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Grazie a Edizioni XII per la simpatia e la disponibilità.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Diario pulp
Autore: Strumm
Editore: Edizioni XII
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8895733029
ISBN-13: 9788895733029
Pagine: 274
Edizioni XII mi invia un plico con quattro libri. Io al solito apro, controllo i titoli, butto un occhio alle copertine, tocco la carta, un altro occhio alle quarte, alle dediche, al nome degli autori. Annuso i dorsi, carezzo i perimetri, immagino la storia.
A Diario Pulp non ho saputo resistere sin dal primo istante, tant’è che adesso che me ne sto qui a meditare cosa scrivere a riguardo, mi concedo d’esser meno rigida nell’esposizione e più concreta persino nella postura sbragata che assumo davanti al pc; non ho saputo resistere all’afferrare Diario Pulp e a mettermi alla lettura, non perché io sia una persona che si ferma ad una bella copertina o perché la copertina del libro in questione è una di quelle particolarmente stuzzicanti a fini commerciali, ma l’attrazione che provo sta tutta nella mescita degli ingredienti che fanno di questo lavoro un capolavoro e di questo autore, al secolo Strumm, un autore che mi vien voglia di conoscere di persona. Infatti leggo la quarta e mangio esca, amo e lenza. Mi tuffo con la faccia dentro al libro e non ne esco se non per prendere periodicamente il fiato perché il tanfo dei cadaveri si sente sino a qui.
Diario Pulp è una lettura riservata tanto a chi ha lo stomaco forte per costituzione che a chi ama il brivido passeggero procurato dalla repulsa per le situazioni lette e l’adrenalina da impatto; è una lettura per chi ama le storie pulp/trash in stile “la banda della Magliana” – tanto quella televisiva della serie tv targata Sky Romanzo Criminale, che quella che ha preso vita sulle pagine dell’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo – e si coordina perfettamente a Trainspotting, Arancia Meccanica e ad un filone violento riconducibile qui in Italia ai vari film “poliziotteschi” – genere in voga nel nostro cinema all’altezza degli Anni ‘70 e ‘80 del Novecento. Perché leggere Diario Pulp? Persino io che tendenzialmente sono una sentimentale, non ho avuto dubbi e alla domanda «Perché leggere Diario Pulp?», mi sono risposta: «Perché sarebbe un delitto non farlo…»
La risposta non è solo una parafrasi di Hitchcock o chi per lui; è un dato di fatto sicuro, ma è anche l’anticipazione di quello che è in fondo il fil rouge di tutto il romanzo: il crimine – il crimine ambientato a Roma, la mala più burina e lercia; una fauna di tizi loschi e puttane, di killer spietati e prezzolati soffia, di capi intoccabili e lotte intestine per spaccio, prostituzione e gioco (in altre parole il potere…), di gente che sparisce d’improvviso e che spesso finisce a pezzi in un congelatore; di bari e fessi da spennare, di personaggi al limite del comico se non fosse che sono dei cinici bastardi che sparano in testa alla gente su “ordinazione“.
Ho amato Diario Pulp dalla prima all’ultima pagina e per una serie infinita di ragioni. Cerco in questa sede di riassumere quelle più pertinenti all’analisi che faccio di solito di un libro appena letto.
Linguisticamente il testo è ineccepibile. Ci rivedo dentro tanto Pasolini – all’incirca quello di Ragazzi di Vita – ci rivedo dentro Moravia e persino il Carlo Emilio Gadda di Quer Pasticciaccio…, perché oltre alla freschezza della lingua bassa e popolare e all’effetto pastiche che si viene sapientemente a creare, nel romanzo esplode il concetto di romanità irriproducibile altrove, non sintetizzabile in laboratorio, non diversamente concepibile se non nei termini qui esposti, con l’intensità qui determinata e la violenza con cui ci disegna una Roma bellissima e pericolosa.
Il fascino barbaro e un po’ tamarro di questo libro sta anche in questo; parlo di quello che passa più esplicito e violento – come una sberla in pieno volto – proprio attraverso lo strumento linguistico che eleva e potenzia l’apparato tematico e contraddistingue in maniera talmente valida e prepotente – di rara superiorità artistica e al tempo stesso di burina eleganza - ogni singolo aspetto del Diario, da farci digrignare i denti di fronte ad una pistola puntata in faccia all’eroe – o per meglio dire all’antieroe – di turno, o chiudere gli occhi dopo la deflagrazione di un colpo in faccia a qualcuno, con la paura di sporcarci col sangue partito con lo schizzo. Il Diario anche da un punto di vista narrativo è inattaccabile. Ben concepito, altrettanto ben realizzato, sta tutto in perfetto equilibrio – talmente tanto che ci viene da chiederci A: «Ma l’Autore che prodezze giornalistiche sa fare?» e B: «Ma l’Autore, è uno sul serio della Mala?».
Il congegno migliore poi, risiede a mio avviso tanto nella costruzione narrativa a episodi, che nel fatto che a parlare siano i protagonisti rigorosamente in prima persona, alternandosi al microfono, – o meglio alla penna – dosando cinismo – spesso oltre i limiti del macabro e del truculento – umorismo – si ride fin quasi a soffocare… per la serie (come scritto nella presentazione del libro) una risata ci seppellirà… – e che ad ognuno di loro siano abbinabili una morale ed una retorica personale ed interpersonale di assoluto pregio.
Il Diario è principalmente la storia di Sellero e Zecchinetta, ma è anche la storia di una ricca fauna più o meno criminale, – e il meno è solo un riferimento eufemistico usato in senso lessicale lato – scelta con cura e mai senza l’accompagnamento di un ricco campionario di affascinanti metafore zoomorfe che ne chiarisce caratteristiche e pertinenze (accomunando le caratteristiche di animali sgradevoli, pericolosi e quant’altro, alle facce altrettanto sgradevoli, pericolose etc. etc., delle persone citate, aumentando così a dismisura l’effetto di rappresentazione ed evocazione), e di un appendice di tipo antroponomastico che chiarisce l’origine di nomi e soprannomi dei residenti di questa città criminale assurda che non è poi così sotterranea come si potrebbe erroneamente credere.
Un plauso alla fervida mente che sta dietro a tutto il congegno estremamente pulp di questo romanzo. Un plauso a Strumm.
Adg.
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