Suicidio (Suicide)
Autore: Édouard Levé
Trad. it.: Sergio Claudio Perroni
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2008
“La tua vita è stata un’ipotesi.
Chi muore da vecchio è un cumulo di passato.
Si pensa a lui, e compare ciò che è stato.
Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere.
Sei stato e rimarrai un cumulo di possibilità.”
“Un sabato d’agosto esci di casa in tenuta da tennis insieme a tua moglie. Mentre attraversate il giardino le fai notare che hai dimenticato la racchetta. Torni a prenderla, ma, anziché dirigerti verso l’armadio dove la tieni di solito, scendi nella tavernetta. Tua moglie non se ne accorge, è rimasta in giardino, c’è bel tempo, si gode il sole. Dopo qualche istante sente un colpo d’arma da fuoco. Si precipita in casa, grida il tuo nome, vede che la porta della tavernetta è aperta, scende, e ti trova. Ti sei sparato in bocca col fucile che avevi appositamente preparato. Hai lasciato sul tavolo un libro di fumetti aperto su una doppia pagina. Nell’emozione, tua moglie si appoggia al tavolo e fa cadere il libro, che si richiude prima che lei possa capire quale fosse il tuo ultimo messaggio.”
Inizia così il romanzo di Levé: con il racconto del suicidio di un suo amico avvenuto vent’anni prima e di cui, ora, l’autore cerca di ricostruire le motivazioni attraverso il ricordo della sua vita e dei momenti passati insieme.
Dieci giorni dopo aver consegnato il manoscritto di Suicidio al suo editore, Levé si uccide. Così, oggi, quello che poteva essere il tragico racconto della vita e della morte di un amico, sembra diventare una lettera che l’autore scrive a se stesso, già consapevole di ciò che ha intenzione di fare. Non ci sono capitoli, non ci sono interruzioni di alcun genere: è un’agghiacciante riflessione che va letta d’un fiato. Conoscendo la fine dell’autore, è impossibile non rimanere di sasso leggendo alcuni brani: “Pensavi che invecchiando saresti stato meno infelice, perché a quel punto avresti avuto dei motivi per essere triste. Ancora giovane, il tuo sconforto era inconsolabile perché lo giudicavi infondato.” “Non hai negato la vita, hai affermato il tuo amore per l’ignoto scommettendo che lì, ammesso che esistesse qualcosa, sarebbe stato meglio di qui.”
Bisogna dissentire da chi critica questo libro affermando che non avrebbe mai avuto il successo che ha avuto se il suo autore non si fosse suicidato (in Italia i precedenti romanzi di Levé non sono mai stati tradotti), e che il suo contenuto è superficiale e banale: chiunque, con un po’ di sensibilità e intelligenza, sarebbe comunque rimasto tragicamente affascinato dalle lucidissime riflessioni di quest’uomo, che riesce a descrivere, come forse pochissimi altri sono riusciti a fare, quello che passa per la mente di chi decide che non vale più la pena andare avanti. Si è liberissimi di preferire un genere di lettura più divertente, ma non si può sminuire questo lavoro. O forse chi lo critica non ha mai avuto a che fare con l’insopportabile sofferenza sua o di qualcun altro; buon per lui.
Dopo aver letto Suicidio, si avverte l’urgenza di trovare un senso alla propria vita, per non rischiare di vederla passare e di arrivare alla fine solo con un bagaglio di rimpianti. Forse è questo il messaggio che Levé con il suo gesto ha voluto lasciarci, perché “nessuno, a parte te, poteva darti più piacere per la vita che per la morte”.
Maria Falchi
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