Racconto di Arcamone Angelo
Titolo Delicatesse
Lo stabile era stato ristrutturato e nessuno mai avrebbe potuto riconoscervi la costruzione diroccata che c’era in quel luogo solo cinque settimane prima. Le pareti, le finestre e le porte, erano state tinteggiate con colori tenui, e lo sterrato dinanzi all’entrata era stato ricoperto di ghiaia e adornato di vasi fioriti. Sull’insegna, larga quanto il fabbricato, figurava in nome del ristorante – Delicatesse – e centinaia di piccole luci colorate ne delineavano il contorno. L’arredamento interno era un connubio tra classico e moderno. Tavoli, lampade e svariati soprammobili sembravano essere stati accostati casualmente e in tutta fretta, senza uno stile apparente. Soltanto i clienti dotati di un animo particolarmente fine avrebbero potuto scorgere nel caos delle forme e dei colori un armonioso legame, frutto di un’attenta e sapiente collocazione degli oggetti. Il personale di sala, rigorosamente multirazziale, indossava un’assisa cremisi, simile a una tunica nel taglio e di un tessuto molto pregiato. Ambedue i sessi portavano i capelli molto corti e non erano consentiti monili, fatta eccezione per le collane di platino che il Maitre e due Chef de Range sfoggiavano con velato compiacimento.
Matteo e Paola ricevettero un cordiale saluto di benvenuto da una giovane donna preposta al ricevimento. Aveva gli occhi cerulei, una rarità tra le persone originarie della Mongolia. E subito dopo furono accompagnati a uno dei tavoli liberi da una hostess di sala dal corpo flessuoso, l’unica a non indossare la tunica.
- Che te ne pare di questo posto? – domandò Paola al suo accompagnatore.
L’effluvio di rosa che aleggiava intorno al suo corpo la stava inebriando.
- È diverso dai locali già visti, insolito… però mi piace. – rispose Matteo distrattamente.
Quel posto incantato pizzicava la sua curiosità rendendolo ebbro. Una cameriera di colore si avvicinò al tavolo con molta discrezione. Aveva gli occhi nerissimi e una bocca carnosa sulla quale anche l’uomo più morigerato si sarebbe perso. Posò la lista delle vivande sulla tovaglia verde pastello e sorrise ai due commensali; poi si allontanò, ancheggiando quanto basta per ammaliare senza essere volgare. Matteo scostò con la punta delle dita un ciuffo di capelli dorati dalla fronte di Paola. Una passione remota stava riaffiorando. Un tempo erano stati amanti, senza mai innamorarsi l’uno dell’altra e soltanto quando le notti insonne trascorse a rotolarsi tra le lenzuola divennero tutte uguali, l’amicizia prevalse sulla passione. Tuttavia, entrambi sapevano che quel legame fraterno non sarebbe durata per sempre… come pure sapevano che non avrebbero potuto reprimere per sempre il reciproco desiderio.
- Con che cosa deliziamo i nostri palati? – chiese Matteo alla giovane donna.
- Decido io per tutti e due? – lo interrogò Paola di rimando mentre apponeva con un lapis dei piccoli segni accanto ai nomi impronunciabili di certe pietanze che presumibilmente potevano piacerle.
- E perché no? Hai un ottimo intuito!
La fascinosa cameriera si ripresentò al tavolo con in mano un taccuino e una filamentosa penna d’oca. I tre si scambiarono sguardi fuggevoli.
- I signori hanno deciso cosa ordinare? – domandò mentre si apprestava a scrivere la comanda.
Paola mostrò a Matteo il menù con le scelte effettuate in corrispondenza dei ghirigori in grafite, e poi entrambi le indicarono alla cameriera non riuscendo a pronunciare quei nomi di fantasia tanto strani.
- Ottima scelta! – commentò la cameriera mentre annotava sul taccuino.
In seguito si congedò con un sorriso e scomparve nella folla che gremiva la sala. Nel frattempo, il Maitre dirigeva abilmente il personale gesticolando elegantemente; raramente impartiva gli ordini a voce e comunque senza mai urlare. Talvolta bisbigliava a labbra socchiuse, palesando così una dote da ventriloquo. Su di un piccolo palco nel mezzo della sala, un uomo tozzo sfoggiava compiaciuto un vistosissimo costume da giullare medioevale più grande di almeno due taglie… Dalla bocca carnosa e livida, fuoriusciva una voce meravigliosa in netto contrasto con la figura tarchiata. L’accompagnamento musicale di una chitarra classica suonata da una giovane donna dai tratti somatici nordici, si alternava al canto, come in un intimo dialogo tra due confidenti che non si rivelano mai nello stesso momento.
- Che bella canzone! Le parole ti entrano nel cuore! – disse Paola con gli occhi velati dalle lacrime. Matteo le porse un fazzoletto di stoffa ricamato e le sorrise amorevolmente.
- Tu sei bella! – le sussurrò.
Avvolti da un’aria fiabesca, i due si accarezzarono con lo sguardo e in quel momento si rafforzò in loro la consapevolezza che quella serata avrebbe avuto un seguito tra le lenzuola… Mentre il personale di sala imbandiva la tavola lestamente, sopraggiunse anche il Maitre:
- È un vero piacere fare la vostra conoscenza. – esordì con voce pacata.
La coppia stava per contraccambiare il cordiale saluto ma il Maitre già si era proteso verso Paola. Le baciò il dorso della mano sussurrando qualcosa in una lingua sconosciuta. Lei arrossì per l’imbarazzo… poi sorrise a quell’uomo tanto galante. Matteo invece non riuscì a trattenersi dallo storcere il naso. Il desiderio di possesso esclusivo nei confronti di Paola lo rendeva geloso.
- Ho voluto aggiungere un presente per ringraziarvi di essere qui questa sera. – annunciò il Maitre mentre uno dei camerieri posava al centro della tavola una ciotola di terracotta contenente dei crostini dorati. – La ricetta è segreta… – confidò con un filo di voce e senza muovere le labbra.
- Grazie per il trattamento di riguardo che ci ha riservato! – rispose Paola prontamente.
Matteo invece esitava. Era ancora infastidito dal baciamano a cui aveva assistito poc’anzi. Tuttavia la lingua gli si sciolse non appena sentì la punta degli stivali della donna premere contro le sue caviglie da sotto il tavolo. Lei sorrise al compagno licenzioso, inclinando leggermente il capo da un lato. Lui ricambiò allo stesso modo, scimmiottando quel vezzo di gratitudine che ormai conosceva molto bene.
- Beh, se non avete altre richieste al momento, io andrei. – annunciò il Maitre.
- Nessuna richiesta. – rispose Paola. – Se avremo bisogno le faremo sapere.
- A disposizione. – concluse il Maitre mentre si allontanava da loro a grandi falcate.
Soltanto quando rimasero soli notarono che la tavola era stata imbandita con molto più cibo di quanto ne avessero ordinato.
- Ma non ci eravamo messi a dieta? – domandò Paola guardandolo con occhi maliziosi.
- Beh, magari la dieta la cominciamo un’altra volta. Altrimenti questa notte potremmo rimanere senza energie sul più bello, e sarebbe un vero peccato… – disse Matteo ammiccando.
Dopo quell’ultima allusione, ogni forma di comunicazione, estrinsecazione di un atteggiamento dissoluto, cessò: l’attenzione di entrambi si concentrò su quelle vivande e il desiderio di assaggiare ogni singolo sapore prevalse su qualsiasi altro bisogno…
Dai piatti fumanti si levavano spire di crema bianca, ornamento che impreziosiva il misto di pasta e il misto di carne. In una ciotola di terracotta rivoli di salsa aromatica ingabbiavano in apparenza insolite frittelle color amaranto di forma romboide. E una stranissima anfora in cristallo, con quattro manici, contenente un nettare rosso cremisi, emanava un profumo gradevole che inebriava la mente e inibiva il naturale susseguirsi dei pensieri. Matteo ne offrì un po’ a Paola e poi anch’egli ne mandò giù un goccio. Eccellente! Un sapore ampio, caldo e carezzevole, simile a quello del Barolo. Immediatamente si sentirono inebriati e il retrogusto amarognolo rimasto in bocca ad entrambi stimolò ancor di più l’appetito. La cena ebbe inizio con un assaggio di maccheroni, al quale seguì un altro di farfalle e poi un altro ancora di linguine. In breve tempo spazzolarono tutta la pasta presente nei due tegami ovali e senza concedersi nemmeno una breve pausa, cominciar! ono a mangiare la seconda portata: misto di carne sopraffina con contorno di frittelle e crostini. Assaporarono lentamente i bocconcini di carne per non perdersi la minima sensazione… Se fare l’amore era paragonabile ad un trionfo, quel banchetto luculliano poteva essere considerato il degno preludio di chi sta per assurgere al trono dei sensi… Boccone dopo boccone… in silenzio… senza mai commentare…
Era trascorsa poco più di un ora e la grande abbuffata ormai volgeva al termine; non per sazietà ma per esaurimento di quasi tutte le portate. Matteo e Paola ingurgitarono gli ultimi pezzetti di carne avidamente come due barboni affamati che non toccano cibo da settimane… Nel momento in cui si resero conto che non c’era più niente di commestibile sul tavolo, deposero le armi (coltello e forchetta), e rimasero in silenzio l’uno di fronte all’altra.
- Non mi sono mai sentita così piena! – esordì Paola con una voce strozzata da un rigurgito improvviso. Non riusciva a respirare…
Matteo sobbalzò per lo spavento. Stava per intervenire in suo soccorso quando si accorse che Paola aveva già provveduto a togliersi dall’impaccio, deglutendo a fatica quel bolo acido.
- Va tutto bene? – le domandò con voce seria.
- Sì tutto bene… è stato solo un momento.
Lui le sorrise e dentro di se gioì per lo scampato pericolo, poi le prese le mani tra le sue e le sussurrò:
- La notte si avvicina mon amour…
Il locale pullulava ancora di clienti. Tutti i tavoli erano occupati e lo sarebbero stati per diverse altre ore considerando che c’erano una trentina di persone (nel piazzale antistante l’ingresso) in attesa di poter cenare. L’atmosfera in sala era allegra, serena, accogliente, quasi familiare. Il cibo squisito e il servizio più che buono… Tutto insomma sembrava perfetto. Paola e Matteo si stavano accarezzando nuovamente con lo sguardo, languidi e maliziosi. Lui le sussurrò qualcosa, ma lei non comprese il senso di quelle parole. Un episodio, però, intravisto in sala con la coda dell’occhio, l’aveva distratta. Una brutta stonatura che in qualche modo la ridestò dal sogno ad occhi aperti che stava vivendo. Vide un omaccione uscire dalla cucina con un grosso sacco sulle spalle! No, non era un sacco; era un altro uomo dalla corporatura minuta. In tutta fretta il Maitre si avvicinò a loro e parlò animatamente al gigante. Quest’ultimo annuì e lasciò cadere i! l piccolo uomo sul pavimento… poi se ne rientrò in cucina mugugnando. Il Maitre (con fare particolarmente circospetto) aiutò il malcapitato a rimettersi in piedi, il tutto con apparente normalità.
- Hai visto? – domandò Paola in tono concitato.
Matteo si voltò prima da una parte e poi dall’altra senza capire a cosa si stesse riferendo la donna.
- Di che parli?
- Del Maitre, di quell’uomo enorme e di quell’altro smilzo!
Lui scosse il capo e si strinse nelle spalle. La porta della cucina venne aperta e richiusa un paio di volte dal personale che transitava da e verso la sala. Paola corrugò la fronte con aria dubbiosa: c’era qualcosa che non andava in quel posto! E sapeva che non avrebbe trovato pace fino a quando non avesse scoperto di cosa si trattava! Sussurrando per non dare nell’occhio raccontò l’accaduto a Matteo.
- Ma dici sul serio? E io dove avevo la testa per non accorgermi di nulla? – chiese Matteo sbigottito.
- Un uomo che non ti guarda quasi mai negli occhi quando ti parla, dove può avere la testa secondo te? – rispose lei sistemandosi la scollatura.
Matteo le sorrise… poi improvvisamente si fece serio e le domandò:
- Che vuoi fare ora?
Lei esitò un istante, poi rispose con voce ferma:
- Sono una giornalista… voglio… devo fare il mio lavoro!
Matteo annuì, anche se quella decisione non lo entusiasmava affatto. Quando Paola fiutava un possibile scoop diventava ostinata e niente e nessuno poteva farle cambiare idea. Amareggiato dalla piega che aveva preso la serata estrasse la fotocamera digitale dalla custodia e la porse alla compagna da sotto il tavolo.
- E con il gigante come farai? Ti impedirà di entrare – domandò dubbioso.
- Per questo mi aiuterai tu… sarai tu a farti cacciar fuori! E con un po’ di fortuna, riuscirò ad intrufolarmi all’interno durante il trambusto generale.
La coppia si scambiò una fuggevole occhiata d’intesa. Poi all’unisono si alzarono in piedi e si diressero verso la cucina. Raggiunta la soglia, Matteo la varcò deciso, mentre Paola si infilò nei bagni situati a qualche metro di distanza. In quell’ambiente angusto e scarsamente illuminato l’odore pungente di ammoniaca si intrufolò nelle narici facendola starnutire. Non avendo un fazzoletto con sé si asciugò il moccio con le mani.
- Merda! – imprecò sottovoce. – Anche questo mi doveva capitare!
Improvvisamente udì da dietro la parete lo scalpiccio pesante dell’omaccione e nel contempo parole concitate e incomprensibili. D’un tratto sentì Matteo imprecare, poi una porta venne aperta bruscamente e la voce del giovane sfumò fino a scomparire. Paola spiò immediatamente dalla sottilissima fessura della porta socchiusa. I due uomini litigiosi erano in sala. Sopraggiunse anche il Maitre in tutta fretta; proprio come era accaduto in precedenza! Il cuore le pulsava forte nel petto e nelle tempie. Doveva cogliere il momento giusto per intrufolarsi nella cucina. L’occasione si presentò quando i tre uomini nella foga dell’alterco rivolsero contemporaneamente le spalle verso la toilette. Veloce come un fulmine la donna sgattaiolò fuori dal quel luogo asfissiante, percorse qualche metro a passo svelto tenendo la testa bassa, e giunta a ridosso della porta l’attraversò senza esitare. Finalmente era dentro, ma tutto si sarebbe aspettata di trovare fuorché una s! tanza vuota! Attonita per lo stupore ebbe un momento di esitazione sul da farsi. Scrutando rapidamente lo spazio circostante si avvide della presenza di una seconda porta di colore bianco, senza maniglia, che si mimetizzava in una parete spoglia dello stesso colore. Comprese di trovarsi in una specie di anticamera. Decisa più che mai a scoprire cosa stesse realmente accadendo in quel luogo, si avvicinò alla seconda porta, l’aprì spingendola e ci passo attraverso. Solo quando la porta si richiuse alle sue spalle escludendo l’ultimo barlume di luce, si rese conto di essere avvolta da un oscurità totale. Un brivido gelido le percorse la schiena.
- Merda! – imprecò di nuovo sottovoce, a denti stretti. – Ma in che cavolo di posto sono finita?
L’aria era irrespirabile. Un tanfo di carne in putrefazione appestava quell’ambiente e, soltanto facendo appello a tutto il suo autocontrollo, riuscì a reprimere l’impulso di vomitare. Trascorse circa un minuto (il più lungo della sua vita) nell’immobilità, sperando che i suoi occhi si adattassero quanto prima all’assenza di luce. Improvvisamente brillò in lontananza un bagliore azzurrino che rischiarò le tenebre in una plumbea penombra e le permise di discernere la sagoma delle pareti, di alcune scatole ammonticchiate sul pavimento e di un carrello portavivande. Le ipotesi più fantasiose le baluginarono alla mente nel tentativo di spiegarsi che tipo di attività si stesse svolgendo in quel luogo; tuttavia nessuna la convinse abbastanza da indurla a desistere dall’investigazione. Muovendosi a piccoli passi, lentamente, cercando di non far rumore, si avvicinò all’apertura dalla quale si accedeva alla terza stanza. Udì un brusio di voci arrochite e incomp! rensibili e se non avesse riconosciuto alcuni fonemi tipici delle lingue germaniche e britanniche, avrebbe creduto che stava per irrompere in un conciliabolo di bestie assurde. Senza indugiare oltre, esercitò una lieve pressione sul pulsante ON della fotocamera digitale. Il led di colore rosso scintillò nella penombra e contemporaneamente la scritta ready comparve sul display LCD. Trattenne il respiro per qualche secondo. Il momento di raccogliere prove era arrivato! Espirò con decisione ed entrò. La fotocamera le scivolò dalle mani e si ruppe nell’impatto con il pavimento lurido. Le sue labbra si pietrificarono nella grottesca espressione che solitamente assumono quando si emette un grido prolungato. Ma dalla gola fuoriuscì soltanto un suono strozzato. Lo scenario circostante era terrificante! C’erano corpi mutilati riversi in una pozza di sangue che lentamente si espandeva sul pavimento. In due grossi calderoni, posti sui fornelli, cuocevano arti umani, e in una! padella lì accanto friggeva un cervello e due rognoni, all’apparenza speziati con aglio, alloro e rosmarino. Su uno dei banchi da lavoro c’era una grossa insalatiera di porcellana contenente un groviglio di viscere maleodoranti, e accanto ad essa un recipiente contenente ostriche di primissima qualità. Paola deglutì a fatica mentre lacrime calde le solcavano il viso. Ad un tratto un ghigno sardonico attirò la su attenzione facendola trasalì. Di scatto voltò il capo. L’apoteosi dell’orrore si manifestò dinanzi ai suoi occhi! Due creature mostruose dalla pelle verdastra e squamosa la fissavano con occhi torvi. Dalle grosse fauci di entrambi colavano rivoli di bava vermiglia. Le sagome erano vagamente somiglianti a quelle di due rettili. Avevano arti superiori nerboruti e mani ossute che brandivano grossi coltellacci da macellaio. Un filo di saliva le colò dalla bocca. Emise un gemito di disperazione nel momento in cui una terza creatura la cinse da dietro con uno di quegli arti rivoltanti. In un momento venne deciso il suo d! estino. Una mano ossuta afferrò la sua fluente chioma strattonandole il capo violentemente, all’indietro. La frattura delle vertebre cervicali le provocò la morte sul colpo. Il conciliabolo di mostri sbottò in un riso malefico. Poi quello che aveva strappato la vita alla giovane donna sollevò dal pavimento il suo corpo e lo scaravento in un contenitore dei rifiuti. Sopraggiunse anche il Maitre, che subito si avvide del cadavere della donna. Palesando un atteggiamento servile si avvicinò alla creatura omicida e bisbigliò qualcosa in uno degli orifizi auricolari. L’essere mostruoso grugnì di rimando e si avvicinò ad un piccolo monitor LCD posto su di un carrello portavivande. Le immagini della sala si alternavano a intervalli di pochi secondi. Quando nello schermo comparve Matteo, il Maitre lo additò e annuì. La creatura grugnì per la seconda volta e bofonchiò qualcosa. Rispondendo ad un comando, uno di quei mostri depose i coltellacci sul banco da lavoro e ra! ccolse dall’immondizia il cadavere della donna. Lo trascinò! per i c apelli per alcuni metri e poi lo scaraventò nella conca di una grossa impastatrice per dolci. Mentre le ossa venivano frammentate e la carne ridotta a brandelli da una coppia di eliche metalliche, mescolandosi con zucchero, uova, farina, lievito… e sangue, una risata malefica riecheggiò nuovamente. Matteo attendeva esasperato il ritorno della compagna. Con una mano tamburellava sulla tavola sparecchiata mentre guardava l’orologio che teneva nel palmo dell’altra. Erano trascorsi circa quaranta minuti da quando Paola si era intrufolata nel retro del locale e lui cominciava ad essere in ansia. Avrebbe voluto fumare una sigaretta, ma all’interno del locale non si poteva. Decise quindi che avrebbe atteso ancora cinque minuti al massimo, poi sarebbe andato a cercarla. I minuti trascorsero lentamente… Matteo chinò il capo per guardare l’orologio. Quando lo rialzò vide la sagoma d’una donna. Era la bellissima cameriera di colore che aveva già visto prima, la qual! e senza proferir parola posò sul tavolo un piatto contenente una fetta di torta e poi se ne andò. Sul bordo del piatto c’era un post-it vergato a mano:
Tutto ok, poi ti racconto, non aspettarmi,
ci sentiamo domani…
Matteo lo appallottolò nel pugno dopo averlo letto. Lo stato di agitazione interiore svanì all’istante. Sorrise al pensiero di Paola e per l’ennesima volta apprezzò la sua tenacia nel perseguire gli obiettivi prefissati. Era una donna eccezionale! Una instancabile reporter che aveva rinunciato ad una notte di passione per correre alla redazione del giornale, non prima però di essersi adoperata affinché lui concludesse la cena con un ottima fetta di dolce…
- E perché no! – si disse tra sé e sé.
In fondo gli andava proprio di mangiare un po’ di torta. Con la punta del cucchiaino ne staccò un pezzetto e lentamente lo portò alla bocca. Delizioso… un sapore mai provato prima. E lentamente, senza rendersene conto, boccone dopo boccone… la finì tutta!
Comments
Leave a Reply























