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I vostri racconti

Storie di Gorrostrai – Racconto

Racconto di Mauro Loi

Freddo e salita, lungo il viale, sopra i sassi tritati di grigio e nero che cricchiavano sotto i nostri pensieri nel silenzio della giovane sera. Pigra la processione oramai non più composta, un serpentone asmatico che dalla biforca de sa “funtana arrubia” di sbieco ai campi di cardi fino alla croce dinnanzi al camposanto, seduto lassù a contatto col cielo, arroccato alle spalle della chiesa. Quando mai un sepolcro è stato messo in cima al paese? Quasi a dominare ed incutere terrore ai propri paesani.
Nuvole bluastre sparpagliate per aria nel firmamento cenerino, sfibrate dalla punta del campanile di Sant’Isidoro. Passi lenti fra gli odori di cipresso bagnato e rivoli d’incenso con il maestrale da dietro, penetrando le vesti, ad asciugare le carni, fino a pizzicare le ossa e intontire le tempia.

Omini col bavero alzato e la berritta calata, pantaloni di nero orbace con braghette ben abbottonate come nei giorni di festa, e con le orecchie acuccuciate a bordare le rosse guance avvinazzate dal pranzo domenicale. Certo non un brodino di pollo con le carote e le verdurine, non un semolino. Ahiò! Brodo sì, ma affogando un agnello castrato in dolce compagnia di rosse patate. E dopo lenta e lunga cottura riversarlo fumante nei bianchi piatti concavi, con fresco formaggio caprino spartito in piccoli pezzi. E quelle magre costole d’agnello, asciutte, sgrassate, con la polpa staccata, vaporose. Eppoi i rasoi, con i manici d’osso, aperti a scrocchiare in due parti uguali, assimetriche, il porchetto di latte sdraiato su bianchi cuscini di pane abbrustolito e ciuffi di verde mirto. Spostando con il gomito i ragazzini che bisticciano per prenotarsi la coda secca e non più arricciata.
Questo per i più è stato il contenuto del pranzo. E chi non ha potuto permettersi carni in abbondanza ha avuto con gli altri in comune un elemento aggregante: un bicchiere di liquido arraso, rosso violaceo, tallonato da un altro e un altro ancora. Magari un po’ spunto, allungato. Fa niente, l’importante è alzarsi con la mente più leggera, libera dai duri pensieri.
Ma ora in quella salita si sente tutto quel liquido risaccare nello stomaco, borbottare e scendere fin sotto comprimendo la vescica fino alla punta dell’estrema carnalità, in attesa di gettarsi caldo ai piedi di un alto cipresso dietro le mura.

Femmine col muccadore nero inghiottite dallo scialle, solo gli occhi affacciati, per lo più scavati, neri e lucidi, tristi o rassegnati, striati dal vento. Peppina Basolu, sciancata, appoggiata al braccio di comare Maria, fiatava sottovoce, sospettosa, malalingua per tutta la via crucis.

“Ave o Maria gratia plena…
- Guarda chi si vede! Comare Giuseppina.E come sta zietta Peppina?
- E’ invalida, nel fondo di un letto, mischina! Prima i nipoti l’ hanno adorata, la zia Peppina cara, poi hanno mangiato velocemente a quattro ganasce tutta l’eredità di Ziu Balliccu sa bonanima ed ora la tengono chiusa nella sua camera a pane acqua e semolino e nel comodino l’immagine di Nostra Signora di Bonaria di Callari con in mano il bambino. In attesa della sua resurrezione.
- Oh Gomai, E quella chi è?
- Eh, non la conosci! E’ la figlia di Gioacchino Pillola, il fratello del prete di Serargiu, Don Brunzu manulonga, quella che si è sposata con Bastianu, il primogenito di Sisinnio, …non quello zoppo, quell’altro, il grande, che prima stava con la figlia del notaio Putzolu, e quando è morta si è subito risposato.
- Quella è! Me la ricordo piccola, Andreina Pillola. Come passa il tempo.
“Ave Maria gratia plena Dominus tecum…
- Chi è morto? – Le voci di tre forestieri lungo l’itinerario mortuario spezzavano la ninna nanna cerimoniale.
“Santa Maria, mater Dei, ora pronobis peccatoribus…

Don Appeddu si fermò un lungo istante sollevando lo sguardo verso l’ultimo tratto di strada da percorrere, una ripida aggrappata. Giusto un attimo, una frazione, per deglutire nella schiena un brivido e ripartire col piede destro, arrampicandosi, con il bastone spostando di tanto in tanto la tunica, nera sottana.
“Benedica tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sentiva qualcosa risalire dal cunicolo dell’esofago fino alla gola. Quell’alza e scendi dei ravanelli impastati alle olive di Gonnos, fatte in salamoia. Alza e cala, una miscela gassosa ristagnava tra i miasmi della malvasia incrociata con il nuragus, tracannato insieme a rossi gamberoni arrostiti con aglio e prezzemolo, e quel gas cercava una via d’uscita, di sotto, di sopra, da qualsiasi parte. Come una locomotiva a vapore. Il reverendo con accorta abitudine soffocava i rutti acidi gonfiando le guance rigate di rosse venature, e soffiava all’improvviso infette alitate sulla croce lignea, dove un piccolo Cristo a digiuno, col capo piegato sulla destra, lo guardava in silenzio. Erano anni che Don Antonio Appeddu evitava quello sguardo sofferente, quella forza che era ammonimento, che racchiudeva solidarietà, partecipazione, umiltà, giustizia. A Gorrostrai in molti si erano allontanati dallo spirito di quel figlio puro che tentavano di comprare con le offerte ! domenicali, con le messe officiate per i trapassati, o riempiendo la canonica di fiaschi rossi e bianchi, o le tavole di amaretti, pan’e sapa, guettus, mustazzolus, piricchittus. La sostanza della loro fede era in un segno della croce con la mano destra quando passavano davanti alla chiesa, al camposanto, o alla fonte della Madonna. Ed erano quieti e sicuri, con la coscienza consacrata, che un giorno un posto in paradiso, seppur piccolo e defilato, lo avrebbero avuto.
“ora pronobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostrae. Amen

C’ero anch’io quel giorno, in quel quadro dipinto da un branco di lupi, tra baleni all’orizzonte, domenica 23 dicembre, Santa Vittoria, ad onorare, si fa per dire, Sisinnio Basolu, scomparso in due giorni, inaspettatamente, tra il dolore dei pochi che in vita lo avevano amato e i molti che lo avrebbero amato da morto. I pochi erano due estranei al suo sangue, come a Gorrostrai spesso avviene, entrati nella sua vita dopo che nel paese aveva disseminato fiele e avversità, messo a coltura inimicizia. Nella sua vita, all’improvviso era apparso per la prima volta il vuoto, all’indomani della morte della compagna, venti anni più giovane, morta tra le sue braccia in strazianti e lunghi patimenti, di mal sottile e morbo gallico. La moglie, Costanza De Santis, più ricca di moneta che dotata di bellezza, lo aveva buttato fuori di casa dopo sedici anni di matrimonio era stata una tortura costante.Tre figli e mezzo patrimonio scialato nelle bettole del porto di Call! ari e nei bordelli attigui, o inghiottito dalle tasche delle amanti adottate a distanza nei quattro punti cardinali dell’isola. Il giorno dell’addio, Costanza con le pupille rosso fuoco, distaccate dal volto, gli aveva spolmonato con la bava alla bocca : -”Prima di tornare con te, meglio morta!!”
E aveva ragione, piccola bocca Santa. Sisinnio Basolu non fece più in tempo a rimettere piede nella lolla di casa De Santis, ad attraversare l’antico portale, che a donna Costanza venne un colpo al cuore, istantaneo come un fulmine. Arrivederci a tutti e tanti saluti ai suonatori.
Joachino Pistis e Doloretta Corrias con lacrime in gola rendevano ultimo omaggio al quel padre non carnale, che troppo tardi avevano conosciuto, forse per loro fortuna. Un saluto commosso come neanche Sisinnio si sarebbe aspettato, lui che ai funerali andava sempre ma in chiesa non entrava, per allergia ai sacramenti e ai prelati, e non si toglieva la berritta neanche quando la salma incassonata gli passava orizzontalmente all’altezza del bacino.
Ma questa volta caro Sisinnio ci sei entrato in pompa magna nella chiesa del tuo paese, ed in silenzio, parallelamente al piano, dal portone principale, per avere da lontano una estrema unzione. Per sentire dal pulpito di legno, a destra dell’altare, sotto il vigile sguardo di S. Isidoro, il sermone di padre Appeddu che liberandosi dall’aria, tra una scorreggia e un pater nostro, si è vendicato di un anima perversa, che gli stessi peccati possono essere sì perdonati, ma solo quando benedetti da chi per mestiere usa con abilità il testamento e l’aspersorio. Eterno riposo dona loro o signore e risplenda perpetua …Amen!

La cassa di legno scese, altalenando, sorretta da due grosse funi, scure all’estremità, fino a sedersi scricchiolando nella stretta fossa scavata di fresco. Addio Sissinnio Basolu fù Pasquale nato a Gorrostrai sessantadue anni fa, di mestiere ai più ignoto, padre di tanti figli e di nessun erede. Col singhiozzo di Doloretta e gli occhi tersi di Joachino che in vita e nel letto di ferro nero ti hanno amato, senza secondi fini. E tanto ce ne sarebbe da dire e da ridire. Voi due, non come noi altri, ossa secche di Gorrostrai, che siamo dietro la cassa da morto spinti da compositi motivi e non tutti sani. Chi per una cosa, chi per un altra, stiamo approfittando di te, finalmente per la prima volta, per i nostri affari. Sospetto che continuerai a rompere i coglioni a molte vite, spaccherai definitivamente il cuore a qualcuno in incubi notturni periodici. Ti ringrazio di essere morto Sisinnio Basolu, non che c’è l’avessi con te, ma per poter vedere il mio bra! mato e infattibile amore ho dovuto aspettare un anno, che qui a Gorrostrai paese di vecchi, nessuno è più disposto gratuitamente a morire. Almeno tu lo hai fatto. A ritrovarti nel cielo. Anche se sarà difficile.

Quel pomeriggio, mentre il palcoscenico mortuario lentamente faceva posto a un crepuscolo color tenebre, per un istante i suoi occhi incrociarono i miei. Quell’ azzurro sedimento di mare in acque tranquille, dolce brezza nell’agitarsi dei miei pensieri, fresche lenzuola di lino, bianche inamidate. Quegli occhi che porterò per sempre dentro il mio cuore, tra le vie del mondo, custodite tra i più nobili affetti, incartati nel mio sudario, fonte di speranza e di coraggio. Non c’èra sorriso quel giorno nel suo volto, ma bastò quel suo sguardo per far sorridere il mio cuore, per mandare in parapiglia le mie viscere, dilatare le mie vene. Giurai al cielo, disperdendo una gravosa lacrima in quella terra fredda dei morti, che un giorno l’ avrei accarezzata, imboccando le mie dita tra le sue chiome vellutate di neri capelli, e sdraiato sotto una quercia dal profumo di sughero secolare, con le mie parole avrei riscaldato i suoi sentimenti come brace di leccio in un ca! mino d’inverno.
Inseguendo la traccia dei tuoi occhi ti avrei cercata nelle grotte più buie, sfidando i briganti del passo “de sa furca”, tra i campi di carciofo, attraversando a piedi nudi rio Mannu, giù nella gola tra il profumo dei corbezzoli e i cespugli di mirto. Avrei sellato Lamp’e Ferru tenendolo stretto alle redini nella discesa di Gennamari, libero verso l’ampia pianura, correndo ancora più forte, a spezza collo, oltre il nuraghe di Iosa, fino ai ginepri delle bianche dune di Kala Sisinne. Laggiù seduto su uno scoglio con la luna riflessa nell’alta marea avrei aspettato farsi giorno, quando i primi fasci luminosi dell’alba perlano d’oro le creste dell’ onda. Avrei aspettato fino a cent’anni, con la barba bianca, fermo e in silenzio, il tuo ritorno nelle stanze vuote della mia anima.
Lentamente quella sera l’ho persa di vista tra gelide croci di marmo e di consumato legno, tra fiori appassiti. Nel freddo di un camposanto. Inutilmente ho sollevato la testa, il collo sempre più in alto, voltandomi a destra e a sinistra. Più nulla, ancora una volta sparita dal mio paesaggio.
Solo un attimo più in là, un centimetro dopo, in fondo alla strada, dove i cipressi si incontrano, la vidi salire in una nera carrozza trainata da bruni cavalli.
Una frustata ti portò via lontano da me, lasciando nell’aria polvere bianca mista a tristezza.
Quanto ti ho amato Francesca Lepori, dolcezza mia. Un’eternità.

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One Response to “Storie di Gorrostrai – Racconto”

  1. Mi è piaciuto questo scritto. Si è sentito il profumo ed i colori della Sardegna.

    Posted by Marco | 11 febbraio 2009, 10:31

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