Recensione di Michela Pollutri
Ecco una recensione dettagliata su un argomento molto particolare: il Comico. Autore de Il riso, saggio sul significato del comico, scritto nel 1900, è il noto Henri Bergson, uno dei più grandi filosofi contemporanei, oltre che premio Nobel per la Letteratura nel 1927.
Dove può e dove non può esistere il comico? Cos’è che suscita il riso?… In questo articolo cercheremo di riassumere i punti salienti dell’interessante saggio di Bergson, rispondendo a tutte queste domande.
In che contesto può prendere vita?
Innanzitutto non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano. Si può ridere di un animale o di un oggetto inanimato, ma solo perché possiamo sorprendere in esso un’attitudine o un’espressione umana.
In secondo luogo è l’insensibilità che accompagna ordinariamente il riso; l’indifferenza è l’ambiente naturale del comico. Nel momento in cui c’è una presa emotiva risulta molto difficile trovare “comico” qualcosa. Infine il comico è un qualcosa che si sviluppa soprattutto in compagnia o comunque nell’ambito di un circolo chiuso, un gruppo di persone che condividono un’intesa, un’esperienza e una complicità che fa si che l’oggetto del riso non sia facilmente comprensibile al di fuori di esso.
Da cosa è provocato il riso?
Tanto per cominciare, il ridicolo è spesso provocato da una certa “rigidità di meccanismo” laddove ci si aspetterebbe al contrario agilità e prontezza. In altre parole, l’effetto comico è suscitato da una qualcosa di imprevedibile e spontaneo. Non a caso, quando un dato effetto comico deriva da una certa causa, l’effetto ci parrà tanto più comico, quanto più naturale troveremo la causa. Questa “rigidità”, causa di riso, la possiamo riscontrare facilmente nel carattere umano. Esistono infatti i «vizi tragici» e i «vizi comici»; mentre i primi complicano la persona, i secondi operano una semplificazione. Nella tragedia i personaggi sono portatori di vizi, ma hanno una natura complessa e su di loro ruota il dramma; nella commedia, invece, i vizi diventano protagonisti fino a offuscare i personaggi stessi. Inoltre mentre il personaggio tragico è sempre cosciente dei sentimenti che suscita, quello comico non è consapevole di suscitare il riso.
Ogni rigidità del carattere, dello spirito e del corpo sarà dunque sospetta alla società, perché essa è segno di un’attività che viene svolta male. Questa rigidità è il comico e il riso è il suo castigo.
Il comico nella fisionomia facciale
Può risultare comico un uomo che ha voluto irrigidirsi in una data attitudine e quindi contrarre in una smorfia il suo corpo. Quindi un’espressione risibile del viso, ci fa pensare a qualcosa di rigido, nella ordinaria mobilità della fisionomia (un tic perpetuo o una smorfia fissa).
Mentre un viso è considerato espressivo perché lo immaginiamo “mobile”, l’espressione comica è quella che non ci promette nulla di più di quello che ci dà, ma ci suggerisce l’idea di un’azione semplice, meccanica; ciò non ha a che fare quindi con la “bruttezza”.
Il comico nelle forme, nei gesti e nei movimenti
Le attitudini, i gesti e i movimenti del corpo umano sono comici nelle stesse proporzioni in cui questo corpo ci fa pensare a un “meccanismo semplice”. Alcuni movimenti quando ritornano periodicamente, ci appaiono con rigidità, come se fossero parte di un meccanismo elementare che funziona automaticamente. Imitare qualcuno significa estrarre l’automatismo che è insito in lui, quindi la chiave del riso sta nella ripetitività dei gesti. Ciò perché un normale essere vivente non dovrebbe mai ripetersi in maniera così sistematica, al pari di una macchina. L’automatismo e la rigidità ci appaiono strani, in quanto quando pensiamo al corpo umano, ci immaginiamo un essere dall’agilità perfetta. Tuttavia questa agilità più che al corpo appartiene all’anima, al pensiero. Da questo contrasto quindi nasce il riso. Per capirci, è comico, ad esempio, ogni incidente che attira la nostra attenzione sul fisico di una persona, quando dovremmo invece badare alle sue parole o ai suoi sentimenti (un uomo che cammina per strada e inciampa in malo modo; un professore universitario che mentre tiene un seminario, e tutta la platea è concentrata su di lui, cade improvvisamente dalla sedia, ecc.).
Il comico nelle situazioni
Possiamo dire che sia comica qualunque situazione che ci dia l’illusione della vita e di un ordine meccanico al suo interno.
Una situazione comica può essere quella caratterizzata da una forza che si ostina e un’altra che la reprime sistematicamente. Alla base di una situazione del genere vi è comunque la ripetizione all’infinito.
Vi sono anche altre situazioni in cui un personaggio è convinto di parlare e agire liberamente, mentre invece non è altro che una marionetta nelle mani di un altro che si diverte alle sue spalle. In questo caso, ovviamente, lo spettatore guarda la scena dal punto di vista dei “furbi”.
Una terza situazione è rappresentata da un effetto che si propaga progressivamente aggiungendosi a se stesso, in modo che la causa, insignificante in origine, termini in un risultato catastrofico quanto inatteso.
Ma perché giudichiamo comiche queste persone e situazioni? Secondo Bergson il comico è quel lato di una persona per cui essa rassomiglia ad una “cosa”, nonché quell’aspetto degli avvenimenti umani che imita il meccanismo puro e semplice, l’automatismo senza vita. Possiamo quindi avere: la semplice ripetizione, cioè una combinazione di circostanze che ritornano tali e quali a più riprese; l’inversione, nel momento in cui abbiamo alcuni personaggi in una determinata situazione e in seguito invertiamo le parti, osservando una scena simile a quella iniziale ma appunto “invertita” (fanno parte di questo meccanismo tutte quelle rappresentazioni del “mondo alla rovescia”); l’inversione della serie, ovvero una situazione che viene vissuta da due punti di vista tra loro indipendenti e inconsapevoli l’uno dell’altro. Parliamo dell’equivoco, nel quale lo spettatore conosce la storia molto più a fondo degli stessi personaggi che la interpretano.
Il Comico nella Parole
Bisogna innanzitutto distinguere tra il comico che il linguaggio «esprime» e il comico che il linguaggio «crea». Il primo potrebbe essere tranquillamente tradotto da una lingua all’altra, mentre il secondo è intraducibile, perché la comicità risiede tutta nella struttura della frase e nella scelta delle parole. Si può dire che il comico nel linguaggio non è altro che una proiezione (sul piano linguistico) del meccanismo che sta dietro al comico delle azioni e delle situazioni (già trattato).
Situazioni comiche legate al linguaggio
Lasciarsi trascinare a dire (per effetto di rigidità) quel che non si voleva dire, o lasciarsi convincere a fare quel che non si voleva fare, è tra le più grandi sorgenti di comicità. Allo stesso modo si otterrà sempre una frase comica inserendo un’idea assurda in un modello di frase stereotipata. Si ottiene inoltre un effetto comico ogni qualvolta si finge di intendere un’espressione nel senso letterale, quando essa era impiegata in senso figurato. Se, insomma, la nostra attenzione si concentra sulla materialità di una metafora, l’idea espressa diventa comica.
L’«Interferenza» di due sistemi di idee nella stessa frase è un’altra fonte di comicità; esistono diversi modi per ottenere tale interferenza: uno di questi è il Calembourg. In esso vi è un’unica frase che in apparenza presenta due significati, ma in realtà sono due frasi diverse che si confondono, perché suonano similmente. Poi c’è il gioco di parole in cui due sistemi di idee si celano in un’unica frase, approfittando della diversità di senso che un vocabolo può avere.
Altra fonte di umorismo è la «Trasposizione». Si otterrà infatti un effetto comico trasportando l’espressione peculiare di un’idea, in un tono che non le è congeniale. Si potrebbero distinguere due toni agli antipodi: il tono solenne e quello familiare; scambiando i due registri linguistici suscitiamo il riso.
Poi possiamo considerare comica anche l’«Esagerazione», ovvero il parlare di cose insignificanti come se fossero di estrema importanza, o al contrario degradare cose di estrema importanza, al pari delle banalità quotidiane. Inoltre anche esprimere onestamente un’idea disonesta, o descrivere una situazione scabrosa come se fosse rispettabile, è generalmente comico.
Anche dall’«Opposizione» può nascere comicità. Se si parla con serietà e si da’ per vero quel che vero non è, abbiamo l’ironia. Al contrario descrivendo minuziosamente ciò che è vero, dando a credere che così è giusto (mentre pensiamo il contrario), abbiamo l’umorismo in senso stretto.
Il carattere comico
Esistono stati d’animo che ci commuovono non appena sono da noi riconosciuti. Tuttavia nel momento in cui la persona non ci commuove più possiamo avere degli effetti risibili, in particolare di fronte all’irrigidimento contro la vita sociale. è comico, insomma, sempre secondo Bergson, qualunque individuo che segue automaticamente il suo cammino senza darsi pensiero di prendere contatto con gli altri. Inoltre sono alcuni difetti delle persone a farci ridere: più il vizio risulta rigido, più è comico. Chiunque si isola, inoltre, si espone per forza di cose al ridicolo. L’asocialità del personaggio e l’insensibilità dello spettatore sono le due condizioni essenziali del comico. Tuttavia il personaggio che si isola può apparire al contrario “tragico”, se il suo carattere presenta una complessità unica nel suo genere. Invece il personaggio asociale comico, fa ridere perché superficiale e facilmente comprensibile.

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