
Qui di seguito potete leggere l’Intervista a Giuseppe Marino. Ecco cosa ci dice di lui: Nato a Taranto il 5 settembre del 1974 vivo a Lizzano, città del vino, una splendida cittadina di poco più di diecimila abitanti, che si affaccia su una delle coste più affascinati del litorale salentino, ricco di profumi che si sprigionano dalla tipica macchia mediterranea. Dopo la maturità classica e un biennio di Filosofia mi trasferisco a Roma per intraprendere gli studi teologici. Conseguo dapprima il Baccalaureato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense nel 1999 e la specializzazione in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana nel 2002. Docente di scuola primaria, sono appassionato del mondo dell’arte in ogni sua manifestazione artistica: dalla musica alla danza, dalla pittura alla scultura, danza, mimo, poesia. Questa propensione verso l’arte ha fatto nascere in me il desiderio di organizzare manifestazioni culturali in cui la musica, il canto e la pittura coinvolgono il pubblico in un afflato sempre più crescente di voci e di suoni. Ho già dato in passato alcune miei manoscritti alla stampa: nel 2004 la raccolta di poesie “L’eternità e due pugni di sabbia”; nel 2005 il saggio filosofico-teologico “L’irruzione dell’eterno nel tempo. Il tempo dell’attrazione dell’amore” e nel 2007 il saggio teologico “Il roveto ardente e il ramo di mandorlo. La rivelazione del nome di Dio”. Con & MyBook ho pubblicato L’Ultimo Bardo d’Irlanda.
Per cominciare parlaci di te come Scrittore. Come e quando nasce in te l’esigenza di scrivere e cosa rappresenta per te la Scrittura?
La scrittura nasce dal bisogno di esprimere se stessi, di dare voce ai sentimenti dell’animo umano, di fissare nel tempo, attraveso dei segni, il linguaggio umano, cercando di imprigionare per sempre una determinata emozione, una precisa impressione, una logorante inquietudine, una eccitante trepidazione, un turbamento, un bacio non dato, una carezza attesa, uno spiraglio, una speranza, una certezza. Questa esigenza di mettere, come si suol dire, nero su bianco nasce tra i banchi della scuola, quando, liceale, venivo a conoscenza, inculcate con ogni generosità dai miei maestri, le particolarissime esperienze degli antichi scrittori, siano essi greci, latini ed italiani, oltre che, in minima parte, stranieri. Da quì la voglia e il coraggio di misurarmi. Sostantivi, aggettivi, allocuzioni, simbologie, interrogative dirette e indirette, parafrasi, accenti, figure retoriche diffuse sono tutti stilemi attinti da un bagaglio culturale che si radica nella classicità dei miei studi. La scrittura è catarsi, è purificazione, è elevazione. A questo proposito voglio citare alcuni versi di una mia poesia, il cui titolo è Invocazione:
Genialità di arte creativa
Intuizione profonda
Umile e universale e cosmica
Silenzio rivelatore del Paradiso
Equilibrio di affetti e di effetti di poi
Presenza indicibile di carezze
Perenne soffio di vita e amore
Eterna profusione
Trasporto a tutto abbracciare
Incendio di quiete e d’attrazione
Onda in movimento verso sponde ignote
Nascosta centralità del cuore.
Scrivere per me è tutto questo.
Ora passiamo al Libro che hai pubblicato con & MyBook; parlaci di quest’Opera dettagliatamente e, se vuoi, regalaci qualche aneddoto interessante che riguarda la sua stesura e la sua pubblicazione.
L’Ultimo Bardo d’Irlanda è un romanzo-racconto basato sulla vita del più grande compositore e musicista irlandese Turlough O’Carolan. Il racconto è ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici. Il periodo più travagliato della storia d’Irlanda. Gli inglesi erano riusciti ad ottenere il controllo dell’intera isola, facilitati dalla frammentazione dell’Irlanda in tanti piccoli regni, e ad imporre la loro religione protestante. Espropriarono le terre agli irlandesi per darle ai coloni inglesi e scozzesi che furono trapiantati sull’isola in numero considerevole. Con le Leggi Penali fu tolto agli isolani cattolici ogni diritto umano, civile e politico. Vi era fame, miseria e povertà ovunque. In questo contesto, si raccontano gli ultimi anni di vita di O’Carolan, l’ultimo BARDO d’Irlanda.
Il termine “Bardo” è di origine celtica e si riferisce alla figura del musicista itinerante. I bardi erano cantori raminghi, giullari sì ma dotti, poiché narravano gesta e leggende di cose realmente accadute, ingigantendole. Il bardo era dunque un latore di notizie, il cui compito fondamentale era informare, raccontare cosa stesse succedendo in terre lontanissime e irraggiungibili per chi ascoltava.
Il racconto narra gli ultimi anni di vita di O’Carolan, mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Vissuto realmente che, ammalatosi di vaiolo a diciotto anni, diventò completamente cieco. A 65 anni si sente vecchio, stanco. Stanco della situazione di non vedente, stanco di viaggiare per tutta l’isola, stanco di dare consigli ai politici, religiosi e nobili che l’ospitavano. Stanco di vedere la propria terra martoriata. Sente il bisogno estremo di restare con la propria anima e di realizzare il proprio sogno. Insieme al suo compagno di viaggio, il fidato Phelan, addolorato nel vedere il suo Maestro sprofondato in uno spaventoso ed assurdo silenzio, compie il suo ultimo viaggio percorrendo la propria terra.
Il racconto è un Viaggio nella storia di un popolo lontano storicamente e geograficamente, di unicità paesaggistica, naturalistica e ricchezza culturale. Tra paesaggi suggestivi tipici d’Irlanda con i suoi colori e i suoi profumi, spesso segnati da devastazioni di guerra, razzie e rappresaglie ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione è coinvolgente.
La lettura è molto agevole è un libro che si legge tutto d’un fiato.
E’ facile per il lettore immedesimarsi nel protagonista: dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno, di cercare la felicità. Sogno che porta inevitabilmente alla sofferenza: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi.
Ci fa riflettere sull’importanza del sogno. E’ giusto fare di tutto affinché si avverino? Il sogno ci proietta nel futuro e quindi non bisogna mai smettere di alimentarli. Pur rimanendo realistici. I sogni si inseguono anche da vecchi. Non bisogna mai stancarsi di inseguire i propri sogni. I sogni mostrano la cosa realizzata, quindi un possibile futuro. In questo senso li inseguiamo, perché se percorriamo la stessa strada che hanno percorso loro per arrivare lì, è possibile che ci arriviamo anche noi… Mi viene in mente una poesia di P. Neruda che recita “Lentamente muore chi… non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno”.
Colpisce particolarmente la figura di Phelan. Commovente compagno di viaggio legato ad O’ Carolan da sincera amicizia, pur essendo più giovane di lui, di una trentina d’anni. Ama il suo Maestro, non vi sono segreti fra loro, pronto ad affrontare e combattere chissà quali ostacoli pur di far felice il suo amico.
Il racconto è stato completamente scritto ascoltando le musiche composte da Turlough O’Carolan.
Finora il tuo Libro, a sentire coloro che lo hanno già letto e che ti hanno regalato le proprie impressioni, ti ha dato delle soddisfazioni? Oppure i vari commenti ti stanno spingendo a migliorarlo ulteriormente?
Questo piccolo progetto mi sta regalando molte soddisfazioni. Il racconto, anche se piccolo, piace e sta coinvolgendo i miei lettori che ogni giorno aumentano sempre di più. Ho già presentato il libro in alcuni paesi della provincia di Taranto, come Torricella, San Marzano di S. G., Lizzano, Talsano. Sto realizzando la mia piccola tournè. Molte altre cittadine aspettano “l’ultimo bardo de L’Ultimo Bardo d’Irlanda”
Per concludere: considerato che hai pubblicato con un Book on demand, puoi darci le tue impressioni in proposito? Quali sono, in pratica, gli aspetti positivi e, al contrario, gli aspetti che cambieresti per rendere migliore il servizio? Parlacene facendo, se puoi, un confronto con i classici editori “a contributo” (se hai avuto qualche esperienza con essi ovviamente, e senza fare nomi).
Non ho mai pubblicato con una casa editrice “a contributo”. Ho solo stampato copie delle mie precedenti “pubblicazioni” in tipografie: e questo, penso, sia un altro discorso. Questo servizio lo trovo comodo e agevole. Mi piacerebbe, se ciò fosse possibile, che la casa editrice organizzasse anche delle presentazioni o degli incontri con l’autore.
E con questo abbiamo terminato la nostra Intervista a Giuseppe Marino, che ringraziamo. Vi ricordiamo che, se volete acquistare il suo Libro, potete cliccare qui.
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L’Ultimo Bardo errante d’Irlanda è la vita di un uomo che divenne leggenda. Sempre alla ricerca di nuove alchimie per alimentare lo spirito, la sete di perfettibilità, la fame di eternità. Un viaggio votato all’inseguimento della felicità e dei sogni….
Relazione della dott.sa Francesca Paola Simon durante la presentazione del libro tenuta a Faggiano (TA) il 28 ottobre 2009.
Testo linguisticamente semplice e lineare, che predilige una struttura paratattica delle proposizioni, quindi di gustosa leggibilità, “L’ultimo bardo d’Irlanda” è la narrazione di un personaggio divenuto leggenda, vissuto nell’Irlanda del XVIII secolo: Turlough O’Carolan.
Il racconto è inserito in un preciso quadro storico che fa costante riferimento all’annosa contrapposizione culturale e, soprattutto, religiosa tra irlandesi e inglesi, tra cattolici e anglicani, e alla guerra che ne derivò: l’autore descrive nel capitolo VIII l’attacco degli inglesi, rappresentandone l’orrore e lo sfacelo attraverso una sapiente “Guernica” di parole che dipingono e rendono vivida ogni immagine di morte e devastazione.
Il protagonista è un musicista, cieco sin dall’età di 18 anni, ma dotato di una rara sensibilità che riesce a esprimere attraverso la sua arte: la musica.
Per mezzo della sua arpa, “l’ultimo bardo” riesce ad affascinare (nella piena accezione del termine da cui il verbo deriva: “fascinazione”) chiunque gli presti ascolto, proprio come faceva il mitico Orfeo con la sua preziosa cetra. E qui si intravede l’omaggio che l’autore fa alla forza prorompente del linguaggio musicale, che si fa linguaggio universale dell’esperienza dello spirito umano.
La biografia di Turlough O’ Carolan viene inserita all’interno di un’invenzione letteraria, che sfrutta maturamente il topos del viaggio: viaggio come pellegrinaggio all’interno di una regione, viaggio come metafora di introspezione, come recherche, come aspirazione al compimento della felicità esistenziale.
Si tratta, pertanto di un racconto verisimile, che –per dirla alla maniera del grande Manzoni- ha il vero per oggetto (la biografia del musicista), l’utile per scopo (il messaggio finale, l’insegnamento al lettore), l’interessante per mezzo (l’invenzione letteraria).
Non pochi sono i rimandi alla tradizione letteraria:
• Il bardo è cieco, proprio come il mitico Omero: ma proprio tale stato di privazione, di menomazione fisica rende possibile il miracolo di “vedere” nel buio, di cercare la luce e di intravederla attraverso la sensibilità artistica.
• Il bardo compie, attraverso il suo canto, un’azione “fascinatrice”, seducente, come il divino Orfeo della mitica regione arcadica.
• L’amicizia, il profondo e indissolubile legame tra O’Carolan e il suo fedele amico Phelàn rimandano al rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza nel romanzo di Cervantes; ma si possono ritrovare anche Virgilio e Dante della Divina Commedia, ossia il rapporto tra il maestro, la guida e l’allievo che deve pervenire alla conoscenza.
Si può, così, intravedere il saggio proposito rinascimentale dell”imitatio in inventione”, che carica il testo di forti insegnamenti provenienti dai grandi personaggi e dalle grandi opere del passato e, contestualmente, di originalità inventiva propria dell’autore.
Infine, si consiglia la lettura dell’opera anche ai più giovani, perché il libro è portatore di grandi valori:
• La contrapposizione tra le devastazioni causate dalla guerra e il bisogno di realizzare i sogni nonostante le avversità;
• La profondità dei legami affettivi, e in particolare dell’amicizia;
• L’aspirazione al raggiungimento di un sogno attraverso l’arte;
• La spasmodica ricerca di perfettibilità, che spinge l’uomo a valicare i confini dei propri limiti, al fine di esprimere se stesso nel migliore dei modi possibili.
Sta proprio in quest’ultimo punto la forza di questo racconto: ricordare ai nostri giovani -intorpiditi da un consumismo che tutto annienta, soprattutto i sogni e la fantasia- che l’essenza della vita sta proprio nella forza della ricerca, nella spinta a cercare un volo, nello sforzo di vedere realizzato un progetto di vita. E tante volte sono proprio le difficoltà, gli sforzi, le attese a rendere più bella la vita e più desiderabile il raggiungimento di un traguardo.
“ Dopo pochi giorni, agonizzante sul letto di morte, Carolan chiese la sua arpa. […] La musica che usciva fuori dalle corde dell’arpa riempirono la casa e il cuore di chi ascoltava, per sempre. […] Addio al suo inseparabile ed amato amico Phelan che lo aveva accompagnato nel pellegrinaggio della sua vita, sempre alla ricerca della felicità e della serenità interiore e di quella maledetta corda che non vibrava mai come avrebbe voluto. Ma quella corda adesso suonava e vibrava come il suo cuore aveva sempre desiderato. E pianse commosso”.