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	<title>Bookland - Rivista Letteraria &#187; Senza categoria</title>
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	<description>La Rivista dedicata ai Libri e agli Scrittori Esordienti</description>
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<title>Bookland - Rivista Letteraria</title>
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		<title>L&#8217;oblio della ragione</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Aug 2009 20:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. Il libro di Chiara Vitetta, L’Oblio della ragione, si compone di due momenti, anche abbastanza diversi tra loro, capaci di comunicarci – per quanto brevemente e non sempre in maniera entusiasmante – lo stile di questa giovane scrittrice e soprattutto le intenzioni creative. Pur non essendo di fronte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone" title="cover" src="http://scritturainforma.files.wordpress.com/2009/08/loblio-della-ragione.jpg?w=200&amp;h=300" alt="" width="200" height="282" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il libro di Chiara Vitetta, L’Oblio della ragione, si compone di due momenti, anche abbastanza diversi tra loro, capaci di comunicarci – per quanto brevemente e non sempre in maniera entusiasmante – lo stile di questa giovane scrittrice e soprattutto le intenzioni creative.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur non essendo di fronte a letteratura pura, e non potendo considerare – allo stato attuale, libro in mano – tutta la gamma di possibilità scrittorie dell’Autrice, e per quanto poco convinti che il risultato finale del suo lavoro d’esordio possa dirsi pienamente soddisfacente, possiamo asserire che il secondo racconto, vale a dire Blackout, è sicuramente il meglio riuscito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo passaggio del libro è costituito dal racconto Giustizia, un racconto che ritengo non svolto bene per ragioni tanto di ordine pratico – come per esempio una evidente mancanza di disciplina nella scrittura oltre che una troppo verde fantasia che all’atto della rielaborazione scritta sfocia il più delle volte in modo elementare e poco interessante – che per ragioni linguistiche in senso stretto. Giustizia è infarcito di una sintassi semplice (nel senso di estremamente povera ed elementare), non sempre corretta, e soprattutto di una visione stereotipata del racconto di genere. Al contrario, e qui un plauso sincero alla Vitetta, Blackout è molto più morbido e fluido, meno banale. Dal punto di vista linguistico si avverte una certa sicurezza e la materia trattata, per quanto “fantasiosa”, pare trovare l’Autrice notevolmente più a suo agio che in precedenza – forse perché dominare con la scrittura fatti reali e drammatici è più complesso rispetto a quanto può accadere messi di fronte alla pura immaginazione, per quanto parta dal concreto. Blackout per altro mi piace molto per la sua componente moraleggiante – non nel senso “etico” del termine, ma proprio in riferimento a quella che può essere l’ipotetica morale di fondo, che riguarda l’analisi delle figure umane prese in un momento di improbabile follia – afferente alla fantascienza, ma con risvolti sociologici e antropologici niente male. Al centro di questa parentesi narrativa un uomo senza sbocchi, tutto rimpianti e banalità, che finirà per perdere ogni cosa, fino al punto di ritrovarsi materialmente di fronte a un pericolo che lui stesso ha contribuito a creare, preferendo, per giustizia, lasciarsi morire. Il suo rapporto col figlio e con la moglie, montato a un parossismo che la Vitetta padroneggia in maniera calibratissima – su un tracciato che inviterei l’Autrice a meglio indagare per appropriarsene e magari farne un cavallo di battaglia vero e proprio (incanalare il proprio talento nel giusto ambito creativo è un passo, il secondo riguarda il capire dove la propria abilità si può applicare al meglio in un continuo divenire) – è un po’ il ritratto (per quanto estremo) di un disagio generale che, portato a conseguenze altrettanto estreme, può produrre frutti fatalissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">___</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Frank Miller &#8211; Matite su Hollywood</title>
		<link>http://www.bookland.it/2009/08/11/frank-miller-matite-su-hollywood/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 11:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;angolo del lettore esperto. L’angolo del lettore esperto… Oggi parliamo con Daniele Petruccio. Daniele “DaNi” Petruccio Nato nel 1982, residente a Moncalieri (TO), si è laureato in Disegno Industriale nel 2006 presso il Politecnico di Torino, bissando con la specialistica in Ecodesign nel 2009. Appassionato di auto, fumetti e musica, ha da sempre coltivato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;angolo del lettore esperto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone size-full wp-image-1291" style="border: 2px solid black; margin-left: 2px; margin-right: 2px;" title="frank miller" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/frank-miller.JPG" alt="frank miller" width="200" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’angolo del lettore esperto… Oggi parliamo con Daniele Petruccio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Daniele “DaNi” Petruccio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1982, residente a Moncalieri (TO), si è laureato in Disegno Industriale nel 2006 presso il Politecnico di Torino, bissando con la specialistica in Ecodesign nel 2009. Appassionato di auto, fumetti e musica, ha da sempre coltivato la passione per il disegno in tutte le sue forme, spesso alternando bozzetti di design con opere grafiche ed illustrazioni per committenze disparate. Ha particolare preferenza per le opere di Giorgio Cavazzano, Adam Hughes e Bill Sienkwitz.</p>
<p style="text-align: justify;">Trovare qualcuno con la passione per quel geniaccio di Frank Miller, spinta fino al limite, quasi maniacale, dell’analisi semiotica del testo, è sempre un qualcosa di piacevole per chi, come me, del fumetto ne ha fatto una droga.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho potuto apprezzare quindi il breve saggio di Valentino Sergi, Frank Miller – Matite su Hollywood, che approfondisce l’opera del celebre sceneggiatore/disegnatore/regista americano, alla cui firma si devono numerosi fumetti e lungometraggi, tra cui i recenti 300 e Sin City.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio presenta una rassegna delle principali opere su carta e celluloide girate e/o disegnate da Miller, il quale ancora una volta si presenta agli occhi dei fruitori come una personalità poliedrica, capace di passare dalla macchina da presa alla matita &amp;carta con una certa disinvoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore si sofferma quindi ad analizzare punto per punto dapprima tutti i contributi al mondo dei Comics dati dal fumettista per poi passare alla più recente passione di Miller, il cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parte con gli esordi di Dare Devil ed Elektra, che fin da subito rispecchiano la capacità non comune dell’autore americano di dare una complessità forte ai suoi personaggi, e di disegnarne non solo le fattezze fisiche ma delinearne anche i tratti psicologici in modo altrettanto netto.</p>
<p style="text-align: justify;">Si prosegue poi con l’esperienza della sceneggiatura di Robocop: un esordio nel mondo della celluloide non del tutto felice per Miller, che verrà riscattato ampiamente in seguito, e che lo porterà a dedicarsi di nuovo a china e matite per tracciare le linee delle serie Dark Knight di Batman.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera svolta avviene con la saga di vicende narrate da Sin City, che gli frutteranno una enorme fama e la certezza di aver reinventato il genere noir adattandolo alla narrazione delle strisce disegnate. Il vero aspetto innovativo di Sin City, che si coglie nell’analisi di Sorgi, puntuale e precisa, è la capacità di utilizzare la tavola come supporto drammatico per fare introspezione nei personaggi: abilità poi riversata in parte nel lungometraggio tratto dal fumetto, e giunto nelle sale nel 2005.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la parte finale del libro, l’autore si riserva di fare un’analisi anche di 300, altro “comic” approdato con enorme riscontro di pubblico presso i cinema nel 2007. In questo caso, secondo l’analisi di Sergi, Miller è stato in grado di dare forza non tanto all’aspetto storico – realistico della vicenda in esso narrata, ma al mito, e alla celebrazione dell’impresa di pochi impavidi eroi contro un gigantesco impero in espansione.</p>
<p style="text-align: justify;">La bontà dell’intero saggio sta nella profonda conoscenza che Sergi ha del fumetto e delle sue caratteristiche: conoscenza che si nota soprattutto nelle precise analisi del testo da lui compiute sulle opere cinematografiche trattate nel libro. L’impianto letterario fa ampio uso di parole derivate dalla semiotica del testo, e pertanto se non si conoscono le dinamiche della disciplina si fa fatica talvolta a farsi spazio tra i termini tecnici.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tento dunque di dare delle pagelle in base a quanto letto:</p>
<p style="text-align: justify;">* chiarezza dell’esposizione: un 7, per il motivo indicato sopra riguardo l’uso di tecnicismi (tuttavia è molto scorrevole nell’insieme, e si legge con piacere)</p>
<p style="text-align: justify;">* obiettività e professionalità dell’Autore: un bel 9, in quanto Sergi dà idea di essere molto preparato sull’argomento, e tradisce una forte passione per quanto scrive, il che è molto buono</p>
<p style="text-align: justify;">* attrattiva del libro in quanto a contenuti: un 8, potrebbe piacere ai cultori del fumetto in genere, e offrire loro spunti interessanti</p>
<p style="text-align: justify;">* attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: un 8</p>
<p style="text-align: justify;">* quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere: direi un bell’8 anche qui, visto che mi ha dato modo di approfondire la carriera di Miller e analizzare le sue opere.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi finale, un bel saggio, scritto non tanto come una tesi di laurea, ma come un libro vero e proprio, consigliatissimo a chi voglia capire di più della vita e dei lavori di uno degli autori di Hollywood più poliedrici che si conoscano.</p>
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		<title>Niente di personale</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 11:19:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. Niente di personale è un titolo assai emblematico di quella che è poi la chiave di lettura che ho voluto dare al libro di Fusacchia e Rubini. Voi direte beh, e allora? Beh, tanto per cominciare questo è un romanzo all’apparenza monotono e si fa quasi difficoltà a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone size-full wp-image-1288" title="niente di personale" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/niente-di-personale.jpg" alt="niente di personale" width="180" height="270" /></p>
<p style="text-align: justify;">Niente di personale è un titolo assai emblematico di quella che è poi la chiave di lettura che ho voluto dare al libro di Fusacchia e Rubini. Voi direte beh, e allora? Beh, tanto per cominciare questo è un romanzo all’apparenza monotono e si fa quasi difficoltà a principiarne la lettura, eppure una volta venuti in contatto con Salvatore Liquore, si ha l’impressione – che è quasi una certezza – di poterne ricavare del buono. Allora si prende e ci si arma di attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente di personale è un romanzo un po’ complicato, diciamoci la verità. “Tutto appare tutto” fuorché quello che è in realtà e il narratore – assai “pigro” – ci mette in mano gli strumenti per una adeguata interpretazione delle figure principali del discorso narrativo e tematico, senza però prendersi la briga di spiegarci alcunché prima che la trama venga fuori nuda e cruda attraverso le maglie dell’intreccio. Non considero ciò un demerito ma una scelta elementare per chi vuole andare oltre e si espande verso il lettore come un’onda – ora più timida, ora più accentuata – e dà al lettore stesso la responsabilità di essere vigile e desto per tutto il tempo della lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel romanzo ci sono più storie che si intersecano, ma tutte portano a Liquore e seppure non strettamente dipendenti da lui, sono delle tangenti che tagliano di netto la sua routine, aprendo la strada alla riflessione sulla circolarità dell’umanità (vale a dire relativamente al fatto che se è vero che il tutto è principiato dall’uno, l’uno è parte integrante del tutto che a sua volta ridiventa appunto uno, e ciò vale ad ogni meridiano). Soprattutto ci sono molti luoghi, tra cui New York, il Belgio, Atene – e ci sono luoghi della memoria e luoghi dei libri, ovvero luoghi presenti nelle pagine dei libri letti o conservati da Liquore, quando non addirittura presenti vividamente nei suoi ricordi di cittadino del mondo ed emigrato italiano. I libri sembrano l’unico collante umano e politico ancora valido, tanto tra conoscenti che sconosciuti. C’è anche Bin Laden, e ci sono “leggi massoniche” di scambio/smistamento volumi da biblioteca, e poi ci sono le Olimpiadi di Atene, un maratoneta che non è un vero maratoneta, scambi d’identità, agnizione e altro ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Sequenze spazio/temporali diverse si accavallano dandoci, attraverso la visione dell’intersezione che si viene a formare, l’immagine di un protagonista non completamente assente dalla storia, per quanto poco voglia farsi coinvolgere e se ne resti sempre ai margini, come la storia stessa non lo riguardasse, come per un pudore a mostrarsi tutto per intero o addirittura una incapacità di rimettersi in gioco dopo una delusione. Eventi apparentemente distanti l’uno dall’altro, addirittura disfunzionali, ci guidano invece per mano nella testa di Liquore, fino al punto di superarlo e scoprire l’incisività del disegno di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono anche delle donne a completare il quadro; ci sono Laura e Iolanda, tanto per cominciare, ma c’è anche Hara, e ci sono tutti i presupposti per una vicenda tragi-comica. Sì perché gli autori se per un certo verso dichiarano una sorta di fallimento del discorso amoroso, in un finale che è in verità un crescendo di rivelazioni interiori e filosofiche quanto mai interessanti, all’opposto mettono anche in gioco la questione identitaria individuale – e pur sempre comune – tirando le fila di quella che è la degna rappresentazione del teatrino umano. Quello che infatti mi colpisce è che c’è molta teatralità in questo libro, seppure se ne stia ammantata sotto ad una parvenza di normalità quasi artificiosa, ai limiti dell’innaturale. Liquore, per quanto interessante, è molto compassato. Vive gestendo come può le sue ragioni d’ansia. Ha i suoi spazi, la sua vita, i suoi ripensamenti, le sue scommesse da fare, un lavoro che rende bene… Eppure vive da “rifugiato” in qualche modo, perché nasconde se stesso persino a se stesso, con la barba, per esempio; una barba lunga che gli permette di cambiare identità di fronte al proprio specchio, e di riscoprirsi nuovo – ma anche identico a prima – una volta tagliata. Qui è tutto un giocare sul concetto di identità, e la questione si realizza attraverso passaggi molto significativi, che vedono Liquore diventare altro da sé prima con “la barba addosso”, poi con Boris Virili – personaggio creato dalla penna dell’amico Victor – poi con la versione creata da Vincent Morcello, che lo aiuterà a chiudere un cerchio ma ad aprirne uno più grande e perché no, risolutivo. Se da un lato Victor crea un personaggio sulla figura di Liquore osservando l’amico nelle sue dinamiche personali (o meglio, ascoltandolo, data poi la distanza geografica tra i due), Vincent ricrea ex novo un altro Salvatore Liquore – e lo fa senza il suo permesso. Viene quindi da chiedersi perché Morcello, che poi non è il vero Morcello, crea un nuovo Liquore che vive di vita propria solo il tempo di ingannare una donna e via. Il narratore ce lo dirà, ovviamente, perché è necessario permetterci di capire per quale ragione l’identità – che è non solo un patto di fiducia tra il proprio Io di superficie e quello sotterraneo, ma anche una questione legale e istituzionale – è così importante ai fini dell’affermazione personale, anche di fronte a sconosciuti, anche a costo di inventarsi di sana pianta ciò che si vorrebbe essere. In fondo, tutti recitano una parte, tutti hanno una maschera e la vita ci mette nella condizione di gestire in maniera intercambiabile i nostri volti. Qui abbiamo il racconto di una vasta gamma di possibilità combinatorie. Tant’è che anche Laura recita – e gli autori scelgono Shakespeare, non uno a caso (anche se dentro c’è molto Pirandello e addirittura molto teatro antico proprio col motivo dell’agnizione) – e lui, Salvatore (quello vero) sa a memoria la parte di Polonio. Ciò conferma che in natura nessuno è mai solo un se stesso invariato e invariabile, ma il suo Io temporaneo e necessario nasce e si evolve come la capacità di ricrearsi a seconda della logica esistenziale del momento. E dunque anche la figura blanda del cinico che vuole crederci ma prende le distanze – anche se poi s’innamora di una causa e non è in grado di vedere la pericolosità e l’ingenuità di quanto sta facendo – riflette il fatto che si è refrattari per necessità, il più delle volte, e che – a differenza di Morcello – si vive indossando su di sé maschere che nascono da un bisogno viscerale di bypassare la realtà o affrontarla con poche perdite, senza spacciarsi per altri assumendo maschere vive per intessere intrecci dai quali, però, si resta sempre al di fuori. Se Liquore riassume il suo vero volto radendosi all’indomani della presunta cattura di Bin Laden, Morcello – il mancato maratoneta – sarà sempre tutti e nessuno, senza essere mai se stesso – e quello che più conta, senza poter vivere al di fuori dell’identità rubata al momento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">___</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Parliamo di donne</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 21:13:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. Fiumi di inchiostro hanno immortalato figure femminili eroiche, patetiche, misteriose, languide, dannate. Oggi ci si rivolge alla figura femminile col tatto di chi vede nella donna l’anima pensante – non solo pulsante – di una metà di cielo che non è solo rosa ma contiene tutti i colori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone size-medium wp-image-1281" title="profumo dell'anima" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/profumo-dellanima-224x300.jpg" alt="profumo dell'anima" width="166" height="223" /><img class="alignnone size-full wp-image-1282" title="sotto l'albero di mimosa" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/sotto-lalbero-di-mimosa.jpg" alt="sotto l'albero di mimosa" width="148" height="223" /><img class="alignnone size-full wp-image-1283" title="la vita sessuale della donna brutta" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/la-vita-sessuale-della-donna-brutta.jpg" alt="la vita sessuale della donna brutta" width="142" height="224" /><img class="alignnone size-full wp-image-1284" title="il buio alla finestra" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/il-buio-alla-finestra.jpg" alt="il buio alla finestra" width="148" height="223" /></p>
<p style="text-align: justify;">Fiumi di inchiostro hanno immortalato figure femminili eroiche, patetiche, misteriose, languide, dannate. Oggi ci si rivolge alla figura femminile col tatto di chi vede nella donna l’anima pensante – non solo pulsante – di una metà di cielo che non è solo rosa ma contiene tutti i colori dello spettro visibile. Scegliamo dunque di parlare di quattro romanzi che propongono differenti gradazioni di ciò che offre all’immaginario comune, la narrativa declinata col verbo femminile.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL BUIO ALLA FINESTRA</strong> di Antonio Mazziotta, racconta la vicenda di due amiche seguendole dall’università all’età adulta, fino al tragico epilogo che vedrà una delle due lasciare l’affetto dei propri cari precocemente, a causa di una malattia. L’impianto narrativo di questo romanzo dal volume contenuto, è lineare, seppure – peccando di eccessiva pedanteria – l’Autore non appare veramente in grado di gestirne la trama in maniera interessante, restando sempre su toni ripetitivi e piatti (nonostante dal punto di vista linguistico la capacità autorale di elaborazione appaia più che sufficiente). Il libro appare troppo costruito, e la sua conduzione finisce per renderlo banale e privo di attrattiva. Il motivo dell’amicizia femminile non viene sviluppato in maniera originale, denotando così una sorta di generica incapacità dell’Autore all’elaborazione di un soggetto romanzesco capace di trasfondere sulla pagina la delicatezza e l’importanza dei rapporti umani – e particolarmente gli aspetti del rapporto delle donne tra di loro e delle donne coi propri partner e le difficoltà esistenziali. Solo sul finale il libro prende vita, proprio laddove si raccontano le ultime volontà di Gioia e il dolore provato dal marito Andrea.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SOTTO L’ALBERO DI MIMOSA</strong> di Caterina Armentano, si presenta in forma di raccolta. Il motivo predominante è appunto quello femminile, ma le donne raccontate sono donne ai margini della vita sociale, rappresentanti gli aspetti inquietanti e laidi di esistenze maltrattate e mal tollerate. L’Autrice sceglie come consistente fil rouge, quello delle affettività mancate, gestendo sapientemente e sensibilmente un dettato narrativo semplice – seppure spesso ripetitivo – ma di forte impatto emotivo. La sua, una narrativa che rimanda in qualche modo ai veristi, senza patetismi di sorta né lo sguardo paternalista di chi interviene nella storia per far pesare il suo parere. La donna della Armentano è una donna che parla da sola; non ha paura di mostrarsi nella sua elementarità, tanto nell’aspetto sgradevole che negli atteggiamenti più squallidi. Il registro generale permette dunque una fruizione immediata del messaggio autorale. La sensibilità dimostrata verso l’argomento, si manifesta attraverso un dettato scevro di orpelli, perché la pagina esce fuori dal libro, dicendo già da sé tutto quello che c’è da dire.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PROFUMO DELL’ANIMA </strong>di Gigliola Biagini, è un romanzo all’insegna del motivo del dolore. La scelta tematica riguarda una tappa obbligatoria dell’esistenza umana, e particolarmente della condizione femminile, che riguarda il panico, la depressione, il cosiddetto spleen – tanto caro ai decadentisti francesi. Bianca è una donna infelice, una donna preda di un profondo dolore che da emotivo diventa anche condizione materiale, trovando sfogo in una vera sintomatologia del caos e del più totale disamore. La penna della Biagini, seppure con le sue piccole incertezze qui e lì, che scuotono un dettato pressoché pulito, nitido e immediato nella sua bellezza e pregnanza, traccia per noi la via dell’interpretazione della complessa psiche femminile, toccando tasti sensibilissimi con altrettanta sensibilità e maturità. La disamina che essa compie, ponendosi di fronte alla donna protagonista del romanzo, invita a porsi altrettanto criticamente, verso un problema che ha attinenza con l’anima, non con una oggettiva volontà di stare male. Il suo, un mondo fatto di solidarietà femminile tra donne che rappresentano anche grandi esempi di umanità, e di piccoli e grandi fallimenti sentimentali, che se da una parte generano in lei ulteriore paura e tormento, dall’altra la mettono nella decisiva condizione di doversi curare da sé, quando più forte e tenace sentirà la spinta del mal di vivere che bussa.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA VITA SESSUALE DELLA DONNA BRUTTA</strong>, di Claudia Tajes, conclude questo poker di romanzi in maniera più solare e leggera – non perché la metodica dell’Autrice sia frivola per partito e gratuita per necessità, quanto perché rispecchiante una delle straordinarie doti femminili per eccellenza: l’ironia. Il metro dell’ironia è usato, ragionevolmente, per esprimere consapevolezza bypassando situazioni spiacevoli, imbarazzanti, dolorose. Ammettere uno stato di cose – anche uno stato di cose evidenti, come ciò che ad esempio concerne la propria fisicità, e ciò che soprattutto gli altri pensano a riguardo – è qualcosa che emotivamente può apparire complesso, per una donna, perché ha a che fare con la sfera profonda del proprio Io, eppure, se di fronte allo specchio ci si andasse armate di benigna consapevolezza di sé, tutto, anche le disavventure sentimental-sessuali, apparirebbe meno frustrante – o per lo meno ci si  consolerebbe pensando che sì, si può essere “brutte”, ma si può anche essere meno stupide di altre. La Tajes disegna per noi la figura di una protagonista tra le tante, alle prese con la Società, il consumismo, lo specchio, la bilancia, il sesso, gli uomini – e tutto il bagaglio di vizi, virtù e viltà, di coloro che incontrerà sulla sua strada disseminata di guai, tormenti e carie ai denti… Il rapporto con l’Altro da sé è allora la raffigurazione del rapporto col proprio Io, perché ciò che non sa gestire fuori è ciò che non mette in pratica dentro. La questione dello sviluppo dell’affettività e  quella della sessualità femminile, vengono raccontate senza remora, senza falsi moralismi, per metterci di fronte al fatto evidente che per quanto variegato, al mondo femminile pertiene anche ciò che ha a che fare con la volgarità (intesa come normalità) della condizione fisica e biologica – nonché la relativa gestione – e che tutto ciò, si abbina (nel bene e nel male) alla complessità psichica ed emotiva dell’individuo, che non è mai tutto lustrini e bon ton, ma ha anche un bagaglio di “tic” che possono renderlo molto poco affascinante, o semplicemente molto “normale”. In una Società in cui tutto grida alla perfezione, un libro,che ristabilisce i confini del bello, individuandolo principalmente nel cervello delle persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludendo questo excursus, possiamo dire che la figura della donna viene sezionata nei suoi quotidiani abbrutimenti e nelle sue problematiche intime, senza dover indorare eccessivamente una questione che ha attinenza tanto col corpo che con lo spirito – e che si evidenzia proprio nel tema portante del sesso e del rapporto “sbagliato” con gli uomini. Ottimo coadiuvante del tutto, l’idea che le peggiori nemiche di noi stesse siamo nello specifico solo noi, che di fronte a specchi che riflettono illusioni e caotiche gestioni della propria indole e morale, usiamo pensarci mostruose, squallide e brutte, senza comprendere realmente che siamo solo portatrici sane di anima.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Erika Dagnino</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 21:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. I volumi della Dagnino denotano sin dalle prime battute una capacità di elaborazione del pensiero a dir poco sbalorditiva. Il suo uso della parola appare molto sicuro e sentito, quasi frutto di un’illuminazione naturale, congenita. C’è dietro uno studio, una metodica, una partecipazione intellettuale e morale, quasi una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone size-full wp-image-1276" title="racconti dell'ombra" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/racconti-dellombra.jpg" alt="racconti dell'ombra" width="165" height="253" /><img class="alignnone size-full wp-image-1277" title="Ru e Fro" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/Ru-e-Fro.jpg" alt="Ru e Fro" width="165" height="253" /></p>
<p style="text-align: justify;">I volumi della Dagnino denotano sin dalle prime battute una capacità di elaborazione del pensiero a dir poco sbalorditiva. Il suo uso della parola appare molto sicuro e sentito, quasi frutto di un’illuminazione naturale, congenita. C’è dietro uno studio, una metodica, una partecipazione intellettuale e morale, quasi una religione del dettato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto in RACCONTI DELL’OMBRA, che in RU E FRO, ritroviamo il caro motivo della specularità, che se da una parte si esplica attraverso l’interpretazione e il racconto dell’individuazione della propria ombra e il relativo rapporto idiosincratico con la stessa – fino al parossismo, fino al solfeggio morale, filosofico (ai limiti del didattico) – dall’altra si connota nel rapporto paritetico tra due persone che possono dirsi gemelle, figure simbiotiche, esseri monotoni e franchi, che nella reciproca specularità, ritrovano sé e l’altro da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">La Dagnino è artigiana del ritmo. Il suo periodare è netto, musicale, folgorante, e seppure non si attenga a una trama narrativa classicamente intesa, l’Autrice piega le dinamiche spazio-temporali dei suoi scritti, alla sua lungimiranza certosina, coniugando psicologismo, tecnica, indagine e tolleranza molto ampia della rielaborazione filosofica dei concetti di umanità, intellettualità, anima e umano sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">__</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandra Di Gregorio.</p>
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		<title>Flaming June</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 20:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. Maeba Sciutti, autrice introspettiva, pulsante e lucida, pubblica per i tipi della Arpanet Edizioni il libro intitolato Falming June – donne oltre la tela, raccontando, così come il suo estro propone, dodici tele che hanno reso immortali altrettante figure femminili, icone di un’arte che traspone sulla tela vite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">recensione a cura di <strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1267 alignnone" title="Flaming June" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/Flaming-June.jpg" alt="Flaming June" width="200" height="333" /></p>
<p style="text-align: justify;">Maeba Sciutti, autrice introspettiva, pulsante e lucida, pubblica per i tipi della Arpanet Edizioni il libro intitolato Falming June – donne oltre la tela, raccontando, così come il suo estro propone, dodici tele che hanno reso immortali altrettante figure femminili, icone di un’arte che traspone sulla tela vite che si cristallizzano nella fissità del ritratto e dell’affresco. Ciò che l’Autrice si propone è dare la parola a donne che non erano solo modelle di pittori come Klimt, Modigliani, Waterhouse, ma anche e soprattutto ninfe, creature affamate di vita, illuse, tristi, solari, animose, carezzevoli, languide, immaginando così come le vede e le percepisce, le loro esistenze al di là di un pennello, prima, durante e dopo l’effettiva posa.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne della Sciutti, lungi dal perseguire la realizzazione del proprio Io attraverso la posa assunta per il quadro del momento, in qualche modo sono la rappresentazione iconografica delle possibili forme d’abbandono di cui ogni donna è talora vittima. Una volta dipinte, carezzate e ammansite, spesso nude, docili prima al corpo che al pennello dell’artista, esse sono lasciate, abbandonate, appese a un muro, oppure vendute. Il corpo scade in una forma di mercificazione che non tiene il minimo conto dell’anima che vi alberga all’interno. Allora esse prendon vita effettivamente qui e adesso, mentre la tempera si asciuga e il loro spirito si solleva. Generalmente sono tristi e opache, eppure trasudano vita e sangue in ogni vena e in ogni mano di colore, da uscire dalla pagina e dalla tela, tanto liriche che dolci, fragili, meste, prepotenti e spurie.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La mia vita con Groucho</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 20:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;angolo del lettore: Alessandro Olivero risponde ad Alessandra Di Gregorio. __ La mia vita con Groucho – Crescere con i Fratelli Marx è una biografia romanzata sul celebre personaggio dell’avanspettacolo americano scritta da un profondo conoscitore della sua persona, il suo stesso figlio Arthur. È suddivisa in due parti: la prima, molto piacevole con punte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;angolo del lettore: Alessandro Olivero risponde ad Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">__</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1270 alignnone" title="la mia vita con Groucho" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/la-mia-vita-con-Groucho.jpg" alt="la mia vita con Groucho" width="200" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">La mia vita con Groucho – Crescere con i Fratelli Marx è una biografia romanzata sul celebre personaggio dell’avanspettacolo americano scritta da un profondo conoscitore della sua persona, il suo stesso figlio Arthur.</p>
<p style="text-align: justify;">È suddivisa in due parti: la prima, molto piacevole con punte esilaranti, racconta i primi settanta anni di Groucho, dalla formazione della famiglia Marx al suo ultimo grande successo, il programma radiofonico e televisivo You Bet Your Life.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa comprendere quanto poco ci fosse di personaggio, a differenza di molti illustri colleghi, in quell’uomo dallo spirito pronto, feroce e inveterato che è Julius Henry Marx: dimessi i baffi e le sopracciglia finte da uno spettacolo, Groucho esercita costantemente il suo cinico umorismo nella vita privata anche a fronte di casi gravose quali la svalutazione di azioni nella crisi del 1929 o uno dei tre divorzi affrontati. Non può esimersi nemmeno dal ridere del fratello Chico, il giorno della sua morte, ricordandone i numerosi e non indifferenti difetti: un modo forse deprecabile ma indubbiamente verace di encomiare la persona che è stata e per questo amata. Molte volte il suo scherzare ha messo in imbarazzo se non in grave difficoltà sé stesso o la famiglia, anche con le autorità – dalle guardie doganali agli agenti federali (!) – ma allo stesso modo gli ha permesso di riparare a casi apparentemente senza uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Offre il ritratto di un uomo non sempre ragionevole però estremamente buono, ovviamente anticonformista e per questo un marito difficile –non a caso le sue tre mogli finiranno alcolizzate per ovviare all’impari confronto verbale con uno dei più grandi improvvisatori di tutti i tempi- ma padre amorevolissimo. Ferreo negli orari e nelle regole di casa. Attento ai bilanci ma giammai tirchio. Ha  per amici per lo più intellettuali ma è amante della gente comune.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte – decisamente avvilente – invece tratta la discesa di padre e figlio in un incubo:</p>
<p style="text-align: justify;">Arthur si vede imprevedibilmente opporre una strenua e, a sua detta, ingiusta opposizione da parte del padre  per la pubblicazione della prima parte di questa stessa biografia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anziano Groucho inoltre fa un’infelice conoscenza: Erin Fleming, la quale si proporrà come sua compagna e agente. Verrà circuito e allontanato dai suoi parenti ed amici intimi, defraudato di buona parte del suo patrimonio economico e piegato da maltrattamenti fisici, probabilmente senza che questi fosse mai riuscito ad esserne pienamente consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Si racconta più del lungo calvario giudiziario intrapreso da Arthur dapprima contro il padre per ottenere la pubblicazione ed infine contro Erin per ottenere l’affido del padre ormai totalmente incapace e prossimo alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Emergono qui, empaticamente all’autore, sentimenti nella prima parte sconosciuti come la frustrazione. Groucho diverrà irriconoscibile ed il suo umorismo verrà tristemente a mancare, ma non è un caso a sé: è pur sempre un uomo ultraottantenne colpito da più ictus e evidentemente afflitto da demenza senile, non diverso dalla grande maggioranza dei pari età.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’inclusione della seconda parte, la biografia restituisce un ritratto terribilmente onesto di Groucho Marx. L’autore ha uno stile trasparente, non lesina negli episodi imbarazzanti, è completo nell’esplicazione delle principali tappe della carriera del padre ed inserisce anche episodi che hanno originato alcune celeberrime espressioni di Groucho o altrettanto celeberrimi sketch dei Fratelli Marx. Non manca il gossip anche verso gli amori extraconiugali sia del padre che della madre.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera particolarità che contraddistingue questa biografia dalle eventuali altre è negli aneddoti sul rapporto padre-figlio -e talvolta zio-nipote in riferimento ai vari Chico, Gummo, Harpo e Zeppo- difficilmente recuperabili da un autore estraneo alla famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">In forma di scheda di valutazione, con voto da 5 a 10 valuto:</p>
<p style="text-align: justify;">- chiarezza dell’esposizione: 10. È un libro molto scorrevole, non ci sono pagine particolarmente ostiche. Segue un ordine cronologico e non mi è successo di dover ricercare indietro nelle pagine un nome od un episodio.</p>
<p style="text-align: justify;">- obiettività e professionalità dell’Autore: 8. A causa del suo rapporto filiale che a volte traspare evidente, non mi sento di affermare che Arthur Marx sia obiettivo nel giudizio del padre, ma sicuramente si è impegnato nel non omettere episodi che qualcuno troverebbe diffamatori e la battaglia legale per la pubblicazione della prima parte del romanzo ne è la prova. Per quanto concerne lo stile, è limpido.</p>
<p style="text-align: justify;">- attrattiva del libro in quanto a contenuti: 8. Chi vuole conoscere l’uomo dietro il personaggio Groucho Marx sarà sorpreso: non c’era nessun personaggio, era veramente fatto così! È impareggiabile nel numero degli aneddoti.</p>
<p style="text-align: justify;">- attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: 6. L’indice dei nomi è certamente utile, ma non sarebbe dispiaciuta almeno una filmografia o delle pagine fotografiche.</p>
<p style="text-align: justify;">- quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere: 8. Molto, mi rimarrebbe solo da visionare i suoi spettacoli e film per poter dire di conoscere Groucho Marx. Cosa che farò al più presto.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, è un libro che mi sento di consigliare anche a chi Groucho lo conosce solo sulle pagine di Dylan Dog o chi non lo conosce affatto. Inevitabilmente invoglierà a ricercare le sue acute battute di spirito ed i suoi pensieri verbosi, di vocazione antiautoritaria e nonsense che, nonostante gli anni, hanno preservato la loro efficacia.</p>
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		<title>Il Verme</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 20:43:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. _ si ringraziano Arpanet Edizioni e Progetto Babele. Il Verme di Gionata Soldatini, non ha la stessa incisività di DUS – DOPO UNA SBRONZA, ma – seppur diversamente – è in grado, attraverso il contenitore minimo di una parola rarefatta e profumata, di aprirci lo spazio di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">recensione a cura di <strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>_</strong></p>
<p style="text-align: justify;">si ringraziano Arpanet Edizioni e Progetto Babele.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1263 alignnone" title="il verme, una favola moderna" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/08/il-verme-una-favola-moderna.gif" alt="il verme, una favola moderna" width="178" height="178" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il Verme di Gionata Soldatini, non ha la stessa incisività di DUS – DOPO UNA SBRONZA, ma – seppur diversamente – è in grado, attraverso il contenitore minimo di una parola rarefatta e profumata, di aprirci lo spazio di un amore senza amore, in quanto privo di corresponsione e felice realizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Autore identifica gli stati d’animo raccontati, con le essenze profumate che in qualche modo dovranno aiutare Gaston a stare bene, a dimenticare o ricordare, evocando in lui e in noi che lo leggiamo, sensazioni intime uniche e contrastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gaston rappresenta l’innamorato illuso, deriso, mesto e contrito, di una storia in cui i veri vermi non sono solo i lombrichi che alleva. I vermi sono alcuni personaggi e sono anche i sentimenti negativi dominanti in una Società che inquadra e rifiuta, e in un dinamismo sentimentale che non si realizza mai così come noi lo vorremmo. Alla fine, il quadro ricamato contempla una visione in cui squallide sono persino le persone che vengono amate ma non riamano o non sanno amare e basta. La figura della donna del cuore appare, infatti, come antitetica all’eroe del racconto, in quanto non solo non lo riama, ma lo usa e lo disprezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui l’idea di un universo femminile sempre più contraddittorio – per la serie: chi è causa del suo mal pianga se stesso – che si ritorce vilmente in sé, senza riconoscere i veri fiori, o le forme arbustive più vicine ad essi, e che si accontenta di cogliere belle rose senza profumo alcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">__</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Paperback Writer</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 15:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. Paperback Writer, piccolo gioiello di Massimiliano Chiamenti, appartiene alla collana economica di qualità &#8220;Sampietrini&#8221;, di Gattogrigio Editore. Un testo compatto nella dimensione e nella tematica, che ruota attorno alla visione teatrale &#8211; tragica, comica, buffonesca, civettuola, ironica, cinica, triste e sboccata &#8211; di uno spazio che non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">recensione a cura di <strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://scritturainforma.files.wordpress.com/2009/05/paperback-writer.jpg?w=200&amp;h=300"><img class="alignnone" title="cop" src="http://scritturainforma.files.wordpress.com/2009/05/paperback-writer.jpg?w=200&amp;h=300" alt="" width="200" height="283" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Paperback Writer, piccolo gioiello di Massimiliano Chiamenti, appartiene alla collana economica di qualità &#8220;Sampietrini&#8221;, di Gattogrigio Editore. Un testo compatto nella dimensione e nella tematica, che ruota attorno alla visione teatrale &#8211; tragica, comica, buffonesca, civettuola, ironica, cinica, triste e sboccata &#8211; di uno spazio che non è solo la storia umana di chi compone ora in verso ora in prosa &#8211; rigorosa e senza punteggiatura &#8211; ma principalmente la forma assunta da un&#8217;anima delicata, offesa da una vita irriguardosa che si tinge di vizi e aneddoti leciti e illeciti, che brucia via alla svelta una gioventù diventata la più spietata delle età adulte senza che a ciò corrisponda mai veramente la stabilità del contatto umano più autentico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne esce fuori il ritratto di un uomo che è anche poeta, che è vittima e carnefice di se stesso, preso nella gincana di una vita che tanto innalza e tanto offende, alle prese con una fauna umana degradata che si autoalimenta delle proprie scorie &#8211; e che è però uno dei contatti che non viene mai meno, perché alla fine i ragazzi acqua e sapone se ne vanno, mentre Adel e tutti gli altri, pur col limite di un amore interessato e vago, malsano nella sua componente più estrema &#8211; e corrotto in quella più torrida e concreta &#8211; restano fino alla fine, anche di giochi troppo spinti per potersi mettere in salvo.</p>
<p style="text-align: justify;">Paperback Writer è un piccolo diario del delirio, dove amore, sesso, umanità e conflitto, non sono altro che le proiezioni lucide di un Io soffocato che preme per venir fuori usando il mezzo della sfrontatezza per superare una certa timidezza di fondo, e che si ferisce da sé rasentando la purezza concettuale, perché bene e male sono gli estremi di una medaglia sola, e se da un lato Chiamenti giustifica la santità &#8211; intesa come valore comunemente assegnato a tutto ciò che viene ritenuto &#8220;normale&#8221; &#8211; dall&#8217;altro egli dichiara la validità della immoralità più debordante, perché è quando ci si sporca fino al punto di spogliarsi per intero, che si mette più a nudo la propria indole. C&#8217;è molta più anima all&#8217;inferno che in paradiso, questo è chiaro, e la poesia più dolce e truce al tempo stesso, così come ci conferma il Poeta in queste pagine, trabocca laddove generalmente ci viene detto di non andare a cercare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Intervista a Grazia Cormaci</title>
		<link>http://www.bookland.it/2009/05/21/intervista-a-grazia-cormaci/</link>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 16:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Di Gregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazia Cormaci, autrice del libro per ragazzi ALIT E LO SPIRITO DEI SOGNI, edito dai tipi del Ciliegio. ____ A: Scrivere. Perché? &#8220;Samuel Beckett rispondendo alla banale domanda di un giornale parigino-&#8221;perché scrive?&#8221;, disse che era perché non sapeva far altro. Cos&#8217;è che ci spinge a scrivere una storia, sarebbe come chiedere a una madre, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Grazia Cormaci</strong>, autrice del libro per ragazzi <strong><a href="http://www.edizioniilciliegio.com/pages/dettaglio_alit.htm" target="_self">ALIT E LO SPIRITO DEI SOGNI</a>,</strong> edito dai tipi del <strong>Ciliegio</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">____</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Scrivere. Perché? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Samuel Beckett rispondendo alla banale domanda di un giornale parigino-&#8221;perché scrive?&#8221;, disse che era perché non sapeva far altro. Cos&#8217;è che ci spinge a scrivere una storia, sarebbe come chiedere a una madre, perché ha messo al mondo un figlio. Cos&#8217;è che mi spinge a scrivere, ad avere una passione forte per qualcuno? Per qualcosa? Penso che sia un insieme di situazioni che per lo più hai vissuto in prima persona, ma soprattutto è il sapere che puoi regalare emozioni, sensazioni a chi ti legge, a chi ti ascolta. Infondo il vero scrittore non è un egoista perché non tiene nulla per sé, e nello stesso tempo si libera dalle emozioni che si accumulano durante il corso della sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Scrivere. Cosa? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qualsiasi cosa, perché chiunque ami la scrittura-&#8221;io ho quella che gli antichi greci definivano, &#8220;Zeiamania&#8221;, ossia l&#8217;allucinante passione per la scrittura, sente dentro di sé quello stimolo creativo che vuole uscire per forza sotto forma di frasi e dunque ha il bisogno di assecondarlo per liberarsene affinché le tue parole restino impresse in un foglio di carta e con esse tutto ciò che hai dentro. È una parte di noi stessi che nasce dall&#8217;anima e che a volte, sentendo il bisogno di sfogarsi, deve essere lasciata libera, poter uscire allo scoperto anche con tutti i suoi difetti, le sue paranoie, ma che comunque lascia sempre un&#8217;impronta indelebile dietro di sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente non mi definisco una vera scrittrice, ma una persona alla quale piace raccontare storie agli altri, che senza cadere nel didascalico cerca di trasmettere idee d&#8217;effettivo valore scrivendo tutto ciò che la fantasia mi suggerisce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: La penna per te corrisponde a&#8230;? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anima per quanto mi riguarda, perché è lo strumento, oltre il P.C. con cui puoi esprimere, quello che gli antichi stoici chiamavano, &#8220;sommo bene&#8221;, senza che il tempo lo trascini via.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi sento sempre la stessa, non è cambiato poi molto, eccetto il fatto che, devo dedicare molta più attenzione a ciò che scrivo,  migliorando all&#8217;infinito la scorrevolezza di un testo. Se si scrive per se stessi, è tutta un&#8217;altra cosa, basta sempre sostenere la verità e ciò che senti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l&#8217;autore del libro in questione, quali useresti e perché? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quali? Possessivo, qualificativo, indefinito? &#8220;Quest&#8217;anno il ciliegio ha dato Molti frutti!&#8221;. Scherzi a parte.  Il primo che mi viene in mente è: &#8220;Sempreverde&#8221;, perché un libro e soprattutto il suo contenuto, se riesce a trasmettere sensazioni di qualsiasi natura non deve morire mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non si può chiedere a uno scrittore di fare il promoter di se stesso o di un proprio testo. È una domanda, per quanto mi riguarda poco pertinente a un autore. Vede, per me che scrivo non solo storie fantasy è molto difficile risponderle, ma se debbo proprio, posso solo dire che, Alit  e lo spirito dei sogni, come molte altre storie fantastiche, è il modo migliore, almeno per me, di esprimere tutto ciò che la fantasia ci suggerisce. Raccontare storie fantastiche non è banale, anzi, sono racconti degni d&#8217;attenzione e di rispetto, perché se c&#8217;è un linguaggio che grandi e piccoli conoscono senza che nessuno glielo abbia mai insegnato è proprio quello delle storie fantastiche, delle fiabe, storie che racchiudono in sé storie analoghe alla vita quotidiana, come in Alit. Alcune persone che hanno già letto il libro mi domandano se Alit esiste per davvero, rispondo semplicemente, che Alit esiste per metà. Infondo non ho fatto altro che estrapolare parte della realtà di un popolo e collocarla in un&#8217;ambientazione fantastica. Se vogliamo, Alit per il suo spirito d&#8217;avventura, per l&#8217;astuzia, per il coraggio, potrebbe essere paragonato a uomini avventurosi come Ulisse, Enea, Cristoforo Colombo il quale sfidava gli Oceani burrascosi alla ricerca di terre sconosciute. Personaggi con uno spirito d&#8217;avventura con il quale ha sfidato gli dei e le loro leggi, a volte giungendo persino a infrangerle. Uomini i quali hanno lasciato tracce visibili delle loro imprese. Il soggetto di Alit nacque durante la scuola di scrittura per il cinema. Mi capitò di pensare alla strutturazione della trama, proprio mentre navigavo su internet, e fu allora che l&#8217;immagine di un bambino Inuit mi colpì in particolar modo, così, grazie all&#8217;aiuto della fantasia ho cominciato a creare dei personaggi. Un semplice orso, si è trasformato in Vitilus, lo Spettrorso che accompagnerà Alit durante le sue innumerevoli avventure ecc. La trama di Alit si è sviluppata grazie a una semplice domanda che molti di noi, almeno una volta nella vita si sono posti. &#8220;Se quella volta avessi agito in modo diverso&#8230;forse adesso le cose sarebbero cambiate&#8221;, ecco, ad Alit ho dato questa possibilità, la facoltà di viaggiare attraverso il tempo, cosicché potesse capovolgere alcune situazioni successe nel passato, nel presente e quelle che dovranno avvenire nel futuro. Non tutto s&#8217;intende, d&#8217;altronde il destino deve fare pure il suo corso. Dunque Alit viaggerà nella dimensione spazio-tempo, ma per farlo ho dovuto creare un altro personaggio chiave della storia, quindi è nato Kiku, lo spirito dei sogni, il quale aiuterà Alit attraverso la dimensione onirica per raggiungere altri mondi fantastici, anche se Kiku non si dimentica che Alit è pur sempre un essere umano e come tutte le persone commette degli errori, prova sentimenti come il rischio, la paura, indecisioni che lo porteranno a scegliere strade sbagliate, anche se questi errori serviranno a farlo crescere e a diventare un attento osservatore delle proprie azioni. Alit sa che deve ringraziare soprattutto le numerose esperienze che vivrà in prima persona. Comprenderà che non sono le scelte affrettate che lo condurranno nella giusta direzione dove potrà assolvere il suo compito. A volte si sente perso fra sogno e realtà, si domanda chi è veramente, se le situazioni che sta vivendo sono veramente parte di un sogno o della realtà. Sono un bambino? Un adulto? Continua a chiedersi, specialmente quando lo spirito dei sogni improvvisamente lo trasforma, ma c&#8217;è sempre una spiegazione logica nelle sue trasformazioni. Alit, si domanda che senso ha la sua nascita. Che cosa deve fare, e lo scoprirà vivendo fantastiche avventure dove vivono differenti culture: guerrieri coraggiosi, elfi, gnomi, fate, spiriti e creature sconosciute alla realtà del suo mondo e, i quali, a volte lo aiuteranno, altri invece lo ostacoleranno rendendo la sua impresa molto più difficile da portare a termine. Alit sa che oltre alle aspirazioni personali deve trovare la consapevolezza che lo renderà migliore come essere umano. Questo personaggio, se vogliamo, riflette un po&#8217; tutti quanti noi esseri umani che diventati adulti abbiamo dimenticato, di essere stati bambini e di aver viaggiato con la fantasia, rimanendo intrappolati dagli ingranaggi di una vita frenetica, lasciando sigillato nei ricordi, quanto invece di sognare, vivere con la fantasia può aiutarci a trovare un po&#8217; di gioia. Alit scoprirà che deve guardare con il cuore, cose che con gli occhi non riesce a vedere. &#8220;Intendiamoci, non è che Alit prende il cuore e se lo mette davanti agli occhi&#8221;. Alit capirà, che non deve mai smettere di sognare, di fantasticare, perché a volte i sentieri del sogno possono condurlo alla verità. Alit deve sapere guardarsi dentro per individuare la saggezza che risiede in lui, perché solo così sarà in grado di ricavare la felicità dal mondo che lo circonda, perché, solo chi sa apprezzare veramente le cose conserva per tutta la vita, la gioia di vivere. Alit ha posto al centro della sua vita l&#8217;investigazione e la trasformazione dell&#8217;animo umano cosi che un giorno, possa diventare un gioioso strumento di conoscenza del proprio sé. Ogni azione che Alit compie, quando Alit agisce, è una motivazione verso l&#8217;amore che ha per i suoi simili, verso la sua gente, è compassionevole anche con i suoi nemici. Alit ha imparato ad amare, ad apprezzare, e a rispettare tutte le cose che lo circondano, la natura, gli esseri diversi da lui, gli animali. Diciamo che tutta la storia è circondata di mistero e lascio alla fantasia del lettore l&#8217;individuale interpretazione, e di proposito in sospeso alcuni personaggi di questa storia per riprenderli nella prossima. Infondo, a pensarci bene, Alit siamo un po&#8217; tutti quanti noi alla ricerca del perché siamo stati messi su questa terra, qual è il nostro compito da assolvere, e soprattutto alla ricerca di quella felicità, di quella spensieratezza che ci ha accompagnato durante il corso della nostra infanzia e che diventati adulti abbiamo perduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non seguo schemi ben precisi. Leggo tantissimo, ma quello che mi aiuta molto è l&#8217;osservazione di ciò che mi circonda, ascolto, immagazzino nella memoria e via, da questo prendo spunto e nascono le mie storie. La scuola per il cinema e la t.v. mi ha solo aiutato a migliorare la mia forma di scrittura e di narrazione, e molto ho da imparare, come si dice, &#8220;non è mai troppo tardi&#8221;, ma credo che, nessuna scuola possa insegnarti ciò che hai già di tuo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche &#8211; e per esperienza biografica s&#8217;intendono anche quelle concernenti l&#8217;anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta &#8211; o si pone come &#8220;sforzo&#8221; d&#8217;immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d&#8217;occasione o scrittura per mestiere? Tutti possono scrivere, fatto è, che sono pubblicati sempre più in maggior numero autori esordienti molto giovani, anche dodicenni, questo significa che l&#8217;adolescente oggi ha comunque molto da dire rispetto a qualche decennio fa. Per quanto mi riguarda, non esiste differenza fra scrittura d&#8217;occasione o di mestiere. &#8220;Certo se uno ci deve vivere con lo scritto, è un&#8217;altra questione&#8221;, basta comprendere quand&#8217;è ora di smettere di scrivere in un testo, senza aggiunte superflue, o incongruenze a volte così evidenti appunto, che servono solo a riempire un foglio. Se si ha in mente una storia, bisogna seguire solo la sua trama e stop.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un&#8217;opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d&#8217;artista. Parlaci della tua esperienza diretta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le critiche si possono accettare, si devono accettare se chi le fa non si sente un Padreterno e soprattutto devono essere espresse in modo da non ferire le persone alle quali sono rivolte. Critiche sì, ma con saggezza e ponderazione, non solo per ferire di proposito la dignità di un essere umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Di libri, di romanzi se ne scrivono in gran quantità, se dovessimo prendercela per tutte le critiche che ci sono rivolte a ogni testo&#8230; non scriverebbe più nessuno. Personalmente, sono molto gelosa e contrariata se un mio testo è alterato, anche a ragione, non so perché, e come se, dopo aver partorito un figlio, qualcun altro dipingesse a piacimento la sua fisionomia; ecco perché cerco di migliorarmi, affinché nessuno, nemmeno il più letterato curatore di bozze possa interferire su ciò che io ritengo solamente mio.</p>
<p style="text-align: justify;">
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