Recensione di Livio D’Addario
Titolo Soffocare
Autore Palahniuk Chuck
Prezzo € 8,80
Dati 2003, 279 p., brossura
Traduttore Colombo M.
Editore Mondadori (collana Piccola biblioteca oscar)
Chuck Palahniuk è, anche a detta di un’eminenza letteraria come sir Bret Easton Ellis, uno dei più grandi scrittori viventi. Autore di culto dal successo raggiunto con “Fight club” (1996), suo primo libro, con annessa omonima trasposizione cinematografica, specie negli ultimi anni ha continuato a sfornare un titolo dopo l’altro (“Rabbia”, “Cavie”, “La scimmia pensa la scimmia fa” sono solo gli ultimi nomi) tutti meritevoli di nota, eleggendo e fissando il suo stile scientifico e crudo sino a farsi paradigma di generis. Non imitabile facilmente. Mai da mente umana quieta, mancante del nervosismo del genio. Palahniuk è nervoso. Come una vena tesa che si disegna nel braccio, sai che sfiora le corde dell’anima fino a farle vacillare.
Palahniuk è spietato. “Soffocare” del 2001, forse rimane il suo capolavoro ineguagliabile. Attraverso storie di disperati che incrociano qualsivoglia fantomatica e grottesca leggenda metropolitana aggirarsi per le strade in carne e ossa, il protagonista porta avanti una vita insostenibile, ogni sera va in un ristorante e finge di soffocare perché uno sconosciuto si precipiti a salvarlo e faccia le sue donazioni perché così possa continuare a pagare le costosissime cliniche della madre, Victor Mancini, questo il suo nome, fallito ex studente di medicina, intanto c’ha un lavoro che lo costringe a dover vivere nel ’700 e soprattutto è un sesso-dipendente, una dipendenza come un’altra, cui il protagonista si prostra per sfuggire all’immane dolore umano. Attraverso le dipendenze si sfugge a sé stessi e a ciò che si conosce, “Soffocare” è soprattutto una critica feroce e spietata a tutto il vivere moderno, concetti nudi e crudi nascosti tra immagini piene di ironia e inverosimiglianza. Lo stile vorticoso del libro s’arrampica per le pagine, tra donne in carriera che cercano avventure nei bagni degli aerei, e studentesse che si fanno violentare per finta, diventa una critica specie a quell’America dove dio-denaro ha abbattuto e livellato le distinzioni tra vero e finto.
Il cuore pulsante del libro gronda così: “Le medicine cosmetiche, gli antidepressivi e i farmaci che ti stabilizzano l’umore curano solo i sintomi di un problema più grosso. Le dipendenze sono solo uno dei tanti modi per curare lo stesso problema”.
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