recensione a cura di Lucia Sedda
Autore: Silvana Grasso
Editore: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2001
codice ISBN: 88-17-86804-3
Pagine: 222
“Lo zucchero delle sue carni era più duro del ferro, ma bastava qualche goccia di sputazza per annientarla in un secondo. Due gocce appena di saliva e della pupa di zucchero non restava più niente”.
La metafora della pupa di zucchero, regalata per il giorno dei morti ai bambini, rincorre questo romanzo intrecciandosi opportunamente alla fotografia letteraria della famiglia Branciforti.
Lui, il cavaliere, ricco uomo d’affari dall’intuito geniale ed infallibile colleziona un successo dietro l’altro riuscendo fino alla fine ad accapparrarsi per due soldi la tonnara sull’isola delle correnti, sogno della sua vita. Ma la mattanza dei tonni in quella stessa isola non lascia come uniche vittime gli abitanti del amre. In un crescendo di emozioni colorite e pitturate con toni finemente verghiani, Silvana Grasso lascia in questo libro qualcosa di più di una semplice saga familiare.
Le vicende sono narrate attraverso metafore largamente elaborate sulla matrice del gergo siciliano senza però risultarne appesantite; un linguaggio asciutto e barocco allo stesso tempo,non tralasciando una squisita analisi dei personaggi che ruotano intorno alla figura di Branciforti. Teresilla innanzitutto, passione incestuosa che porterà alla rovina di entrambi, Bruno, figlio di Teresilla che con quella voglia di torrone sulla nuca non lascia scampo alla vera identità del padre, e Pietro,suo nipote, unico lascito del figlio immaturo e sperperatore. E poi gli altri, l’insulsa moglie Severina; la serva sordomuta che sa ballare a suon di musica come se sentisse; il fidato Corrado, l’unico a sopravvivere dalla prima all’ultima pagina del libro; Tallaro il parassita e tutta una comunità le cui voci come soffi sul mare riportano verità dette a fior di labbra sull’enorme casa dell’isola che piano piano si sgretolerà senza pudori.
È un romanzo che prima di essere il racconto di una famiglia tormentata è un affresco dettagliato e amaro sulle intime solitudini, sull’incapacità di creare dei rapporti saldi, che anzi si piegano senza alcuna resistenza alle intemperie dell’animo umano come la pupa di zucchero del titolo. Niente è amore in questo romanzo. E per questo fino alla fine non ci sono vincitori e vinti, in un crescendo di rancori in cui ciascuno tenta di togliere qualcosa all’altro ciascuno rimane senza niente, una manciata di zucchero in mano e l’impressione che la pena gravosa di non avere ricevuto niente in cambio, niente che valesse la pena di essere davvero necessario, persista e attraversi le generazioni più forte del tempo, più rancida del sangue.
Silvana Grasso nella “Pupa di zucchero” mostra un approccio maturo e organico alla storia senza stavolta perdersi nelle reiterazioni ingombranti e nell’eccessivo carico verista del “Bastardo di Mautana”. Un romanzo più scarno e allo stesso tempo più tagliente, colmo dei connotati che la rendono una delle migliori scrittrici nel suo genere.
Un romanzo piacevole e duro. Come una zolletta di zucchero asciutta.
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