Scrivere. Perché?
Per condividere con gli altri le mie fantasie, i miei pensieri, i miei mondi interiori. Per appassionarmi, divertirmi, emozionarmi assieme ai lettori dei miei libri. Scrivere per me è un modo per mettermi in comunicazione, in relazione con gli altri, condividendo con loro una parte molto importante e molto intima del mio “Io”. E poi sono gli stessi personaggi che albergano nella mia mente che mi chiedono di essere messi “nero su bianco”. Nell’ultimo romanzo è la stessa Penelope, la protagonista, che mi ha chiesto di raccontare la sua storia. E ad una tipa determinata come lei è difficile dire di no!
Ci sono poi anche dei “non perché”, che descrivono cosa non è per me scrivere. Scrivere per me non è assolutamente un bisogno o una necessità. E’ piuttosto un piacere, uno svago, un divertimento. Se un giorno scoprissi di non poterne più fare a meno probabilmente smetterei di scrivere. Scrivere poi per me non è comunicare un messaggio, un insegnamento. Non penso di aver niente da insegnare a nessuno e non mi considero assolutamente uno scrittore “impegnato”. Il mio scopo infatti è solo quello di intrattenere e divertire. Se poi la mia scrittura lancia dei messaggi (il che è inevitabile in quanto insito in ogni forma di comunicazione umana), questi messaggi sono un qualcosa “a latere” e non costituiscono né lo scopo per il quale scrivo né l’asse portante dei miei libri.
Scrivere. Cosa?
Storie. Spaccati di realtà che mi affascinano e mi incuriosiscono. Non sono particolarmente attratto dall’introspezione e dal travaglio interiore dei personaggi ma piuttosto dalla loro dinamicità, dallo scorrere degli eventi e dal modo con il quale i personaggi si relazionano ed interagiscono con essi. E quando nei miei romanzi è presente un momento di riflessione, di introspezione non è mai fine a se stesso ma è parte del dinamismo del libro, dinamismo che in quel momento si prende un momento di respiro, una piccola pausa. Come uno scalatore che si ferma un istante prima di riprendere la sua salita.
Proprio per questo il romanzo giallo mi ha da sempre affascinato e non è un caso se il mio primo romanzo pubblicato è un proprio giallo. Il giallo consente infatti di sviluppare in modo particolarmente avvincente l’aspetto dinamico delle relazioni umane, la loro intrinseca fluidità. Penelope Guzman è un’investigatrice che nel corso delle sue indagini si trova immersa in questa realtà in continuo cambiamento. Una donna turbata ed allo stesso tempo affascinata da questo scorrere delle cose, dalla loro intrinseca mutevolezza. Una donna che accetta la sfida che la realtà quotidianamente le pone, che accetta le vittorie e le inevitabili sconfitte.
Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono approdato alla scrittura in tempi recenti. Effettivamente già a 12 – 14 anni, stimolato dalla lettura dei “Gialli per ragazzi” della Mondadori, avevo iniziato a scrivere dei gialli, delle storie. L’adolescenza prima e l’età adulta poi mi hanno allontanato da questa passione, da questa parte così importante della mia personalità. E’ solo da pochi anni che, stimolato da mia moglie, ho ripreso in mano la “penna” ed ho ripreso a scrivere.
Chi sono quindi? Uno scrittore esordiente che si propone al grande pubblico. Come mi pongo? Con umiltà e con la consapevolezza che è solo il pubblico, il grande pubblico il vero giudice dei miei lavori. Solo i lettori infatti hanno tutti gli strumenti ed il necessario distacco per apprezzare ciò che scrivo. Credo che il giudizio del pubblico possa quindi essere sì duro e magari difficile da accettare, ma che sia sempre e comunque un giudizio “giusto” e come tale vada accettato, rispettato e soprattutto “metabolizzato”.
La penna per te corrisponde a…?
Un computer portatile con le lettere sui tasti oramai illeggibili. E meno male che hanno inventato i PC, la mia grafia incomprensibile sarebbe stato un ostacolo forse insormontabile alla mia carriera di scrittore!
Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Prima di iniziare a scrivere vedevo il mondo della scrittura come una realtà molto lontana e distante. Una sorta di monte Olimpo dal quale gli scrittori scrivevano e poi attraverso i libri condividevano con noi mortali le opere del loro ingegno.
Entrando in questo palcoscenico mi sono reso conto di come questa immagine fosse distorta, irreale. Nel mio essere scrittore c’è sì il momento nel quale scrivo e sono preso dai miei mondi interiori, dalle mie fantasie. Ma c’è anche il momento nel quale vado a fare la spesa, quello dedicato ad una bella passeggiata con mia moglie, c’è la serata passata con gli amici o rilassati alla tv a guardare Lost, ecc. Ed in quei momenti non penso ai miei romanzi o a Penelope. In quel momento vivo nel mondo “reale”, quello dove viviamo tutti. Senza questo continuo contatto con il mondo “reale” non avrei materiale per dare corpo e forma alle mie fantasie e quindi per scrivere libri.
Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Fresco, musicale, elegante
Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Il romanzo ruota attorno ad uno strano caso che si presenta all’attenzione di Penelope Guzman, un’investigatrice privata che vive e lavora in una cittadina degli Stati Uniti. Un caso frettolosamente archiviato dalla polizia locale ma che presenta ai suoi occhi alcuni aspetti strani e contrastanti. E sono proprio questi aspetti, queste contraddizioni che affascinano la nostra eroina e la spingono ad indagare, a scavare a fondo. E andando avanti nelle indagini le contraddizioni, le incongruenze non solo non si chiariscono ma al contrario tutto si ingarbuglia sempre di più. E Penelope si trova di fronte ad un rompicapo, un difficile rebus la cui soluzione sembra un momenti a portata di mano ed un istante dopo sempre più lontana ed irraggiungibile.
Un rebus dove orbitano tre distinti microcosmi destinati ad incontrarsi. Ed a scontrarsi. Il primo è un avvocato di mezz’età, Henry Baldwin. Un tipo mite e cortese, conosciuto nel suo ambiente più per i suoi insuccessi professionali che per i suoi trionfi. Un uomo che si rivolge a Penelope chiedendo il suo aiuto. Il secondo è Michael Spoonish, coetaneo ed amico di Baldwin, dalla personalità strana e contorta. Alterna momenti di fredda lucidità ad altri di istintiva ed incontrollata violenza. Il terzo uomo infine è un tecnico informatico, Henry Winkler, collega di lavoro di Spoonish. Giovane e di bell’aspetto Winkler è apparentemente la vittima sacrificale, il terzo vertice di un triangolo oscuro e contraddittorio. Tutta la storia ruota attorno a questo triangolo. Una difficile ed intricata partita con i tre protagonisti inconsapevoli attori di un dramma dalle tinte fosche. Dove niente è come sembra, ma tutto alla fine è come è sempre stato.
Perché acquistarlo e leggerlo? Per curiosità, soprattutto. Lette poi poche pagine alla curiosità si aggiunge il fascino e l’interesse. Penelope ha la capacità di “prendere” il lettore e di appassionarlo alla storia, accompagnandolo e tenendolo con il fiato sospeso sino alla fine del romanzo. Perché poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale? Per rileggerlo dopo pochi mesi, in attesa che esca il secondo romanzo della serie!
Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Non utilizzo particolari tecniche di scrittura. Mi limito ad osservare il dipanarsi della storia nella mia mente ed a tradurre le immagini, i suoni e le sensazioni in parole. Quindi rileggo confrontando le parole con quella fantasia. Se c’è discordanza con essa modifico le frasi, i discorsi, le parole sino a quando le due cose non coincidono.
Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Nessuno sforzo d’immaginazione. Se dovessi sforzarmi per inventarmi cose da scrivere mi passerebbe rapidamente la voglia di farlo. La scrittura è per me un mezzo per interfacciare le mie fantasie interiori con il mondo esterno. Lo potrei fare con una canzone, un quadro, un film… ma sono uno scrittore e lo faccio con le parole.
Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Sì, c’è un momento nel quale lascio andare via l’opera. A quel punto diventa patrimonio del lettore. Ed a quel punto anche io divento un lettore, proprio come gli altri. Ognuno infatti quando legge un libro lo arricchisce con la propria esperienza personale, il suo mondo interiore. Ed io ascolto queste esperienze, queste elaborazioni con molto interesse. Sono proprio queste elaborazioni, queste riflessioni, questi feedback che mi aiutano a crescere come scrittore ed ad incorporare parte di queste riflessioni nei miei prossimi romanzi. Romanzo che quindi, almeno in parte, sono scritti anche d tutti i “fan” di Penelope che con i loro messaggi mi aiutano a definire sempre di più la nostra “eroina”.
Non rimango quindi particolarmente colpito o ferito da critiche negative e taglienti. Reputo a volte inutili le critiche “distruttive”, cioè focalizzate unicamente ad evidenziare quello che non va senza porre minimamente attenzione alle cose che invece giudichiamo belle ed interessanti. E’ un approccio ad un libro (e più in generale alla vita) che non è il mio, un approccio che impoverisce ed intristisce la persona che lo adotta come stile personale di vita.
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