Scrivere. Perché?
Per intrattenere e per mandare un messaggio. Sono due cose che viaggiano insieme, secondo me. Non mi piacciono le opere belle da leggere, ma prive di contenuti concreti. Così come non mi piacciono i “manifesti” noiosi. Secondo me ogni forma d’arte dovrebbe essere “militante”: dare buone sensazioni all’utente, ma anche comunicargli, insegnargli qualcosa
Scrivere. Cosa?
Si può scrivere di tutto e su tutto. E possono scrivere tutti. L’importante è avere qualcosa da dire. Il mio primo romanzo, Burned, svela un mondo “nascosto” e mistificato, cercando di portare alla luce la vita reale dei ghetti del mondo, al di là della pubblicità dei grandi tour operator internazionali che vorrebbero descriverci alcuni luoghi come “paradisi”. Paradisi per chi? In futuro vorrei approfondire questo discorso.
Tu come scrittore. Chi sei e come ti poni?
Sono una persona che ama scrivere, e magari essere letto e capito. Quando un lettore mi dice “Dal tuo libro ho capito questo, ora m’interessa quest’altro ecc”, ho compiuto la mia missione! Mi piace indagare argomenti fuori dal senso comune per mostrare come la realtà sia ben altra cosa rispetto alla “finzione della realtà” a cui il nostro mondo ci costringe.
La penna per te corrisponde a…?
Un’arma per combattere il pregiudizio e la superficialità. Bisogna dire la verità.
Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Non cambia molto. Scrivere è sempre un piacere ed un’opportunità. E’ chiaro che un conto è scrivere un diario segreto, un conto essere pubblicati, ma chi ama davvero scrivere, vuole essere letto. Come per la musica, il cantante è quello che va sul palco, non quello che canta nella doccia!
Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Non saprei davvero. Credo “chiaro”, perchè non amo i bizantinismi; “pragmatico” perchè vado al sodo, senza diluire inutilmente la trama in mille rivoli; “fluido”, perchè faccio di tutto per rendere la lettura scorrevole.
Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
La storia è ambientata in Giamaica, nel ghetto di Kingston, nel business del “reggae” moderno. C’è chi ha una visione del reggae esotica, chi crede sia tutto marijuana e “one love”, chi crede sia una musica da hippies. Niente di tutto ciò. Il reggae nasce nelle strade dei sufferrah, dei poveri, e si nutre di quello: povertà, criminalità, sofferenza. Ma anche speranza e fede in Dio, Jah Rastafari. Io cerco di dare uno spaccato realistico di tutto questo. In un romanzo, un’opera di narrativa frutto della fantasia, non un saggio o un catalogo.
Chi ama o ha già una conoscenza del panorama musicale giamaicano, apprezzerà Burned perchè gli fornirà un nuovo punto di vista.
Per chi è nuovo della materia, sarà un’occasione piacevole per allargare i propri orizzonti culturali e capire chi era davvero una delle più grandi star di sempre: Bob Marley. Un simbolo spesso viene travisato, bisogna ricondurlo alla sua dimensione reale.
Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Non seguo modelli preimpostati, o almeno non lo faccio volontariamente. Mi lascio influenzare da tutto ciò che leggo, osservo, ascolto, faccio. Avere una tecnica particolare e già confezionata, secondo me, fa perdere naturalezza alla scrittura. Bisogna fare quello che serve per scrivere qualcosa di piacevole, in modo da dare un buon messaggio. Tutto qui.
Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Possono scrivere tutti quelli che hanno qualcosa da dire. Poi bisogna saperlo dire in un modo “artistico”, in modo che la gente possa provarne piacere. La distinzione tra scrittura d’occasione o per mestiere non la vedo: secondo me è un mix. Si scrive per dire qualcosa che viene da dentro, poi lo si sistema per presentarlo all’editore e cercare di vendere il libro. C’è sia ispirazione che sforzo, sia immaginazione che lavoro concreto e faticoso.
Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Le critiche mi piacciono, soprattutto quelle negative, perchè indicano la via da seguire per correggere eventuali errori.
In ogni modo, una volta che l’opera è pubblicata, non la rileggo più, o almeno tento di non farlo! Altrimenti, essendo ipercorrettivo, vorrei strappare ogni foglio e riscriverlo! Quando il libro è pronto, lo affido agli altri. Io ho già fatto il mio e non m’intrometto più. Eventuali critiche le faccio mie per la prossima volta.
Sito web dell’autore: www.burned.jimdo.com – www.myspace.com/maurocard
parole sagge!
Bravo Mauro
Posted by patrick | 3 gennaio 2011, 23:35