IL NOSTRO PRIMO RACCONTO

Canto di Natale di Charles Dickens


4abe058ebbee3d0c50cefb7700dcf801


Versione di Eva Russo

Scrooge.

Duro e acuto come una selce dalla quale non c’era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità, nient’altro che un tronco cavo. Questo era Scrooge: una lastra di freddo marmo sotto la quale si nasconda un cadavere o magari soltanto terra, così arida e infeconda che neanche i vermi la popolano più. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. La sua sterilità emotiva influenzava la sua forma esteriore come un una mela che marcendo all’interno pigmenta la propria buccia di un malsano colore nerastro.

Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d’inverno poteva renderlo più freddo. Freddo e acido. Niente lo muoveva; non il suono di una voce gentile, non il pianto di un bambino né la supplica di un mendicante, niente e nessuno aveva accesso ai sentimenti di Scrooge, e col passare del tempo tutti coloro che lo conoscevano si convinsero che egli fosse senza cuore. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai. Egli era al di sopra del bene e del male, o forse al di sotto, così al di sotto che ormai non importava più quanto fosse infimo e quanto ancora lo potesse diventare. Le poche parole che scambiava con altri esseri umani erano per lo più dettate dalla necessità, e la necessità era a sua volta stabilita dalla sua infinita sete di denaro: nulla era per Scrooge più importante del denaro e nulla ne giustificava la perdita o lo sperpero.

Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l’ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto. Le sue ore erano scandite da un significativo silenzio alternato di tanto in tanto dal tintinnio metallico di qualche moneta. Il fatto più grottesco tuttavia, era che tutto questo era normale e benvenuto per Scrooge, che si crogiolava nella propria malvagità come un uccellino nella bambagia.

Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell’anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l’atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia; la neve dei marciapiedi mandava di tanto in tanto qualche riverbero dorato, con il tremolio delle luci all’interno delle abitazioni. Il calore e la familiarità degli interni trasudava dalle finestre appannate, rendendo il contrasto con il gelo della strada gioiosamente penoso. Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio e la strada brulicava ancora di gente indaffarata negli ultimi acquisti Natalizi. Con i volti arrossati dal freddo e gli occhi pieni della magica esaltazione che sempre accompagna il periodo di Natale, si salutavano con calorose strette di mano e auguri esageratamente cortesi, con tutta l’intenzione di mostrarsi al proprio prossimo con il cuore in mano: a Natale siamo tutti più buoni… tutti, tranne Scrooge. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che era impossibile distinguere ciò che si trovava al di là della propria finestra. Il mondo visto dall’interno delle abitazioni era sfuocato e irresoluto. La porta dell’ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d’occhio l’impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere tremando vistosamente per il freddo. Si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela senza successo. Tutto ad un tratto la porta del locale si aprì lasciando entrare una nuvola di neve e una figurina alta e magra avvolta da una sciarpa multicolore:

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»


Versione di Cristiana Longhi

Scrooge.

Duro e acuto come una selce dalla quale non c’era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità… Mentre si dirigeva con il suo passo lesto al lavoro, un gatto nero gli attraversò d’improvviso la strada. Scrooge, da buon superstizioso, fece subito i suoi scongiuri, prima di accorgersi che dei ragazzi inseguivano il gatto. Una banda di monellacci rincorreva l’animale tirandogli dietro dei sassi con le fionde. Intenti nella loro caccia, non fecero caso all’uomo, che continuava a camminare per la sua strada. Sentì alle sue spalle il miagolio del gatto e le risa dei furfanti. In quel momento si accorse che aveva lasciato delle lettere a casa e dovette tornare indietro. L’aria fredda gli pizzicò la gola e cominciò a dare dei colpi di tosse per alleviare il fastidio. I ragazzi, ancora intenti a malmenare l’animale, si accorsero di lui e scapparono via. Anche il gatto, nonostante avesse una zampa sanguinante, si dileguò nei vicoli adiacenti. Scrooge non fece una smorfia, né dimostrò tenerezza. Impassibile, tornò a casa, prese i fogli che aveva dimenticato e si diresse di nuovo verso l’ufficio. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Accennò appena un grugnito per salutare l’usciere che al suo arrivo gli apriva la porta d’ingresso e pensò… il portiere… prima faceva il poliziotto, ma poi fu esortato a dare le dimissioni per non creare uno scandalo, perché era stato corrotto da dei malviventi, verso i quali chiudeva un occhio in cambio di qualche soldo e per poter usufruire di qualche prostituta gratuitamente…

« Credeva che non lo venissi a sapere… lo licenzierò al più presto! »

Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d’inverno poteva renderlo più freddo. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai. Al negozio si trovò più volte a licenziare i commessi che facevano sconti con troppa superficialità, spesso a clienti che nemmeno ne avevano bisogno ma imploravano per una diminuzione del prezzo solo per il gusto di chiederlo e in qualche maniera godere della loro furbizia e di un sia pur minimo vantaggio sui loro simili. Alcuni ingannavano i commessi con tante parole, moine e specialmente facendo leva sui loro sentimenti, dichiarandosi poveri e bisognosi. Alcune donne per uno sconto puntavano sul proprio fascino, disorientando i lavoranti. Scrooge, distaccato, non faceva sconti a nessuno e a chi si azzardava a chiederglielo, anzi, alzava il prezzo.

Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l’ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto. Scrooge conosceva i suoi concittadini e non è che li amasse molto nemmeno lui.

La Signora Fender, sempre impeccabile nelle sue mise, si credeva ancora una donna affascinante, quando invece ora non era che una vecchia bagascia, che dietro la rispettabilità del nome di suo marito, farmacista del posto, per vizio si faceva palpare nel retrobottega. La sciocca credeva di farla in barba al marito, il quale, invece, la spiava di nascosto e si eccitava menandosi l’uccello.

Per non parlare del povero e lacero ciabattino. Sembrava un lampione per la sua magrezza ed aveva sempre stampato sul viso un gioviale sorriso per tutti i passanti. Questo allegro umore però non era dato dal suo buon carattere, ma dal buon vino che si scolava da mattina a sera e, quando rientrava a casa, ovviamente prima di essere passato per tutte le bettole del paese, la moglie lo raccoglieva intontito da terra e prima di caricarselo sulle spalle, lo riempiva di legnate…

Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell’anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l’atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che non riusciva a vedere nulla al di là delle finestre del suo ufficio. Ma ad un tratto notò una luce. Un uomo sul carretto si apprestava a rientrare. Anche se con difficoltà, lo riconobbe dal suono dei sonagli che l’uomo teneva attaccati al cavallo. Il Signor Rupert riforniva le osterie del posto col vino della sua vigna. Egli aveva quindici figli, fra maschi e femminine e di tutti e quindici ne aveva abusato sessualmente. Qualcuno dice anche del cavallo, che trattava meglio dei suoi cari. La porta dell’ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d’occhio l’impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere. Quando Scrooge gli voltò le spalle, l’uomo prese fra le mani una foto che ritraeva lui, sua moglie e al centro i suoi sette figli e l’amata figlia, morta anni or sono. I suoi occhi si arrossarono. Qualche lacrima scivolò sul suo viso. Si asciugò con la manica della giacca facendo attenzione a non farsi vedere dal suo padrone, il quale lo avrebbe sicuramente sgridato se si fosse reso conto che non stava lavorando. Strinse la foto al petto e con la mente ritornò al Natale di dieci anni prima. Sua figlia, giovane e ingenua, si era lasciata sedurre da un uomo, che, dopo averle promesso amore eterno, era sparito nel nulla, lasciandola compromessa. Lui e la moglie presero la decisione di mandare la figlia in un convento che accoglieva queste povere ragazze. La famiglia disse ai conoscenti che la ragazza era andata a farsi suora perché aveva ricevuto la vocazione dal Signore. In accordo con la madre superiora, una volta nato il bambino, le suore avrebbero fatto in modo che venisse adottato dietro pagamento; denaro che sarebbe stato suddiviso tra i genitori della ragazza e il convento. All’uomo questa sembrò la situazione migliore per nascondere l’increscioso accaduto e poter salvare l’onore della famiglia. Ma in cuor suo sapeva la verità… Scrutava di nascosto il suo padrone che tutti definivano insensibile e non si sentì da meno… La gravidanza della figlia si rivelò un aiuto prezioso per la sua numerosa famiglia che viveva di stenti. Mentre la giovane figliola moriva di parto, lui stringeva fra le mani i soldi dell’avvenuto pagamento in cambio della consegna di una bimbetta sana e robusta. Venduta ad un uomo di cui non conosceva l’identità. Ricordava bene quel momento… ciò accadde mentre le campane suonavano a festa… L’uomo tirò su con il naso prima di scacciare i vecchi cattivi pensieri e tornare al suo lavoro. Nonostante fosse mal pagato, ricordò che l’unico che gli avesse dato un lavoro fra tutti quelli a cui si era rivolto fu proprio Scrooge e questo gli permise, una volta finiti i soldi del ricavato della vendita, di poter continuare a tirar su la sua prole. Guardò il padrone e accennò un sorriso, ovviamente non ricambiato, che in fondo sapeva di non meritare.

Scrooge si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela. Non gli piaceva sprecare la legna per la stufa, nonostante sentisse che le forze cominciavano ad abbandonarlo a causa dell’età avanzata. Scrooge non sopportava gli sprechi e l’ipocrisia della gente. Per questo se ne stava solo, in silenzio e non dava confidenza a nessuno. Preferiva non dare e non ricevere nulla. Si teneva alla larga dalle persone senza nascondere il suo scontroso carattere. Anzi andava fiero della sua solitudine. In fondo non aveva nulla da condividere se non la meschinità, con il mondo circostante. Quella meschinità nascosta che la società non dichiara di avere.

Bussarono alla porta del suo ufficio. Era suo nipote. Gli venne da sorridere, ironia dei pensieri… «Si parla del diavolo e spuntano le corna!»

Il viscido nipote ogni anno andava a salutare lo zio e ad invitarlo per le feste, nella speranza di assicurarsi l’eredità:

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»


Versione di Gaia Conventi


Scrooge.

Duro e acuto come una selce dalla quale non c’era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità. Una lama gelida che non trae calore da alcun corpo molle, un cuore che batte invano senza scaldare il sangue nelle di lui vene. L’inverno lungo una vita, perentorio come i debiti, insistente come i geloni ai piedi. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Una mente votata a se stessa, l’interesse assoluto al guadagno e alla propria sterile sopravvivenza.

Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d’inverno poteva renderlo più freddo. Come se il mondo, al di fuori di quel corpo e di quelle viscere, non avesse potere alcuno. Indifferente al destino altrui, al cambio di stagione, alle feste comandate, ai dolori del mondo. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai. Per lui ogni affare era tale, trattasse col povero o col signore. Il denaro, in fondo, era come lui. Entrambi indifferenti a chi avevano di fronte, freddi ed essenziali, immutabili agli elementi.

Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l’ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto. Scrooge poteva vantare il primato d’esistere senza intrattenere alcun rapporto coi suoi simili, alcun rapporto che fosse gratuito e al di fuori della compravendita.

Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell’anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l’atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia. La nebbia era come lui, bagnava il mondo senza procurare beneficio, rendeva tristi gli animi e difficoltosi gli scambi di sguardi. Impegnato a contare le monete non prestava attenzione a nulla. Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio.

Il buio si insinuava nel giorno come una lunga mano guantata. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che ogni cosa poteva essere diversa da ciò che era un momento prima, ogni uomo poteva essere diverso da quel che era alla luce del sole, ogni uomo ma non Scrooge. Chi non risente della temperatura e del beneficio degli elementi non cambia quando queste cose cessano d’essere quel che sono e trasmutano nel languore. La porta dell’ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d’occhio l’impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere taglienti, richieste di denaro a chi non aveva saldato i propri debiti. Un mesto augurio di buon Natale per chi non aveva pagato, non per sfizio, ma per la povertà, la stessa che aveva costretto qualcuno ad indebitarsi oltre misura con l’uomo nebbioso e intransigente. Si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela, unica fonte di calore in quell’angolo gelido, unica energia positiva nella tana del gelido Scrooge.

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»


Versione di Glauco Silvestri


Scrooge.

Duro e acuto come una selce dalla quale non c’era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità, il volto grigio di Scrooge osservava contrariato la caduta elegante e sinuosa dei primi fiocchi di neve attraverso la piccola vetrina della sua ombrosa bottega. Era la prima neve della stagione e già l’uomo grugniva di rancore verso l’avvento del periodo che meno sapeva apprezzare.

Dicembre, Natale, la festa dell’ipocrisia. Aveva sempre odiato e osteggiato quel periodo dell’anno. La neve era di ostacolo ai clienti che venivano in città a fare acquisti. Il freddo intimidiva i potenziali consumatori e li tratteneva in casa ad addobbare l’albero e a ingozzarsi di dolci dannosi per la salute. Le feste rubavano ore e ore al santo lavoro riducendo gli utili, indebolendo gli spiriti già pigri, inculcando l’ozio nelle menti deboli, rallentando la produttività dei dipendenti. A dicembre le vendite non erano mai soddisfacenti e la colpa era tutta di quella maledetta festa nella quale, a sentir dire dai benpensanti, tutti si doveva essere più buoni.

Baggianate! Scrooge osservava dalla vetrina la lenta discesa della neve; guardava riflesso dal vetro quello scansafatiche del suo impiegato fermo immobile davanti alla stufa, con le mani rivolte avidamente verso la piastra per, diceva lui, trovar sollievo alle dita tremanti; pensava a quanto sarebbe accaduto nelle prossime fredde ore.

Ma cosa ne potevano sapere gli altri del freddo? Loro si lamentavano di un po’ di neve, del ghiaccio, e si stringevano stretti nella abbondante e morbida protezione dei loro costosi cappotti e dei loro maglioni tessuti con la lana più pregiata. Nessuno di loro conosceva il vero freddo. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante.

Il suo sangue era come liquido refrigerante che scorre nelle intercapedini di un intestino circuito atto a serrare lo spirito rinchiuso nelle sue viscere. Un compressore per cuore, come in un frigorifero, che pompava costantemente una sostanza che sangue non era, che lo faceva circolare lento e melmoso all’interno di vene e arterie.

Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d’inverno poteva renderlo più freddo.

Lui, il freddo, lo aveva al posto del cuore. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai.

Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sguardo, tutto era intriso del freddo generato dal frigorifero-cuore che celava in petto. La sua intera esistenza era dominata da quello spirito privo di gradazione vitale.

Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l’ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto.

La gente lo temeva, e a ragione; percepiva il pericolo di essere contagiati da quel freddo interiore e, spaventata, se ne teneva bene alla larga. Tutto ciò a Scrooge non disturbava. Anzi ne era quasi sollevato. I contatti umani erano sempre stati problematici per lui. Parole come affetto, gentilezza, disponibilità e socialità non avevano un grande significato nel suo vocabolario. Alcune di esse neppure esistevano in quello strano codice che dirigeva e conduceva l’esistenza del signor Scrooge.

Quel giorno, il migliore dei più bei giorni dell’anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l’atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia; era il clima ideale per lo spirito che animava il suo vecchio cuore, se non fosse stato per quei fazzoletti candidi che cadevano veleggiando verso terra, se non fosse stato per ciò che era accaduto pochi attimi prima, quando ancora era affacciato a quella piccola vetrata.

Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio, lui stava guardando fuori attraverso il vetro appannato, malediceva il maltempo e il freddo perché impediva ai clienti di entrare nel suo negozio, malediceva l’aria natalizia perché allontanava le persone dalla sua bottega, che ormai, come lo stesso Scrooge, godeva di una fama ingiustificata, a suo parere personale.

In fondo che male c’era nel pensare al guadagno? Che male c’era a calcolare ogni profitto e a custodirlo gelosamente? Che male c’era nel cercare di preservare e incrementare il proprio patrimonio? La gente sopravvalutava i sentimenti e i sentimentalismi. Sapeva bene dove conduceva un cuore troppo aperto nei confronti degl’altri. La debolezza, la generosità, la bontà erano tutti mezzi che indissolubilmente, indiscriminatamente, irrimediabilmente conducevano alla povertà.

Stolti erano coloro che credevano in valori impalpabili; con quelli non si poteva certo comprare il cibo per sfamare se stessi e la propria famiglia, con quelli non si poteva certo comprare il carbone per scaldare la propria casa.

Scrooge aveva contato i tre rintocchi provenienti dal vecchio campanile e a ognuno di essi aveva grugnito il solito anatema verso le feste natalizie. Il suo sguardo distratto dai pensieri non si era accorto dell’improvvisa comparsa di un esserino davanti alla vetrata della bottega.

Era appoggiato al vetro con la sua faccia tonda e bianca come il latte. Una bocca minuta con le labbra rosse quanto il fuoco, il naso piccolo come un frutto di bosco, un impercettibile lampone rosso sulla superficie bianca e liscia di quel visetto lentigginoso. Gli occhi stretti, impegnati ad attraversare la vetrata per vedere chi fosse l’ombra che osservava l’esterno con tanta attenzione. Il vestito rosso, abbondante a tal punto da trasformare la creaturina in uno strano pupazzo. Il cappuccio, anch’esso rosso, con un bonbon bianco e schiumoso, quasi fosse un Babbo Natale in miniatura.

Il vecchio Scrooge trasalì violentemente quando si accorse dell’esserino. Aveva compiuto qualche passo indietro, verso la scrivania del suo impiegato che, accortosi della strana reazione, aveva alzato lo sguardo più per curiosità che per preoccupazione.

Scrooge aveva avuto bisogno di qualche istante per riprendersi; si era girato verso il suo impiegato scansafatiche e l’aveva fulminato con una occhiata gelida. Non appena questo si era piegato nuovamente sulle carte, il vecchio aveva girato lo sguardo verso la vetrina ma, la visione di poco prima era già scomparsa. Per un attimo pensò che fosse stata un sorta di allucinazione. Era stanco, aveva lavorato dalla mattina all’alba e doveva ancora terminare alcune faccende. Per cui aveva archiviato la visione ed era tornato nel suo stanzino.

Aveva ripreso a lavorare, seduto chino sulla vecchia sedia scricchiolante ma non era riuscito a smettere di pensare a quella visione. Un lieve sorriso era sfuggito alle labbra screpolate e ormai prive di sentimento del vecchio Scrooge.

Ogni tanto alzava lo sguardo verso l’altro ambiente. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che dalla sua scrivania era impossibile veder cadere la neve. Forse aveva addirittura smesso di nevicare, forse la temperatura era salita e, non potendosi più formare il cristallo candido e delicato, l’atmosfera umida della città aveva generato una nebbia densa e allo stesso tempo impalpabile.

La porta dell’ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d’occhio l’impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere e documenti urgenti. La bottega era composta di tre ambienti e il suo ufficio dominava sia lo sgabuzzino dove lavorava il suo impiegato, sia lo spazio dedicato a ricevere i clienti. Quella sera l’ambiente era miseramente vuoto e silenzioso. Per evitare che il suo impiegato passasse il tempo a girarsi i pollici, gli aveva affibbiato l’ingrato compito di fare delle copie di tutti i documenti che riteneva importanti; una sorta di assicurazione contro gli eventuali incidenti a cui un foglio di carta poteva incorrere.

Scrooge aveva inforcato i piccoli occhialini dalla montatura metallica e aveva tentato di leggere il grosso faldone che aveva davanti a sé ma la mente continuava a ritornare alla visione di pochi minuti prima.

Conosceva bene quel visetto tondo. Era quello della sua nipotina Ersilia. La bambina più dolce che lui avesse mai visto e conosciuto. Intelligente e arguta, nonostante la tenera età, l’unica fiammella che era stata capace di scaldare il freddo circuito sanguigno che lo manteneva in vita. Peccato che quel piccolo fiore primaverile gli era negato alla vista. I genitori lo avevano allontanato da lei per paura che la sua influenza potesse danneggiarla, traumatizzarla, incattivirla. Non volevano che la piccola Ersilia conoscesse il mondo con gli occhi avidi, freddi e calcolatori dello zio.

Eppure lui si riteneva nel giusto e credeva che il suo modo di pensare potesse salvarlo dalla vulnerabilità a cui tutti quanti erano esposti. Voler bene, amare, essere disponibili verso il prossimo, erano debolezze che lui non poteva permettersi. Aveva faticato una vita per avere ciò che possedeva e non voleva perderlo; aveva paura di perderlo, era terrorizzato che gli venisse portato via.

Scrooge si raccolse nel vecchio maglione bucato che indossava. Un brivido improvviso lo aveva scosso fin nelle viscere. Si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela che teneva accesa sulla scrivania. Aveva freddo. Non poteva crederci ma, aveva freddo.

Era bastata quella fugace visione per scaldare un corpo che mai aveva percepito il minimo tepore. Era bastato quel visetto tondo e innocente per forare il ghiaccio delle sue arterie, per accendere il suo vecchio cuore impigrito, per fargli provare un brivido tanto profondo da farlo intirizzire.

Scrooge si rese conto che qualcosa era cambiato dentro di sé. Gli occhi socchiusi del vecchio si voltarono a osservare la bottega, il commesso indaffarato a copiare le carte che gli aveva affidato, il vecchio pendolo che ormai segnava le tre e mezza, la nebbia… fu colto dal panico. Spalancò gli occhi e inspirò rumorosamente. Il commesso sollevò lo sguardo per un attimo e subito lo riabbassò sul suo lavoro. Scrooge sentì mancargli l’aria, boccheggiò avidamente e ebbe paura di morire lì, solo, nella sua bottega; davanti al proprio impiegato troppo impegnato, intimorito e intimidito per fare qualunque cosa e salvarlo.

Poi di nuovo i suoi polmoni si dilatarono e subito Scrooge capì che si era trattato di un semplice attacco d’ansia. Semplice e inevitabile. Inspirò lento, chiuse gli occhi e, si meravigliò nel vedersi pregare, chiedere aiuto in silenzio.

Aprì gli occhi quando la campanella sulla porta tintinnò allegramente. Aprì gli occhi e sollevò lo sguardo dal faldone che aveva davanti a sé e, eccolo lì, il piccolo Babbo Natale che aveva scorto attraverso la vetrina. La bambina che aveva saputo sciogliere il suo cuore, l’angelo che era venuto per salvarlo. Era proprio davanti a lui, a meno di un metro dalla sua scrivania e, tra le sue manine piccole e delicate, teneva stretto un pacchetto luccicante. Era un regalo… per lui. Un regalo per il vecchio Scrooge, l’uomo che non aveva più ricevuto regali di Natale da quando aveva abbandonato la spensieratezza di bambino. Un pacchetto avvolto in una carta azzurra, lucida, con dei decori in argento e un grande fiocco rosso. La bimba Ersilia gli porgeva il pacchetto con un sorriso innocente e coinvolgente.

Scrooge sorrise, si commosse, ma non si mosse dalla sua scrivania. Ricordava bene le parole di suo fratello, ricordava bene le parole della moglie di suo fratello. Scosse la testa e fece quasi per rifiutare il dono, ma l’istinto lo costrinse a sollevare lo sguardo. Là, sulla porta, c’era suo fratello, c’era la madre di Ersilia. Si tenevano abbracciati nella nebbia che penetrava pigramente attraverso la porta aperta. Sorridevano, annuivano, lo guardavano.

Scrooge si sollevò dalla scrivania, fece il giro del vecchio legno e si fermò di fronte alla piccola Ersilia. Si inginocchiò per poter vedere la bimba da vicino, allungò le mani verso il pacchetto e, lei, sorridente e felice, pronunciò le parole più belle che il vecchio Scrooge avesse mai udito in vita sua «Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»

Comments

Leave a Reply




Bookland © 2007/2009 Rivista registrata al Tribunale di Vasto (CH) il 01/10/07 con numero 118 - Codice ISSN 1973-3712 - P.Iva 02193940695