Recensione di Elisa Dorelli
Titolo: Prontuario di punteggiatura
Autore: Mortara Garavelli Bice
Editore: Laterza
Edizione: 11
Data di Pubblicazione: 2003
Collana: Universale Laterza
ISBN-13: 9788842070276
Pagine: XIII-155
Si può parlare di norme inequivocabili che regolano la punteggiatura? Esiste una classificazione univoca di valori e funzioni di ogni singolo segno di interpunzione?
I quesiti e le risposte che questo volume rispettivamente solleva e fornisce, sono tutti strutturati nell’ottica di un’accettabilità condensata sullo sfondo di “regolarità”, piuttosto che di “normativa” vera e propria.
Con questo libro Bice Mortara Garavelli – docente di Grammatica italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, nonché accademica della Crusca – offre un manuale di consultazione, una risposta ai dubbi e alle domande che affliggono ognuno di noi sul modo di usare i segni interpuntivi, nonché riflessioni sul ruolo della punteggiatura nella costruzione del testo, scaturite dall’analisi di una serie di esempi.
Il bisogno di una standardizzazione intacca immediatamente l’ambito di confronto dell’orale con lo scritto dove, all’atto fisiologico indispensabile nel primo caso (la respirazione), non sempre corrisponde la “pausa” sul piano linguistico. Costrutto di forza e valore, nonché d’intensità, il sistema d’interpunzione diventa “l’atto fisiologico indispensabile per gli occhi”, nel contesto scritto.
Precedente all’analisi ravvicinata dei segni è l’indagine su quelle deviazioni dalla “canonicità” del linguaggio, per influssi che provengono dalla quotidianità.
Alla tendenza attuale verso una sempre maggior concisione, il volumetto sembra porgere una sorta di sfida, regolamentando l’importanza di una “prolissità coesiva”, che si fa più logica e se vogliamo anche più semplice, laddove orientata in ambiti maggiormente formali.
Premesse che poi si rifanno all’ambito semantico, al senso implicito, prima ancora che su quello coesivo/sintattico, sono per esempio la nozione di “progetto testuale”, la cui denominazione richiama quella consapevolezza di formalità dei testi e delle regolarità che questi “impongono” alla punteggiatura, nonché i concetti di “tema” e “rema”, dove il tema rimane ciò di cui si parla e il rema ciò che viene detto del tema.
A seguito di considerazioni che, come abbiamo visto, influenzano con maggior rilevanza probabilmente l’ambito di significato, il volume passa a scandire l’analisi del sistema d’interpunzione segno per segno, per valori e funzioni.
Primo fra tutti gli altri segni, il Punto fermo è qui presentato e connotato come una sorta di mediatore tra il verbale e il non verbale, tra l’implicito e l’esplicito. Facilmente associabile a quella sua funzione generalizzata del dividere, della frantumazione necessaria degli enunciati per il senso della frase, esso rafforza tra l’altro un certo tipo di connessione latente quando, ad entrare in gioco, è il fattore intensità. Questa intensità è ricercata soprattutto in relazione a ciò che nella frase non viene esplicitato, a ciò che c’è, ma non viene detto (il valore testuale), e rimane comunque dipendente da una tipologia testuale che conserva o meno un certo tipo di formalità, comportando necessariamente un uso “dignitoso” del punto fermo in testi maggiormente formali.
Tendenze recenti proprie soprattutto dei nuovi media e della comunicazione di massa, sono quelle che prevedono l’utilizzo del punto fermo in sostituzione di costruzioni ipotattiche (con subordinate), inerenti quest’ultime piuttosto ad un rilevante valore di prolissità. I maggiori fautori di queste tendenze risultano essere le creazioni giornalistiche, ma anche di un certo tipo di saggistica e narrativa, dove l’accento d’intensità viene tutto dettato da un uso “grammaticalmente improprio” del punto fermo. In conformità con un modo di porsi attuale sempre maggiormente rivolto al catastrofismo-sentimentalismo “a tutti i costi”, l’utilizzo improprio, non totalmente consapevole di questo segno d’interpunzione, può però diventare arma a doppio taglio. Infatti alla facilità con cui sembra diffondersi ultimamente, si affianca l’ombra di un “troppo” che, nato per favorire in modo esagerato un’evidenza testuale, contribuisce paradossalmente al suo oscuramento, insieme quindi al (ben più grave) senso esteso dell’enunciato, dove l’interferenza si fa significativa, in quanto trasla sul piano semantico.
Diffusione che si pone in netto contrasto con quella del punto è quella invece del Punto e Virgola che, esattamente nel mezzo su una scala di forza fra i segni “punto” e “virgola”, trova ormai manifestazione solo in generi di alta formalità e per tradizione prolissi, di ipotassi, pratica comune ad esempio dei testi giuridici e scientifici. Generalmente sembra che il punto e virgola sia divenuto più che altro simbolo di una certa padronanza linguistica di specifici settori, di particolari personalità.
Ambito d’uso che predilige stacchi sintattici ma non esattamente semantici, grammaticalmente vivendo su giustapposizioni e coordinate, il punto e virgola non si distingue esattamente per esclusività, quanto piuttosto per la facilità con cui è intercambiabile con segni anche suoi concorrenti. Tra le proprie funzioni gli si riconosce quella demarcativa e seriale. Sul piano demarcativo il punto e virgola sembra farsi strada lungo quella scala di forza che, dal più debole al più forte, vede appunto la virgola al primo posto e il punto fermo all’ultimo. La funzione demarcativa di questo segno nasce comunque in relazione ad una sua regolarità soprattutto in presenza di anadiplosi (la ripresa di membri di frase dell’enunciato che viene prima del segno d’interpunzione) sempre sul piano delle coordinate. Nell’ambito seriale la sua affermazione diventa invece più complicata in quanto questa riprende la funzione prima, e per tanti inequivocabile, propria della virgola.
La Virgola è il più affascinante nonché più articolato, in senso di valori e di funzioni, segno d’interpunzione. Comportando importanti reazioni che sussistono soprattutto sul piano semantico, in relazione allo spostamento del segno prima o dopo un qualsiasi membro della frase, la virgola vive associata a restrizioni che nascono soprattutto nell’ambito scolastico. La virgola, rispetto agli altri segni, vanta una primissima classificazione che include anche le rispettive problematiche, le quali, per esempio, sono già più rilevanti nel tipo di virgola che “apre e chiude”, mentre più agevole è l’approccio della virgola con funzione seriale.
La formazione imposta, che tutti noi abbiamo imparato generalmente a rispettare, ci fornisce uno scenario in cui la virgola non dovrebbe essere messa tra soggetto e verbo, tra il verbo e uno dei suoi argomenti, e ci si dovrebbe ulteriormente attenere alla “regola” del non restrittivo/restrittivo (ovvero anteponendo o meno la virgola al pronome) nei casi di relative. Paradossalmente, infrazioni a queste norme passano come accettabili quando si trovano a sostenere casi di pesantezza d’enunciato, di marcatezza e d’evidenza/intensità tematica: una padronanza che permetterebbe quindi di staccare il soggetto dal verbo quando il primo risulti troppo distanziato dal secondo in termini di svariati membri che appesantiscono tutto il “pacchetto logico” del soggetto, oppure laddove si entri nell’ambito di un dominio dei segni che dia logica al loro soverchiamento per benefici intonativi, l’infrazione diventerebbe accettabile qualora traslasse dal piano coesivo a quello di senso con necessità unica di isolare/evidenziare il tema.
Segno le cui funzioni attraversano invece solo l’ambito sintattico, o meglio ortografico, è il Punto interrogativo.
A poter venir sollevata è indicativamente la questione del maiuscolo che si gioca la regolarità nell’integrazione o meno del segno nella frase. Sul piano semantico più segnalata è invece la funzione metatestuale dove, un’eventuale presenza del segno fra parentesi, “colorerebbe” l’enunciato di un distacco che può essere d’opinione, di commento, ecc.
In costante ascesa come il punto fermo, ma più facilmente associabile a contesti in cui l’informazione è connotata da velocità ed intensità (sms, mail), è il Punto esclamativo.
Condensatore d’emozioni e indice di metacomunicazione, questo segno regna incontrastato nei testi di bassa formalità.
Ulteriore segno che favorisce, in linea con la tendenza attuale, l’abbattimento di costruzioni ipotattiche, sono invece i Due punti. Esente da restrizioni semantiche, soprattutto in fatto di linearità causale, questo segno appartiene alla struttura stessa della frase. Con un valore e una funzione che è e rimane esplicativa, i due punti tendono a sintetizzare le linee di discorso. Altri esplicativi, che agiscono invece con più forza sul piano semantico, sono le Parentesi, le Lineette, e la stessa Virgola (come già citato in precedenza).
Indispensabili per una chiarezza espositiva che intacca ambiti di senso, sono anch’esse regolate su una scala di forza dal più debole al più forte che pone la virgola al primo posto e le parentesi all’ultimo.
Anche il loro uso è giocato in fattore di accettabilità sul piano sintattico, poiché subordinate a questioni di compresenza con altri segni o alla specifica tipologia di testi.
Ultimi segni che regolano parecchio il loro valore riprendendo il contesto dell’oralità sono le Virgolette citazionali e i Puntini di sospensione.
Le prime, indici di una presenza “esterna” che si manifesta in più forme (verbale o pensato), convivono però con una loro funzione nello scritto che le vede anche portatrici del “dire con riserva”; i secondi risultano invece più facili da applicare in quanto maggiormente propri di tipologie testuali quali script teatrali, e narrativa che richiama l’esitazione del parlato. Stesso discorso dei puntini di sospensione varrebbe per gli spazi bianchi e per le organizzazioni in paragrafi e capoversi, quest’ultimi soprattutto legati ad un certo tipo di creatività, intensità dei testi poetici e prosaici.
Lasciata infine alle spalle l’analisi dettagliata, segno per segno, il prontuario si rifà, come nelle migliori creazioni, a quel passato storico e culturale nazionale, che ripropone una Storia procedente non solo in seno al progresso di mezzi e di studi; piuttosto esiste un ripercorrere storico originale della punteggiatura, come originali sono i contesti, le voci che si sono alzate in sua difesa (il Manzoni, ad esempio), o quelle di chi si è esposto quasi per sopprimerla come Giacomo Leopardi.
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