Alessandra Simona Columbaro è nata nel 1967 sotto il segno del Sagittario e per questo ha ogni tanto i piedi per terra e più spesso lo sguardo rivolto al cielo. Si è diplomata in pianoforte e alterna l’insegnamento dello strumento a laboratori di musica nelle scuole primarie e dell’infanzia. Le piace la musica ma anche il silenzio in cui si perde curando il suo minuscolo giardino, leggendo e scrivendo.
Scrivere. Perché?
La scrittura è stata sempre per me uno spazio sconfinato in cui lasciar andare liberi i pensieri, le emozioni, i sogni.
Scrive. Cosa?
Scrivo quello che di volta in volta la vita e le idee mi suggeriscono. Ma spesso vado al di là della realtà, in una dimensione un po’sospesa e onirica che più mi corrisponde.
Tu come scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Scrittrice…no, mi pare troppo. Sono solo affascinata dalla parola, dal suo suono e dal suo significato. Mi piace che le parole esprimano, raccontino, tengano compagnia.
La penna per te corrisponde a…?
Un piccolo oggetto dormiente ma che quando si sveglia è capace di tutto…
Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Mi sento ora come prima: piccola di fronte all’immensità delle parole e a ciò che esse possono esprimere.
Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
- Asciutto, perché pur amando la musica barocca non amo la ridondanza nell’espressione delle emozioni e dei pensieri.
- Sospeso, perché mi piace pensare che la realtà non sia solo quella che si tocca.
- Giocoso, perché le parole sono come pedine su una scacchiera: ci sono molte mosse possibili che non finiscono mai di sorprendere.
Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Nell’antologia Bookland 2010 ci sono due racconti e una fiaba miei. I racconti offrono un punto di vista su due delicate dimensioni che fanno parte della nostra vita: la malattia e l’immigrazione. La fiaba ci parla di un sopruso vinto dalla forza dell’amicizia e dal coraggio di alzare la testa. Pur nelle loro differenze di genere e di contenuto, il filo conduttore che tiene legati i tre scritti parte dall’importanza che riveste per me l’ascolto di se stessi e dell’altro in uno scambio unico, prezioso. Considero l’ascolto, lo “stare” come condizioni essenziali per un vivere consistente, consapevole, autentico. Se c’è chi la pensa come me, forse potrà trovare nei miei scritti una consonanza al proprio modo di sentire la vita.
Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Il suono delle parole e delle loro combinazioni, l’efficacia che possono avere per esprimere determinati vissuti, emozioni, immagini. Se c’è un “vocabolario universale” è pur vero che ciascuno sceglie di utilizzare forme e stili che sono più vicini alla propria sensibilità ed esperienza.
Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Sforzo mai, varrebbe la pena fare tanta fatica andando a caccia di contenuti? Se non se ne hanno significa che è il momento del silenzio. Degnissimo, peraltro. Se si è disposti ad essere ricettivi, la vita offre spunti infiniti di osservazione e fa vibrare l’anima in continuazione (nel bene e nel male naturalmente…). La penna raccoglie queste emozioni, si lascia attrarre da giochi di parole, insegue idee più o meno fuggevoli, cattura luci ed ombre e poi comincia a parlare…
Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Un’opera per me finisce quando altre parole sarebbero di troppo. Come nella musica, c’è un ritmo che scandisce il passo e un tempo che lo abbraccia anche nella scrittura. Andare oltre sciuperebbe la pulsazione naturale. Un’opera compiuta è un tassello del grande mosaico che colora la mia immaginazione. Le critiche, se costruttive e motivate, sono uno stimolo ad approfondire la propria ricerca interiore e un’opportunità di crescita.
Per acquistare l’antologia Bookland
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