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Manuale di Retorica

Cicerone, nelle sue Opere sulla Retorica, enumera alcune principali qualità o “virtù” dell’espressione (virtutes elocutionis) a cui si possono ricondurre, volendo, tutti i requisiti dello stile diversamente suddivisi nei vari trattati di retorica.
Il requisito fondamentale di un discorso è che esso sia conforme a quanto è richiesto dalle circostanze e dagli scopi del parlare, e dalle caratteristiche del tipo o genere a cui il discorso appartiene. Questa è la qualità che i romani chiamarono aptum, ovvero l’appropriatezza, la convenienza e la congruenza coi fattori esterni e interni alla produzione del discorso, l’essere adatto (il discorso stesso) al raggiungimento di fini prefissati e alla situazione, oltre che conforme alle regole. In questo senso esistono diversi fattori determinanti: la correttezza lessicale e grammaticale, cioè il rispetto di un’ideale integrità della lingua; la chiarezza, necessaria perché il discorso sia comprensibile; l’ornatus, ovvero la bellezza derivante da un lusso sapientemente regolato di mezzi e ornamenti. Quest’ultima viene definita da Cicerone la virtù “meno necessaria”, ma, poiché la bellezza di un’espressione è un fattore non trascurabile, un fattore che può addirittura giustificare un “errore voluto” e quindi una “licenza”, nella sostanza  produce o aumenta nel discorso la capacità di fare presa e di imprimersi nella mente di chi ascolta.
Ricapitolando, il venir meno a una di queste virtù è una deviazione, un errore, o per eccesso o per difetto; questo se la deviazione è ingiustificata. La licenza, invece, è una deviazione giustificata da un dovere più forte di quello al quale si contravviene.
La stessa idea di un permesso, di una deroga lecita dalle norme stabilite risponde a ragioni di “logica giuridica”: se si contravviene a una legge per ottemperare a un dovere più forte dell’obbligo o del divieto sancito dalla stessa, l’infrazione non è considerata una colpa. Applicato all’uso della lingua, il conflitto tra doveri si configurava come contrasto tra grammatica e retorica, ovvero fra parlare corretto e parlare bene ed efficacemente. Fu questo criterio che servì, nell’insegnamento tradizionale della retorica letteraria, per giustificare gli usi “devianti”, rispetto alla grammatica normativa, da parte degli autori proposti come modelli da imitare. In questo modo si arginava l’errore, riservando il privilegio di infrangere le prescrizioni grammaticali solo a chi ne aveva l’autorità, e quindi le buone ragioni, per fare ciò che agli altri, ai comuni parlanti e scriventi, non sarebbe stato concesso. Un sicuro possesso della lingua appariva infatti come preliminare e indispensabile all’esercizio dell’eloquenza e ben presto, nel fissare i requisiti della correttezza linguistica, subentrarono le tendenze alla conservazione: nasce così il purismo, come tutela della puritas, sospettoso di innovazioni, che vengono avversate come minacce o attentati all’integrità della lingua.
A questo punto diventa necessario passare in rassegna, almeno sommariamente, le principali deviazioni (lecite o meno) dalle virtutes elocutionis.
Rispetto alla purezza linguistica, il Barbarismo è il vizio per difetto, mentre l’Arcaismo il vizio per eccesso. Nel primo gruppo rientrano le parole malformate rispetto alle regole morfologiche e fonologiche; i forestierismi, ovvero i prestiti lessicali da lingue straniere; i dialettalismi, cioè vocaboli appartenenti a uno dei dialetti parlati entro il territorio di una lingua nazionale e aventi in comune la stessa origine; e, infine, i neologismi, ovvero parole di nuovo conio. Gli arcaismi sono invece i vocaboli antiquati, non più abituali, quindi inutili e pomposi in qualsiasi discorso che al contrario debba risultare comprensibile.
I Solecismi erano gli errori di morfologia (formazione delle parole: declinazione e coniugazione) e di sintassi. Il Pleonasmo ha invece luogo quando la frase viene sovraccaricata di parole inutili. Analoga a quest’ultima è la Perissologia, ovvero l’enunciazione sovrabbondante e superflua di informazioni già espresse in altro modo. Si tratta di una sorta di perifrasi che fa zavorra, una forma di ridondanza che disturba la comunicazione invece di favorirla, complicando inutilmente il discorso. Del tutto simile è la Macrologìa (che non è altro che la prolissità), ovvero il parlare più a lungo del necessario.
Il Metaplasmo è ogni cambiamento nella forma di singole parole, accolto nel sistema linguistico per forza di consuetudine, oppure giustificato dall’autorità degli scrittori “approvati”. Diamo qui un elenco dei principali metaplasmi realizzati per mezzo di aggiunzione, soppressione e permutazione. Aggiunte di elementi non etimologici all’inizio di parola sono dette Protesi; un esempio è la “i-” aggiunta in parole che cominciano con la “s-” (in ispirito, per iscritto, in istoria). Aggiunte all’interno della parola sono Epentesi; per esempio nella parola Genova è avvenuta l’aggiunta della -v- rispetto al latino Genua. Aggiunte alla fine di una parola sono Epitesi che avvengono, per esempio, in certe pronunce meridionali (filme in luogo di film).
Le soppressioni invece comprendono: l’Aferesi, se questa soppressione avviene al principio di parola (scuro da oscuro); la Sincope, se l’eliminazione avviene all’interno della parola (comprare da comperare). L’Apocope è invece la caduta di elementi terminali (po’ da poco, signor da signore). La fusione di due vocali contigue e appartenenti a parole diverse è detta Sinalefe (si esauriscono); l’eliminazione di una di esse è invece l’Elisione, indicata graficamente dall’apostrofo (l’orto, un’erba).
Altri metaplasmi metrici sono la Sistole e la Diastole (il suo opposto): nella metrica latina la prima comporta l’abbreviamento di una vocale normalmente lunga, la seconda invece comporta l’allungamento di una vocale di norma breve. Nell’italiano questi metaplasmi possono essere rappresentati dallo spostamento dell’accento per ragioni di ritmo o rima.
Un metaplasmo dovuto a permutazione è la Metatesi, che consiste nell’invertire l’ordine di successione dei suoni in una parola (stroppiare invece di storpiare; areoplano invece di aeroplano).
Le deviazioni finora descritte appartengono tutte alle “figure di parola”; accanto ad esse si pongono le “figure di pensiero”, legate più al contenuto del discorso che ai suoi singoli elementi costitutivi. Tornando quindi alle altre virtù richieste dalla retorica, la chiarezza non sempre è una qualità facilmente definibile e giudicabile, in quanto molto soggetta alla valutazione di chi ascolta. Non a caso, diversamente dalla puritas, per cui esisteva una basa grammaticale, la perspicuitas e i suoi contrari venivano definiti, in età latina, in base al criterio dell’adattamento all’uditorio. L’oscurità totale era, per esempio,  considerata il massimo “errore per difetto”: soprattutto se tale oscurità non era desiderata per motivi letterari o d’altro genere. Nella sintassi l’oscurità totale è detta Sinchisi; questa si ha nel momento in cui l’ordine normale viene sovvertito in modo caotico. L’Anfibolia invece è l’ambiguità di senso, causata dalla presenza di costrutti o parole soggette a più interpretazioni.
L’eccesso nella ricerca della chiarezza era considerato invece l’errore opposto: si va dalla pedanteria di precisazioni superflue all’incapacità di sfruttare il potere evocativo del “non detto” (utile in Letteratura).
Per quanto riguarda l’Ornatus, la virtù che regola la “bellezza” del discorso, possiamo dire che l’errore per difetto si ha quando un discorso è disadorno, povero, per eccesso quando provoca ridondanza e leziosa ricercatezza, al di là di quelle che sono le esigenze reali del discorso. Nel prossimo articolo completeremo la trattazione con quelle che comunemente vengono indicate come le “figure retoriche”, le quali appartengono a questa categoria.

Tratto da “Manuale di Retorica” di Bice Mortara Garavelli

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