
Quella sera c’era qualcosa di strano.
Il cielo aveva improvvisamente cominciato ad oscurarsi perdendo il turchino della giornata.
Il sole se n’era andato, senza avvisare, lasciando soltanto un tepore diffuso. Poco a poco i rami degli alberi presero a dondolare vivacemente e le foglie si muovevano come ali di farfalla. L’aria soffiava ad intermittenza e si infilava tra le fronde, accarezzandone la superficie con delicatezza. Anche l’erba, che ricopriva interamente il suolo, partecipava a quella danza, muovendosi con cadenza regolare prima avanti, poi indietro, in omaggio alle onde del mare di cui pareva quasi prendere le sfumature.
Arturo, seduto sul tappeto della sua stanza, era perso nella lettura del libro scovato in biblioteca: “Come costruire un aquilone”. Nutriva una vera e propria passione per questi scampoli volanti e l’idea di potersene fare uno tutto da solo l’affascinava moltissimo. Il papà gli aveva dato il suo di quando lui era bambino, una preziosa con-segna di testimone, e insieme uscivano a farlo volare ogni qualvolta il vento si mostrava generoso. Quella avrebbe potuto essere una serata adatta. Anche se ad un certo punto lo scenario si fece diverso, tormentato, cupo.
Le nuvole grosse, arrabbiate, navigavano rapide e basse, gettando ombre inquietanti su tutto. Si alzarono raffiche che ululavano tanto forte da distogliere l’attenzione di Arturo dal libro. Scattando si precipitò alla finestra e nel vedere il preludio del finimondo si spaventò.
Gli alberi si sarebbero sradicati dal suolo? La casa sarebbe volata via?
Mentre si poneva queste domande la mamma entrò in camera. Lo trovò con il naso schiacciato sul vetro e le mani strette allo stipite. «Non preoccuparti» lo rassicurò «è tutto sotto controllo. Non finiremo di botto su Marte» Conosceva bene il figlio e sapeva che bastava poco perché la sua fantasia prendesse il sopravvento. Era sempre stato così e il gran tempo che passava immerso tra le pagine di fiabe e racconti non faceva che acuire tale sua caratteristica.
«Questo vento fa rumore ma non è cattivo. Spazza via i pensieri negativi e alleggerisce la mente. Forse ci porterà qualche idea nuova…» «…mmh, si, secondo me porterà qualcosa… qual-cosa di nuovo…» rispose pronto Arturo, convinto che da lì a poco se ne sarebbero viste delle belle. «Del resto, caro mio, tu sei venuto al mondo in una serata come questa e certamente si era trattato di una splendida, entusiasmante novità!»
Così dicendo, la mamma gli scompigliò i capelli ed uscì dalla camera.
Lui rimase attaccato alla finestra ancora a lun-go, prese persino una sedia per guardare stando più comodo e non perdersi neanche un particolare di quella carambola cosmica.
Si addormentò con la testa sulle ginocchia, mentre il vento continuava a sbuffare impetuoso.
* * *
La mattina dopo Arturo scese dal letto, dove era stato portato dal papà a sua insaputa e mentre già dormiva come un sasso, e tornò alla finestra curioso di vedere la situazione fuori.
Gli alberi stavano ancora al loro posto, la casa era dritta, i fiori un po’ sconvolti e sottosopra ma sempre vivaci e multicolori. Solo il prato era rico-perto di un po’ di tutto: foglie, cartacce, rametti, petali, in una sorta di improbabile bazar.
Un punto fucsia spiccava tra i rami della betul-la. Cos’era? La betulla, vicina al ciglio della strada, restava parzialmente nascosta dall’ampio salice. Dunque non era facile capire di che si trattasse. Bisognava andare là.
Un palloncino gonfiabile ma ormai un po’ flo-scio, era rimasto impigliato in quella chioma spezzando l’uniformità del suo verde. Arturo si ingegnò con la scala a pioli che usavano per raccogliere le ciliegie e si appropriò fiero di quel dono del cielo.
«Sapevo che il vento qualcosa avrebbe portato!» affermò contento per l’oggetto trovato e orgoglioso delle sue percezioni.
Lo teneva stretto per il filo affinché non volasse via anche se le condizioni malconce in cui versava non gli avrebbero permesso di veleggiare nuovamente. Che cosa strana, chissà da dove arrivava, chissà come mai non era scoppiato.
Decise che l’avrebbe conservato come un eroe sopravvissuto alla tormenta, che non l’avrebbe mai svuotato della poca aria che conteneva, lasciando che fosse esso stesso a farlo quando sarebbe giunto il momento. Ma si accorse che dentro quella membrana di gomma, c’era un foglio di carta arrotolato e fermato da uno spago sottile.
A questo punto si poneva il dilemma: lasciare il palloncino così come si era presentato, conservandone l’integrità o sciogliere il nodo e curiosare avidamente dentro quel foglio?
Lo teneva tra le mani passandolo da una all’altra e scrutandolo perplesso. Mise pochi istanti a capire che se lì dentro c’era un foglio, non vi era finito da solo. Qualcuno l’aveva messo perché qualcun altro lo leggesse se mai fosse arrivato ad una determinata destinazione.
«Io l’ho trovato, dunque io lo leggo!» e in un baleno estrasse il pezzo di carta.
Era una carta azzurra di buona qualità e di una discreta grammatura; aperta, rivelò un testo stampato, non scritto a mano, che diceva: “Oggi le montagne rosa che stanno di fronte alla mia casa, mi hanno sorriso. Non è vero che le rocce sono aride, sanno essere molto gentili. E Camilla le ringrazia.” In fondo, un indirizzo.
Arturo non stava più nella pelle: quel palloncino aveva fatto un lunghissimo viaggio! Lui sapeva bene dove si trovava il paese delle montagne rosa e tra il suo e quello, in mezzo c’erano laghi e altre montagne da superare. Ma una volta tanto, non stava sognando, era tutto assolutamente vero!
Corse in casa a raccontare l’accaduto ai suoi genitori che rimasero stupefatti. Il caso sapeva meravigliare a volte più di una sorpresa programmata.
Era evidente che a quelle parole doveva rispon-dere. Prese carta e penna. “Qui non ci sono mon-tagne ma distese di prati che oggi sono piuttosto frastornati, dopo la burrascosa notte passata. Ma sono lieti di conoscere le montagne rosa. Arturo”, in calce mise il proprio indirizzo e spedì.
I giorni seguenti furono segnati dall’attesa di una risposta. Con il respiro affannoso, che ricor-dava l’aria agitata di quella sera, Arturo correva spesso alla cassetta delle lettere sperando sempre di trovarvi qualcosa.
Finalmente dopo due settimane, l’angolo di una busta spuntava dalla fessura della cassetta. Era una busta azzurra con dentro un foglio, anch’esso azzurro come l’altro, e ancora scritto a stampa.
«Chissà per quale ragione non scrive a mano.» si interrogò.
“Camilla si è arrampicata sulle montagne rosa. Voleva arrivare in cima per poter guardare da là i prati di Arturo. Infatti li ha visti. Sono proprio belli! Mentre era seduta sulla punta più alta, ha inspirato quanta più aria poteva e poi l’ha portata a casa, così da poter aprire i propri polmoni anche nei giorni a venire.”
Arturo era emozionato e subito si mise alla scrivania.
“Tieni pure un po’ di aria nei polmoni, così se un giorno verrai a trovarmi la soffierai direttamente sul mio aquilone facendolo volare molto in alto. Ne ho costruito uno, azzurro come la tua carta e con dei triangoli di stoffa che si dipartono dai quattro angoli e fluttuano vivaci. È uno spettacolo!”
* * *
I mesi si succedevano con la consueta alternanza.
L’estate calda e socievole aveva lasciato il posto all’autunno multicolore e poi era arrivato l’inverno, timido, schivo.
La scuola aveva riaperto i battenti e non c’era più il tempo, né il freddo lo permetteva, per giocare sotto il salice o far volare l’aquilone.
Ma la corrispondenza tra Arturo e Camilla continuava, come filo prezioso di una matassa infinita. Così tessevano i loro dialoghi di bambini; un ordito di pensieri, storie, racconti che intrecciava ogni giorno la trama di una ricca amicizia.
Era buffo pensare che il vento li avesse fatti co-noscere sebbene per Arturo in realtà, non fosse cosa poi tanto strana.
Gli pareva solo che finalmente, quello che a-vrebbe potuto far parte della sua fervida immagi-nazione, si era concretizzato.
Una bella soddisfazione! E quella bambina per molti versi gli somigliava.
Forse la cosa strana era questa: sentirsi in sin-tonia con una persona lontana e che non aveva mai neanche visto. Camilla gli aveva confessato di non avere amici “non ne trovo che mi accettino” gli aveva scritto senza spiegare e lui non aveva fatto domande.
Arturo a volte con i suoi compagni si annoiava.
Facevano giochi che trovava inutili, dicevano cose per niente interessanti e lo guardavano sem-pre un po’ di traverso, solo perché aveva il corag-gio di essere se stesso senza volersi a tutti i costi uniformare a modalità che non sentiva corrispondergli.
Anche quando i suoi genitori lo invitavano a partecipare a quella festa o a quell’altra iniziativa, lui spesso preferiva stare solo tra le sue cose, gli pareva che il tempo passato così fosse più piacevo-le.
L’inverno era rigido e invitava a starsene chiusi in casa.
Un giorno si sentì nell’aria odore di neve e difatti, ad un certo punto i rumori si attutirono e tutto si avvolse in un mantello di ovatta.
C’era qualcosa di magico in quell’atmosfera così rarefatta, sospesa. I gesti parevano essersi rallentati, i colori uniformati, la luce appiattita.
«Come sarebbero con la neve le montagne ro-sa?» si chiese Arturo e decise che l’avrebbe do-mandato a Camilla.
Le spedì una lunga lettera in cui le raccontava di una gita che aveva fatto con i suoi genitori proprio in montagna.
Avevano preso un divertente treno rosso che saliva, saliva arrivando ai piedi del ghiacciaio.
Si era trovato davanti una parete bianca che a-veva riflesso la sua meraviglia. Nella busta mise anche una foto che il papà gli aveva scattato da-vanti al treno; sullo sfondo spiccava il ghiacciaio. “Se vuoi, mandamene una di te con le montagne rosa!»
Era impaziente di vedere il volto della sua cara amica.
Arrivò la primavera e con lei una lettera, azzurra come al solito. Un pezzo di cielo che si staccava e ciclicamente volava da lui. L’aprì con la consueta curiosità.
A stampa, come sempre, era scritto: “Ti ringra-zio della foto. Dev’essere emozionante arrivare in treno quasi sul ghiacciaio. Quelle che vedi qui, sono invece le mie montagne, le montagne rosa che con la neve diventano di cristallo. Mi fanno compagnia, sono sagge e ascoltano i miei segreti. Di sera una lieve brezza ne sfiora le cime e porta là sopra i miei sogni. Potremmo scalarle insieme un giorno.”
Ripose il foglio sul tavolo e tirò fuori dalla busta la fotografia.
Lo stomaco gli si strinse in una morsa.
Camilla giaceva a letto, immobile e intubata. Il braccio sinistro era inerte e accartocciato su se stesso. La mano destra stava sulla tastiera del computer che teneva sulle gambe e le dita, insieme a due occhi azzurrissimi e vivaci, come le sue lettere, erano l’unica cosa viva di quel corpo paralizzato. Una grande vetrata che occupava quasi per intero la parete accanto al letto si affacciava sulle montagne rosa.
Ad Arturo parve di vedere che lei le osservasse sorridendo. Ma forse, questa volta si, stava so-gnando.
“Certo amica mia, le scaleremo insieme. Porterò anche l’aquilone e da lassù lo faremo volteggiare fino a sera! Poi quando saremo stanchi ci sdraieremo a guardare le stelle e a farci cullare dalla luna.”
La mattina seguente c’era una corrente tiepida che sollevava la polvere e solleticava il naso. «Po-trei anche mettere la lettera in un palloncino fucsia e lasciarlo andare…» pensò Arturo e la mamma che intercettò il suo sguardo basso, gli disse premurosa: «Te la spedisco io tesoro, l’aria è imprevedibile e fa strani scherzi. Se lo conducesse lontano ma facendolo impigliare alla montagna sbagliata sarebbe un vero peccato, non credi?».
di Alessandra Simona Columbaro
Opera vincitrice del Primo Posto del Concorso Bookland 2010
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