arrivo, bensì un migliore e più consapevole punto di partenza di un percorso linguistico comunque ad ostacoli.
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