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	<title>Bookland - Rivista Letteraria &#187; scrivere bene</title>
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	<description>La Rivista dedicata ai Libri e agli Scrittori Esordienti</description>
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<title>Bookland - Rivista Letteraria</title>
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		<title>Incipit &#8211; Canto di Natale</title>
		<link>http://www.bookland.it/2009/01/19/incipit-canto-di-natale/</link>
		<comments>http://www.bookland.it/2009/01/19/incipit-canto-di-natale/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 18:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incipit: alleniamoci a scrivere]]></category>
		<category><![CDATA[incipit]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[scrivere bene]]></category>

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		<description><![CDATA[IL NOSTRO PRIMO RACCONTO Canto di Natale di Charles Dickens Versione di Eva Russo Scrooge. Duro e acuto come una selce dalla quale non c&#8217;era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità, nient&#8217;altro che un tronco cavo. Questo era Scrooge: una lastra di freddo marmo sotto la quale si nasconda un cadavere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL NOSTRO PRIMO RACCONTO</strong></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Canto di Natale di Charles Dickens</strong></span></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><img class="alignnone size-full wp-image-517" title="4abe058ebbee3d0c50cefb7700dcf801" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2009/01/4abe058ebbee3d0c50cefb7700dcf801.jpeg" alt="4abe058ebbee3d0c50cefb7700dcf801" width="250" height="306" /></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong>Versione di Eva Russo</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">Duro e acuto come una selce dalla quale non c&#8217;era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità, nient&#8217;altro che un tronco cavo. Questo era Scrooge: una lastra di freddo marmo sotto la quale si nasconda un cadavere o magari soltanto terra, così arida e infeconda che neanche i vermi la popolano più. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l&#8217;andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. La sua sterilità emotiva influenzava la sua forma esteriore come un una mela che marcendo all&#8217;interno pigmenta la propria buccia di un malsano colore nerastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d&#8217;inverno poteva renderlo più freddo. Freddo e acido. Niente lo muoveva; non il suono di una voce gentile, non il pianto di un bambino né la supplica di un mendicante, niente e nessuno aveva accesso ai sentimenti di Scrooge, e col passare del tempo tutti coloro che lo conoscevano si convinsero che egli fosse senza cuore. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai. Egli era al di sopra del bene e del male, o forse al di sotto, così al di sotto che ormai non importava più quanto fosse infimo e quanto ancora lo potesse diventare. Le poche parole che scambiava con altri esseri umani erano per lo più dettate dalla necessità, e la necessità era a sua volta stabilita dalla sua infinita sete di denaro: nulla era per Scrooge più importante del denaro e nulla ne giustificava la perdita o lo sperpero.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l&#8217;ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto. Le sue ore erano scandite da un significativo silenzio alternato di tanto in tanto dal tintinnio metallico di qualche moneta. Il fatto più grottesco tuttavia, era che tutto questo era normale e benvenuto per Scrooge, che si crogiolava nella propria malvagità come un uccellino nella bambagia.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell&#8217;anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l&#8217;atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia; la neve dei marciapiedi mandava di tanto in tanto qualche riverbero dorato, con il tremolio delle luci all&#8217;interno delle abitazioni. Il calore e la familiarità degli interni trasudava dalle finestre appannate, rendendo il contrasto con il gelo della strada gioiosamente penoso. Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio e la strada brulicava ancora di gente indaffarata negli ultimi acquisti Natalizi. Con i volti arrossati dal freddo e gli occhi pieni della magica esaltazione che sempre accompagna il periodo di Natale, si salutavano con calorose strette di mano e auguri esageratamente cortesi, con tutta l&#8217;intenzione di mostrarsi al proprio prossimo con il cuore in mano: a Natale siamo tutti più buoni&#8230; tutti, tranne Scrooge. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che era impossibile distinguere ciò che si trovava al di là della propria finestra. Il mondo visto dall&#8217;interno delle abitazioni era sfuocato e irresoluto. La porta dell&#8217;ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d&#8217;occhio l&#8217;impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere tremando vistosamente per il freddo. Si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela senza successo. Tutto ad un tratto la porta del locale si aprì lasciando entrare una nuvola di neve e una figurina alta e magra avvolta da una sciarpa multicolore:</p>
<p style="text-align: justify;">«Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;"><br />
<span style="color: #993300;"> Versione di Cristiana Longhi</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">Duro e acuto come una selce dalla quale non c&#8217;era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità&#8230; Mentre si dirigeva con il suo passo lesto al lavoro, un gatto nero gli attraversò d&#8217;improvviso la strada. Scrooge, da buon superstizioso, fece subito i suoi scongiuri, prima di accorgersi che dei ragazzi inseguivano il gatto. Una banda di monellacci rincorreva l&#8217;animale tirandogli dietro dei sassi con le fionde. Intenti nella loro caccia, non fecero caso all&#8217;uomo, che continuava a camminare per la sua strada. Sentì alle sue spalle il miagolio del gatto e le risa dei furfanti. In quel momento si accorse che aveva lasciato delle lettere a casa e dovette tornare indietro. L&#8217;aria fredda gli pizzicò la gola e cominciò a dare dei colpi di tosse per alleviare il fastidio. I ragazzi, ancora intenti a malmenare l&#8217;animale, si accorsero di lui e scapparono via. Anche il gatto, nonostante avesse una zampa sanguinante, si dileguò nei vicoli adiacenti. Scrooge non fece una smorfia, né dimostrò tenerezza. Impassibile, tornò a casa, prese i fogli che aveva dimenticato e si diresse di nuovo verso l&#8217;ufficio. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l&#8217;andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Accennò appena un grugnito per salutare l&#8217;usciere che al suo arrivo gli apriva la porta d&#8217;ingresso e pensò&#8230; il portiere&#8230; prima faceva il poliziotto, ma poi fu esortato a dare le dimissioni per non creare uno scandalo, perché era stato corrotto da dei malviventi, verso i quali chiudeva un occhio in cambio di qualche soldo e per poter usufruire di qualche prostituta gratuitamente&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">« Credeva che non lo venissi a sapere&#8230; lo licenzierò al più presto! »</p>
<p style="text-align: justify;">Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d&#8217;inverno poteva renderlo più freddo. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai. Al negozio si trovò più volte a licenziare i commessi che facevano sconti con troppa superficialità, spesso a clienti che nemmeno ne avevano bisogno ma imploravano per una diminuzione del prezzo solo per il gusto di chiederlo e in qualche maniera godere della loro furbizia e di un sia pur minimo vantaggio sui loro simili. Alcuni ingannavano i commessi con tante parole, moine e specialmente facendo leva sui loro sentimenti, dichiarandosi poveri e bisognosi. Alcune donne per uno sconto puntavano sul proprio fascino, disorientando i lavoranti. Scrooge, distaccato, non faceva sconti a nessuno e a chi si azzardava a chiederglielo, anzi, alzava il prezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l&#8217;ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto. Scrooge conosceva i suoi concittadini e non è che li amasse molto nemmeno lui.</p>
<p style="text-align: justify;">La Signora Fender, sempre impeccabile nelle sue mise, si credeva ancora una donna affascinante, quando invece ora non era che una vecchia bagascia, che dietro la rispettabilità del nome di suo marito, farmacista del posto, per vizio si faceva palpare nel retrobottega. La sciocca credeva di farla in barba al marito, il quale, invece, la spiava di nascosto e si eccitava menandosi l&#8217;uccello.</p>
<p style="text-align: justify;">Per non parlare del povero e lacero ciabattino. Sembrava un lampione per la sua magrezza ed aveva sempre stampato sul viso un gioviale sorriso per tutti i passanti. Questo allegro umore però non era dato dal suo buon carattere, ma dal buon vino che si scolava da mattina a sera e, quando rientrava a casa, ovviamente prima di essere passato per tutte le bettole del paese, la moglie lo raccoglieva intontito da terra e prima di caricarselo sulle spalle, lo riempiva di legnate&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell&#8217;anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l&#8217;atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che non riusciva a vedere nulla al di là delle finestre del suo ufficio. Ma ad un tratto notò una luce. Un uomo sul carretto si apprestava a rientrare. Anche se con difficoltà, lo riconobbe dal suono dei sonagli che l&#8217;uomo teneva attaccati al cavallo. Il Signor Rupert riforniva le osterie del posto col vino della sua vigna. Egli aveva quindici figli, fra maschi e femminine e di tutti e quindici ne aveva abusato sessualmente. Qualcuno dice anche del cavallo, che trattava meglio dei suoi cari. La porta dell&#8217;ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d&#8217;occhio l&#8217;impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere. Quando Scrooge gli voltò le spalle, l&#8217;uomo prese fra le mani una foto che ritraeva lui, sua moglie e al centro i suoi sette figli e l&#8217;amata figlia, morta anni or sono. I suoi occhi si arrossarono. Qualche lacrima scivolò sul suo viso. Si asciugò con la manica della giacca facendo attenzione a non farsi vedere dal suo padrone, il quale lo avrebbe sicuramente sgridato se si fosse reso conto che non stava lavorando. Strinse la foto al petto e con la mente ritornò al Natale di dieci anni prima. Sua figlia, giovane e ingenua, si era lasciata sedurre da un uomo, che, dopo averle promesso amore eterno, era sparito nel nulla, lasciandola compromessa. Lui e la moglie presero la decisione di mandare la figlia in un convento che accoglieva queste povere ragazze. La famiglia disse ai conoscenti che la ragazza era andata a farsi suora perché aveva ricevuto la vocazione dal Signore. In accordo con la madre superiora, una volta nato il bambino, le suore avrebbero fatto in modo che venisse adottato dietro pagamento; denaro che sarebbe stato suddiviso tra i genitori della ragazza e il convento. All&#8217;uomo questa sembrò la situazione migliore per nascondere l&#8217;increscioso accaduto e poter salvare l&#8217;onore della famiglia. Ma in cuor suo sapeva la verità&#8230; Scrutava di nascosto il suo padrone che tutti definivano insensibile e non si sentì da meno&#8230; La gravidanza della figlia si rivelò un aiuto prezioso per la sua numerosa famiglia che viveva di stenti. Mentre la giovane figliola moriva di parto, lui stringeva fra le mani i soldi dell&#8217;avvenuto pagamento in cambio della consegna di una bimbetta sana e robusta. Venduta ad un uomo di cui non conosceva l&#8217;identità. Ricordava bene quel momento&#8230; ciò accadde mentre le campane suonavano a festa&#8230; L&#8217;uomo tirò su con il naso prima di scacciare i vecchi cattivi pensieri e tornare al suo lavoro. Nonostante fosse mal pagato, ricordò che l&#8217;unico che gli avesse dato un lavoro fra tutti quelli a cui si era rivolto fu proprio Scrooge e questo gli permise, una volta finiti i soldi del ricavato della vendita, di poter continuare a tirar su la sua prole. Guardò il padrone e accennò un sorriso, ovviamente non ricambiato, che in fondo sapeva di non meritare.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela. Non gli piaceva sprecare la legna per la stufa, nonostante sentisse che le forze cominciavano ad abbandonarlo a causa dell&#8217;età avanzata. Scrooge non sopportava gli sprechi e l&#8217;ipocrisia della gente. Per questo se ne stava solo, in silenzio e non dava confidenza a nessuno. Preferiva non dare e non ricevere nulla. Si teneva alla larga dalle persone senza nascondere il suo scontroso carattere. Anzi andava fiero della sua solitudine. In fondo non aveva nulla da condividere se non la meschinità, con il mondo circostante. Quella meschinità nascosta che la società non dichiara di avere.</p>
<p style="text-align: justify;">Bussarono alla porta del suo ufficio. Era suo nipote. Gli venne da sorridere, ironia dei pensieri&#8230; «Si parla del diavolo e spuntano le corna!»</p>
<p style="text-align: justify;">Il viscido nipote ogni anno andava a salutare lo zio e ad invitarlo per le feste, nella speranza di assicurarsi l&#8217;eredità:</p>
<p>«Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><br />
<span style="color: #993300;"><strong>Versione di Gaia Conventi</strong></span></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">Duro e acuto come una selce dalla quale non c&#8217;era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità. Una lama gelida che non trae calore da alcun corpo molle, un cuore che batte invano senza scaldare il sangue nelle di lui vene. L&#8217;inverno lungo una vita, perentorio come i debiti, insistente come i geloni ai piedi. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l&#8217;andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Una mente votata a se stessa, l&#8217;interesse assoluto al guadagno e alla propria sterile sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d&#8217;inverno poteva renderlo più freddo. Come se il mondo, al di fuori di quel corpo e di quelle viscere, non avesse potere alcuno. Indifferente al destino altrui, al cambio di stagione, alle feste comandate, ai dolori del mondo. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai. Per lui ogni affare era tale, trattasse col povero o col signore. Il denaro, in fondo, era come lui. Entrambi indifferenti a chi avevano di fronte, freddi ed essenziali, immutabili agli elementi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l&#8217;ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto. Scrooge poteva vantare il primato d&#8217;esistere senza intrattenere alcun rapporto coi suoi simili, alcun rapporto che fosse gratuito e al di fuori della compravendita.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell&#8217;anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l&#8217;atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia. La nebbia era come lui, bagnava il mondo senza procurare beneficio, rendeva tristi gli animi e difficoltosi gli scambi di sguardi. Impegnato a contare le monete non prestava attenzione a nulla. Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il buio si insinuava nel giorno come una lunga mano guantata. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che ogni cosa poteva essere diversa da ciò che era un momento prima, ogni uomo poteva essere diverso da quel che era alla luce del sole, ogni uomo ma non Scrooge. Chi non risente della temperatura e del beneficio degli elementi non cambia quando queste cose cessano d&#8217;essere quel che sono e trasmutano nel languore. La porta dell&#8217;ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d&#8217;occhio l&#8217;impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere taglienti, richieste di denaro a chi non aveva saldato i propri debiti. Un mesto augurio di buon Natale per chi non aveva pagato, non per sfizio, ma per la povertà, la stessa che aveva costretto qualcuno ad indebitarsi oltre misura con l&#8217;uomo nebbioso e intransigente. Si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela, unica fonte di calore in quell&#8217;angolo gelido, unica energia positiva nella tana del gelido Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">«Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;"><br />
<span style="color: #993300;"> Versione di Glauco Silvestri</span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #993300;"><br />
</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">Duro e acuto come una selce dalla quale non c&#8217;era acciaio che riuscisse a far sprizzare una scintilla di generosità, il volto grigio di Scrooge osservava contrariato la caduta elegante e sinuosa dei primi fiocchi di neve attraverso la piccola vetrina della sua ombrosa bottega. Era la prima neve della stagione e già l&#8217;uomo grugniva di rancore verso l&#8217;avvento del periodo che meno sapeva apprezzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicembre, Natale, la festa dell&#8217;ipocrisia. Aveva sempre odiato e osteggiato quel periodo dell&#8217;anno. La neve era di ostacolo ai clienti che venivano in città a fare acquisti. Il freddo intimidiva i potenziali consumatori e li tratteneva in casa ad addobbare l&#8217;albero e a ingozzarsi di dolci dannosi per la salute. Le feste rubavano ore e ore al santo lavoro riducendo gli utili, indebolendo gli spiriti già pigri, inculcando l&#8217;ozio nelle menti deboli, rallentando la produttività dei dipendenti. A dicembre le vendite non erano mai soddisfacenti e la colpa era tutta di quella maledetta festa nella quale, a sentir dire dai benpensanti, tutti si doveva essere più buoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Baggianate! Scrooge osservava dalla vetrina la lenta discesa della neve; guardava riflesso dal vetro quello scansafatiche del suo impiegato fermo immobile davanti alla stufa, con le mani rivolte avidamente verso la piastra per, diceva lui, trovar sollievo alle dita tremanti; pensava a quanto sarebbe accaduto nelle prossime fredde ore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa ne potevano sapere gli altri del freddo? Loro si lamentavano di un po&#8217; di neve, del ghiaccio, e si stringevano stretti nella abbondante e morbida protezione dei loro costosi cappotti e dei loro maglioni tessuti con la lana più pregiata. Nessuno di loro conosceva il vero freddo. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli aggrinziva le gote, ne induriva l&#8217;andatura, gli arrossiva gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo sangue era come liquido refrigerante che scorre nelle intercapedini di un intestino circuito atto a serrare lo spirito rinchiuso nelle sue viscere. Un compressore per cuore, come in un frigorifero, che pompava costantemente una sostanza che sangue non era, che lo faceva circolare lento e melmoso all&#8217;interno di vene e arterie.</p>
<p style="text-align: justify;">Caldo e freddo esterno avevano ben poca influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava, non rigore d&#8217;inverno poteva renderlo più freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui, il freddo, lo aveva al posto del cuore. La pioggia più fitta, la neve, la grandine, la brina, potevano vantare qualche supremazia sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse venivano giù ben bene, ma Scrooge mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sguardo, tutto era intriso del freddo generato dal frigorifero-cuore che celava in petto. La sua intera esistenza era dominata da quello spirito privo di gradazione vitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando verrà a trovarmi?» Nessun mendicante pregava Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli domandava l&#8217;ora, nessun uomo, nessuna donna, in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli la strada per questo o quel posto.</p>
<p style="text-align: justify;">La gente lo temeva, e a ragione; percepiva il pericolo di essere contagiati da quel freddo interiore e, spaventata, se ne teneva bene alla larga. Tutto ciò a Scrooge non disturbava. Anzi ne era quasi sollevato. I contatti umani erano sempre stati problematici per lui. Parole come affetto, gentilezza, disponibilità e socialità non avevano un grande significato nel suo vocabolario. Alcune di esse neppure esistevano in quello strano codice che dirigeva e conduceva l&#8217;esistenza del signor Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno, il migliore dei più bei giorni dell&#8217;anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l&#8217;atmosfera livida e tagliente volgeva verso la nebbia; era il clima ideale per lo spirito che animava il suo vecchio cuore, se non fosse stato per quei fazzoletti candidi che cadevano veleggiando verso terra, se non fosse stato per ciò che era accaduto pochi attimi prima, quando ancora era affacciato a quella piccola vetrata.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli orologi stradali avevano appena battuto le tre, ma faceva già buio, lui stava guardando fuori attraverso il vetro appannato, malediceva il maltempo e il freddo perché impediva ai clienti di entrare nel suo negozio, malediceva l&#8217;aria natalizia perché allontanava le persone dalla sua bottega, che ormai, come lo stesso Scrooge, godeva di una fama ingiustificata, a suo parere personale.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo che male c&#8217;era nel pensare al guadagno? Che male c&#8217;era a calcolare ogni profitto e a custodirlo gelosamente? Che male c&#8217;era nel cercare di preservare e incrementare il proprio patrimonio? La gente sopravvalutava i sentimenti e i sentimentalismi. Sapeva bene dove conduceva un cuore troppo aperto nei confronti degl&#8217;altri. La debolezza, la generosità, la bontà erano tutti mezzi che indissolubilmente, indiscriminatamente, irrimediabilmente conducevano alla povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Stolti erano coloro che credevano in valori impalpabili; con quelli non si poteva certo comprare il cibo per sfamare se stessi e la propria famiglia, con quelli non si poteva certo comprare il carbone per scaldare la propria casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge aveva contato i tre rintocchi provenienti dal vecchio campanile e a ognuno di essi aveva grugnito il solito anatema verso le feste natalizie. Il suo sguardo distratto dai pensieri non si era accorto dell&#8217;improvvisa comparsa di un esserino davanti alla vetrata della bottega.</p>
<p style="text-align: justify;">Era appoggiato al vetro con la sua faccia tonda e bianca come il latte. Una bocca minuta con le labbra rosse quanto il fuoco, il naso piccolo come un frutto di bosco, un impercettibile lampone rosso sulla superficie bianca e liscia di quel visetto lentigginoso. Gli occhi stretti, impegnati ad attraversare la vetrata per vedere chi fosse l&#8217;ombra che osservava l&#8217;esterno con tanta attenzione. Il vestito rosso, abbondante a tal punto da trasformare la creaturina in uno strano pupazzo. Il cappuccio, anch&#8217;esso rosso, con un bonbon bianco e schiumoso, quasi fosse un Babbo Natale in miniatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vecchio Scrooge trasalì violentemente quando si accorse dell&#8217;esserino. Aveva compiuto qualche passo indietro, verso la scrivania del suo impiegato che, accortosi della strana reazione, aveva alzato lo sguardo più per curiosità che per preoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge aveva avuto bisogno di qualche istante per riprendersi; si era girato verso il suo impiegato scansafatiche e l&#8217;aveva fulminato con una occhiata gelida. Non appena questo si era piegato nuovamente sulle carte, il vecchio aveva girato lo sguardo verso la vetrina ma, la visione di poco prima era già scomparsa. Per un attimo pensò che fosse stata un sorta di allucinazione. Era stanco, aveva lavorato dalla mattina all&#8217;alba e doveva ancora terminare alcune faccende. Per cui aveva archiviato la visione ed era tornato nel suo stanzino.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva ripreso a lavorare, seduto chino sulla vecchia sedia scricchiolante ma non era riuscito a smettere di pensare a quella visione. Un lieve sorriso era sfuggito alle labbra screpolate e ormai prive di sentimento del vecchio Scrooge.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto alzava lo sguardo verso l&#8217;altro ambiente. La nebbia penetrava da ogni fessura, da ogni buco della serratura, ed era tanto fitta che dalla sua scrivania era impossibile veder cadere la neve. Forse aveva addirittura smesso di nevicare, forse la temperatura era salita e, non potendosi più formare il cristallo candido e delicato, l&#8217;atmosfera umida della città aveva generato una nebbia densa e allo stesso tempo impalpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La porta dell&#8217;ufficio di Scrooge era aperta ed egli poteva tener d&#8217;occhio l&#8217;impiegato che, di fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco, stava copiando lettere e documenti urgenti. La bottega era composta di tre ambienti e il suo ufficio dominava sia lo sgabuzzino dove lavorava il suo impiegato, sia lo spazio dedicato a ricevere i clienti. Quella sera l&#8217;ambiente era miseramente vuoto e silenzioso. Per evitare che il suo impiegato passasse il tempo a girarsi i pollici, gli aveva affibbiato l&#8217;ingrato compito di fare delle copie di tutti i documenti che riteneva importanti; una sorta di assicurazione contro gli eventuali incidenti a cui un foglio di carta poteva incorrere.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge aveva inforcato i piccoli occhialini dalla montatura metallica e aveva tentato di leggere il grosso faldone che aveva davanti a sé ma la mente continuava a ritornare alla visione di pochi minuti prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosceva bene quel visetto tondo. Era quello della sua nipotina Ersilia. La bambina più dolce che lui avesse mai visto e conosciuto. Intelligente e arguta, nonostante la tenera età, l&#8217;unica fiammella che era stata capace di scaldare il freddo circuito sanguigno che lo manteneva in vita. Peccato che quel piccolo fiore primaverile gli era negato alla vista. I genitori lo avevano allontanato da lei per paura che la sua influenza potesse danneggiarla, traumatizzarla, incattivirla. Non volevano che la piccola Ersilia conoscesse il mondo con gli occhi avidi, freddi e calcolatori dello zio.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure lui si riteneva nel giusto e credeva che il suo modo di pensare potesse salvarlo dalla vulnerabilità a cui tutti quanti erano esposti. Voler bene, amare, essere disponibili verso il prossimo, erano debolezze che lui non poteva permettersi. Aveva faticato una vita per avere ciò che possedeva e non voleva perderlo; aveva paura di perderlo, era terrorizzato che gli venisse portato via.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge si raccolse nel vecchio maglione bucato che indossava. Un brivido improvviso lo aveva scosso fin nelle viscere. Si era avvolto in una sciarpa bianca e cercava di scaldarsi alla fiamma della candela che teneva accesa sulla scrivania. Aveva freddo. Non poteva crederci ma, aveva freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Era bastata quella fugace visione per scaldare un corpo che mai aveva percepito il minimo tepore. Era bastato quel visetto tondo e innocente per forare il ghiaccio delle sue arterie, per accendere il suo vecchio cuore impigrito, per fargli provare un brivido tanto profondo da farlo intirizzire.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge si rese conto che qualcosa era cambiato dentro di sé. Gli occhi socchiusi del vecchio si voltarono a osservare la bottega, il commesso indaffarato a copiare le carte che gli aveva affidato, il vecchio pendolo che ormai segnava le tre e mezza, la nebbia&#8230; fu colto dal panico. Spalancò gli occhi e inspirò rumorosamente. Il commesso sollevò lo sguardo per un attimo e subito lo riabbassò sul suo lavoro. Scrooge sentì mancargli l&#8217;aria, boccheggiò avidamente e ebbe paura di morire lì, solo, nella sua bottega; davanti al proprio impiegato troppo impegnato, intimorito e intimidito per fare qualunque cosa e salvarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi di nuovo i suoi polmoni si dilatarono e subito Scrooge capì che si era trattato di un semplice attacco d&#8217;ansia. Semplice e inevitabile. Inspirò lento, chiuse gli occhi e, si meravigliò nel vedersi pregare, chiedere aiuto in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprì gli occhi quando la campanella sulla porta tintinnò allegramente. Aprì gli occhi e sollevò lo sguardo dal faldone che aveva davanti a sé e, eccolo lì, il piccolo Babbo Natale che aveva scorto attraverso la vetrina. La bambina che aveva saputo sciogliere il suo cuore, l&#8217;angelo che era venuto per salvarlo. Era proprio davanti a lui, a meno di un metro dalla sua scrivania e, tra le sue manine piccole e delicate, teneva stretto un pacchetto luccicante. Era un regalo&#8230; per lui. Un regalo per il vecchio Scrooge, l&#8217;uomo che non aveva più ricevuto regali di Natale da quando aveva abbandonato la spensieratezza di bambino. Un pacchetto avvolto in una carta azzurra, lucida, con dei decori in argento e un grande fiocco rosso. La bimba Ersilia gli porgeva il pacchetto con un sorriso innocente e coinvolgente.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge sorrise, si commosse, ma non si mosse dalla sua scrivania. Ricordava bene le parole di suo fratello, ricordava bene le parole della moglie di suo fratello. Scosse la testa e fece quasi per rifiutare il dono, ma l&#8217;istinto lo costrinse a sollevare lo sguardo. Là, sulla porta, c&#8217;era suo fratello, c&#8217;era la madre di Ersilia. Si tenevano abbracciati nella nebbia che penetrava pigramente attraverso la porta aperta. Sorridevano, annuivano, lo guardavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrooge si sollevò dalla scrivania, fece il giro del vecchio legno e si fermò di fronte alla piccola Ersilia. Si inginocchiò per poter vedere la bimba da vicino, allungò le mani verso il pacchetto e, lei, sorridente e felice, pronunciò le parole più belle che il vecchio Scrooge avesse mai udito in vita sua «Lieto Natale, zio. Dio sia con te.»</p>
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		<title>Incipit &#8211; Autori e Istruzioni per partecipare</title>
		<link>http://www.bookland.it/2008/12/21/incipit-autori-e-istruzioni-per-partecipare/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Dec 2008 18:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incipit: alleniamoci a scrivere]]></category>
		<category><![CDATA[incipit]]></category>
		<category><![CDATA[scrivere bene]]></category>

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		<description><![CDATA[Incipit è la pagina dedicata ai nostri racconti. Periodicamente forniremo a turno degli incipit e scriveremo delle mini-storie ognuna diversa dall’altra, ognuna caratterizzata da una peculiarità che la ricondurrà non solo alla penna che l’ha composta, ma anche ad uno stile, ad una dimensione, ad uno spirito e ad una creatività peculiari. Quest’idea nasce dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Incipit</strong> è la pagina dedicata ai nostri racconti. Periodicamente forniremo a turno degli <em>incipit </em>e scriveremo delle <em>mini-storie</em> ognuna diversa dall’altra, ognuna caratterizzata da una peculiarità che la ricondurrà non solo alla penna che l’ha composta, ma anche ad uno stile, ad una dimensione, ad uno spirito e ad una creatività peculiari. Quest’idea nasce dal fatto che il miglior modo di esercitare la propria abilità alla scrittura, è quello di cimentarsi, testimoniando con la pratica quanto materiale si può produrre partendo da un terreno comune. Ogni racconto sarà la risultante della commistione di stralci, citazioni e parafrasi dei testi originali, oppure il reale spunto creativo dei partecipanti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>nb.</strong> tutto il materiale qui prodotto, salvo dove indicato diversamente, è proprietà esclusiva degli <strong>Autori</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>SCHEDE </strong><strong>AUTORI</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="../wp-content/uploads/2008/12/picture-0179.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-90 alignnone" title="picture-0179" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/picture-0179.jpg" alt="" width="90" height="80" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandra Di Gregorio</strong>, classe ‘83, prov. di Pescara.</p>
<p style="text-align: justify;">Laureata in Lettere Moderne col massimo dei voti e la lode, con una tesi in Linguistica sullo studio dei meccanismi e delle strategie della comunicazione in Rete. Collabora con Caravaggio Editore come lettore e consulente editoriale. Scrive poesie e racconti su diversi blog letterari, collabora con la rivista Bookland.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="../wp-content/uploads/2008/12/katia-de-sessa.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-96 alignnone" title="katia-de-sessa" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/katia-de-sessa-150x150.jpg" alt="" width="88" height="100" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Katia Deborah De Sessa</strong>, 26 anni, Cosenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrittrice, collabora con alcune riviste. Direttore del Circuito Librerie Danae, scrive su alcuni siti internet a sfondo letterario. Ha pubblicato nel 2007 Mobbing per Il Filo Editore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="size-thumbnail wp-image-104 alignnone" title="gaia-conventi" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/gaia-conventi-150x150.jpg" alt="" width="93" height="98" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gaia Conventi</strong>, classe ‘74, prov. di Ferrara. Scrittrice di gialli e noir, nel 2005 scrive l’e-book <em>I DELIZIONI DELITTI DI LITTLE TOWN</em> che poi pubblicherà con Edigiò. E’ presente nell’antologia “Giallomilanese 2006″e pubblica ancora con Edigiò. Nel 2008 vince i concorsi Adamantes ed “Esperienze in giallo” col romanzo breve <em>UNA SCOMODA INDAGINE E UN CANE </em><em>FETENTE</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="../wp-content/uploads/2008/12/glauco-silvestri.jpg"><img class="size-medium wp-image-115 alignnone" title="glauco-silvestri" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/glauco-silvestri.jpg" alt="" width="96" height="105" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Glauco Silvestri</strong>, classe ‘72, Bologna. Ha pubblicato diverse opere con GET Edizioni e nel 2007 esce con <em>31 OTTOBRE</em>, thriller edito da Il Filo Editore, e apre un blog omonimo dedicato agli esordienti, per raccontare della sua esperienza letteraria. Pubblica anche con Boopen e produce diversi e-book disponibili gratuitamente sul suo sito.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="../wp-content/uploads/2008/12/piccola-eva.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-303" title="piccola-eva" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/piccola-eva-283x300.jpg" alt="" width="101" height="107" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Eva Russo</strong>, classe ‘75, Novara. Scrittrice di talento, vive e lavora in Belgio. Ha partecipato al concorso Adamentes per Caravaggio Editore, aggiudicandosi il primo posto assoluto per la collana Narratio, col suo <em>La mia vita in una scatola di Biscotti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cristianalonghi.com/"><img class="alignnone size-medium wp-image-322" title="crisa" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/crisa.jpg" alt="" width="100" height="112" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Cristiana Longhi</strong>, Roma. Narratrice erotica, scrive su diversi blog a carattere letterario. Co-autrice del romanzo <em>Lisa &amp; CèCile</em> (premiato come miglior libro erotico &#8211; Fiuggi 2007), ha partecipato con un’introduzione e due suoi racconti erotici all’antologia <em>Eroticamente &#8211; Confessioni intime</em>.</p>
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		<title>Corso di BlogWriting &#8211; Manuale</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 16:49:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[recensione a cura di Alessandra Di Gregorio Titolo: Corso di Blogwriting. Appunti in tema di scrittura creativa per blog letterari Autore: Barbarisi Maurizio Editore: Caravaggio Editore Data di Pubblicazione: 2008 Collana: Compendium ISBN-13: 9788895437170 Pagine: 244 Il testo di Barbarisi si presenta come un agile corso che coniuga la positività della scrittura priva di contrazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">recensione a cura di <strong>Alessandra Di Gregorio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a href="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/717/9788895437170g.jpg"><img class="alignnone" title="blogwriting" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/717/9788895437170g.jpg" alt="" width="200" height="289" /></a><br />
<span class="product_label"><strong></strong></span></p>
<p><span class="product_label"><strong>Titolo</strong>:</span> <span class="product_text">Corso di Blogwriting. Appunti in tema di scrittura creativa per blog letterari</span><br />
<span class="product_label"><strong>Autore</strong>:</span> <span class="product_text">Barbarisi Maurizio</span><br />
<span class="product_label"><strong>Editore</strong>:</span> <span class="product_text"><a href="http://www.caravaggioeditore.it" target="_blank">Caravaggio Editore</a></span><br />
<span class="product_label"><strong>Data di Pubblicazione</strong>:</span> <span class="product_text">2008</span><br />
<span class="product_label"><strong>Collana</strong>:</span> <span class="product_text">Compendium</span><br />
<span class="product_label"><strong>ISBN-13</strong>:</span> <span class="product_text">9788895437170</span><br />
<span class="product_label"><strong>Pagine</strong>:</span> <span class="product_text">244</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il testo di Barbarisi si presenta come un agile corso che coniuga la positività della scrittura priva di contrazioni schematiche senza fantasia nè utilità ai fini della conoscenza, e la concretezza della propria esperienza personale &#8211; esperienza vissuta in qualità di blogger o per meglio dire web-taler. Il suo saggio è dunque un prontuario nient&#8217;affatto banale, ma pregno di spunti scrittori intelligenti che, manco a dirlo, non saranno d&#8217;aiuto solo ai frequentatori del web con velleità artistiche, ma anche e soprattutto a tutti coloro che, avendo più o meno grandi capacità di elaborazione del pensiero in forme creative e letterarie &#8211; in senso lato e non &#8211; abbisognano di qualche suggerimento per dare un &#8220;tono&#8221; alla propria opera. Quando ci si avvicina alla scrittura e si riesce a fare il passo successivo, ad esempio, ovvero quello di prendere in mano il proprio manoscritto per indirizzarlo all&#8217;editoria, bisogna tener presente che non tutto è adatto alla pubblicazione, che serve una certa forma affinché quello che abbiamo scritto si possa ritenere accettabile e che dunque anche se non lo è, può senza dubbio diventarlo, grazie ad accorgimenti basici che vanno al di là del nostro stile personale (che possiamo solo esercitare o possedere in modo innato). L&#8217;Autore insiste sull&#8217;uso della punteggiatura, sulla conoscenza della sintassi e l&#8217;uso del dizionario (la nostra lingua è infatti molto vasta e non solo va modulata stilisticamente e adoperata in modalità prettamente &#8220;narrativa&#8221;, ma conosciuta sufficientemente bene e applicata di conseguenza) sull&#8217;esercizio alla scrittura (e chi è blogger &#8220;di mestiere&#8221; ne sa qualcosa), sull&#8217;esercizio della propria curiosità sul mondo circostante e soprattutto sulla lettura, unica vera porta d&#8217;accesso per la formazione di un bagaglio culturale utile ai fini personali e al fine della nostra officina scrittoria. Quello su cui inoltre si appunta l&#8217;attenzione, è il rapporto esistente tra lettore e scrittore, facendo ovviamente le dovute differenziazioni tra chi scrive sul blog e chi scrive su supporto cartaceo &#8211; il quale ha un rapporto di feedback molto più lento e forse anche meno incisivo, col lettore &#8211; e poi sui diversi tipi di scrittura e storie narrate, sui diversi tipi di testo (da quello olografo, a quello dattiloscritto, a quello tipografico fino a quello digitale), sul linguaggio e le sue particolarità, sugli spunti per rinnovare una creatività assente, su come impostare i dialoghi, i personaggi e tutto ciò che riguarda lo scrivere storie,  ponendosi perciò come risposta razionale alla difficoltà contingente provata da quanti scrivono e non sanno bene come correggere le proprie bozze o come impostare in modo più comunicativo e apprezzabile ciò su cui hanno lavorato alacremente &#8211; difficoltà molto facile ad ingenerarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, un gran bel manualetto! Barbarisi dunque getta le basi non solo per la cura del proprio blog di racconti, ma anche e soprattutto per la cura della propria &#8220;penna&#8221; che, inutile dirlo, non è fatta solo di genio e sregolatezza (per chi li ha&#8230;), ma deve fare i conti con una realtà fatta di codici linguistici, retorici ed espedienti comunicativi ben precisi &#8211; quegli stessi espedienti che ci permettono di essere fruiti e fruibili, e che possono venirci veramente in soccorso al momento di razionalizzare la nostra opera e renderla  sapida, professionale e degna d&#8217;esser letta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Adg</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a href="http://www.caravaggioeditore.it/bookshop/index.php?main_page=product_info&amp;cPath=9&amp;products_id=19"><strong>Clicca QUI per ordinare il libro sul sito dell&#8217;editore.</strong></a></p>
<p>Scarica Anteprima del Libro:</p>
<p><a href="http://www.caravaggioeditore.it/file-manager/750ff54bb37b4d9881df8a6f7616e01bcorsoblogwriting_anteprima.pdf"> </a></p>
<p><a href="http://www.caravaggioeditore.it/file-manager/750ff54bb37b4d9881df8a6f7616e01bcorsoblogwriting_anteprima.pdf" target="_blank"> <img class="bbcode-img-left" src="http://www.caravaggioeditore.it/images/pdf.jpg" alt="Immagine" /></a></p>
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		<title>Manuale di Retorica</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 16:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bice mortara garavelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Cicerone, nelle sue Opere sulla Retorica, enumera alcune principali qualità o “virtù” dell’espressione (virtutes elocutionis) a cui si possono ricondurre, volendo, tutti i requisiti dello stile diversamente suddivisi nei vari trattati di retorica. Il requisito fondamentale di un discorso è che esso sia conforme a quanto è richiesto dalle circostanze e dagli scopi del parlare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/fotolia_1276023_s-small.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-225" title="fotolia_1276023_s-small" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/fotolia_1276023_s-small-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Cicerone, nelle sue Opere sulla Retorica, enumera alcune principali qualità o “virtù” dell’espressione (virtutes elocutionis) a cui si possono ricondurre, volendo, tutti i requisiti dello stile diversamente suddivisi nei vari trattati di retorica.<br />
Il requisito fondamentale di un discorso è che esso sia conforme a quanto è richiesto dalle circostanze e dagli scopi del parlare, e dalle caratteristiche del tipo o genere a cui il discorso appartiene. Questa è la qualità che i romani chiamarono aptum, ovvero l’appropriatezza, la convenienza e la congruenza coi fattori esterni e interni alla produzione del discorso, l’essere adatto (il discorso stesso) al raggiungimento di fini prefissati e alla situazione, oltre che conforme alle regole. In questo senso esistono diversi fattori determinanti: la correttezza lessicale e grammaticale, cioè il rispetto di un’ideale integrità della lingua; la chiarezza, necessaria perché il discorso sia comprensibile; l’ornatus, ovvero la bellezza derivante da un lusso sapientemente regolato di mezzi e ornamenti. Quest’ultima viene definita da Cicerone la virtù “meno necessaria”, ma, poiché la bellezza di un’espressione è un fattore non trascurabile, un fattore che può addirittura giustificare un “errore voluto” e quindi una “licenza”, nella sostanza  produce o aumenta nel discorso la capacità di fare presa e di imprimersi nella mente di chi ascolta.<br />
Ricapitolando, il venir meno a una di queste virtù è una deviazione, un errore, o per eccesso o per difetto; questo se la deviazione è ingiustificata. La licenza, invece, è una deviazione giustificata da un dovere più forte di quello al quale si contravviene.<br />
La stessa idea di un permesso, di una deroga lecita dalle norme stabilite risponde a ragioni di “logica giuridica”: se si contravviene a una legge per ottemperare a un dovere più forte dell’obbligo o del divieto sancito dalla stessa, l’infrazione non è considerata una colpa. Applicato all’uso della lingua, il conflitto tra doveri si configurava come contrasto tra grammatica e retorica, ovvero fra parlare corretto e parlare bene ed efficacemente. Fu questo criterio che servì, nell’insegnamento tradizionale della retorica letteraria, per giustificare gli usi “devianti”, rispetto alla grammatica normativa, da parte degli autori proposti come modelli da imitare. In questo modo si arginava l’errore, riservando il privilegio di infrangere le prescrizioni grammaticali solo a chi ne aveva l’autorità, e quindi le buone ragioni, per fare ciò che agli altri, ai comuni parlanti e scriventi, non sarebbe stato concesso. Un sicuro possesso della lingua appariva infatti come preliminare e indispensabile all’esercizio dell’eloquenza e ben presto, nel fissare i requisiti della correttezza linguistica, subentrarono le tendenze alla conservazione: nasce così il purismo, come tutela della puritas, sospettoso di innovazioni, che vengono avversate come minacce o attentati all’integrità della lingua.<br />
A questo punto diventa necessario passare in rassegna, almeno sommariamente, le principali deviazioni (lecite o meno) dalle virtutes elocutionis.<br />
Rispetto alla purezza linguistica, il Barbarismo è il vizio per difetto, mentre l’Arcaismo il vizio per eccesso. Nel primo gruppo rientrano le parole malformate rispetto alle regole morfologiche e fonologiche; i forestierismi, ovvero i prestiti lessicali da lingue straniere; i dialettalismi, cioè vocaboli appartenenti a uno dei dialetti parlati entro il territorio di una lingua nazionale e aventi in comune la stessa origine; e, infine, i neologismi, ovvero parole di nuovo conio. Gli arcaismi sono invece i vocaboli antiquati, non più abituali, quindi inutili e pomposi in qualsiasi discorso che al contrario debba risultare comprensibile.<br />
I Solecismi erano gli errori di morfologia (formazione delle parole: declinazione e coniugazione) e di sintassi. Il Pleonasmo ha invece luogo quando la frase viene sovraccaricata di parole inutili. Analoga a quest’ultima è la Perissologia, ovvero l’enunciazione sovrabbondante e superflua di informazioni già espresse in altro modo. Si tratta di una sorta di perifrasi che fa zavorra, una forma di ridondanza che disturba la comunicazione invece di favorirla, complicando inutilmente il discorso. Del tutto simile è la Macrologìa (che non è altro che la prolissità), ovvero il parlare più a lungo del necessario.<br />
Il Metaplasmo è ogni cambiamento nella forma di singole parole, accolto nel sistema linguistico per forza di consuetudine, oppure giustificato dall’autorità degli scrittori “approvati”. Diamo qui un elenco dei principali metaplasmi realizzati per mezzo di aggiunzione, soppressione e permutazione. Aggiunte di elementi non etimologici all’inizio di parola sono dette Protesi; un esempio è la “i-” aggiunta in parole che cominciano con la “s-” (in ispirito, per iscritto, in istoria). Aggiunte all’interno della parola sono Epentesi; per esempio nella parola Genova è avvenuta l’aggiunta della -v- rispetto al latino Genua. Aggiunte alla fine di una parola sono Epitesi che avvengono, per esempio, in certe pronunce meridionali (filme in luogo di film).<br />
Le soppressioni invece comprendono: l’Aferesi, se questa soppressione avviene al principio di parola (scuro da oscuro); la Sincope, se l’eliminazione avviene all’interno della parola (comprare da comperare). L’Apocope è invece la caduta di elementi terminali (po’ da poco, signor da signore). La fusione di due vocali contigue e appartenenti a parole diverse è detta Sinalefe (si esauriscono); l’eliminazione di una di esse è invece l’Elisione, indicata graficamente dall’apostrofo (l’orto, un’erba).<br />
Altri metaplasmi metrici sono la Sistole e la Diastole (il suo opposto): nella metrica latina la prima comporta l’abbreviamento di una vocale normalmente lunga, la seconda invece comporta l’allungamento di una vocale di norma breve. Nell’italiano questi metaplasmi possono essere rappresentati dallo spostamento dell’accento per ragioni di ritmo o rima.<br />
Un metaplasmo dovuto a permutazione è la Metatesi, che consiste nell’invertire l’ordine di successione dei suoni in una parola (stroppiare invece di storpiare; areoplano invece di aeroplano).<br />
Le deviazioni finora descritte appartengono tutte alle “figure di parola”; accanto ad esse si pongono le “figure di pensiero”, legate più al contenuto del discorso che ai suoi singoli elementi costitutivi. Tornando quindi alle altre virtù richieste dalla retorica, la chiarezza non sempre è una qualità facilmente definibile e giudicabile, in quanto molto soggetta alla valutazione di chi ascolta. Non a caso, diversamente dalla puritas, per cui esisteva una basa grammaticale, la perspicuitas e i suoi contrari venivano definiti, in età latina, in base al criterio dell’adattamento all’uditorio. L’oscurità totale era, per esempio,  considerata il massimo “errore per difetto”: soprattutto se tale oscurità non era desiderata per motivi letterari o d’altro genere. Nella sintassi l’oscurità totale è detta Sinchisi; questa si ha nel momento in cui l’ordine normale viene sovvertito in modo caotico. L’Anfibolia invece è l’ambiguità di senso, causata dalla presenza di costrutti o parole soggette a più interpretazioni.<br />
L’eccesso nella ricerca della chiarezza era considerato invece l’errore opposto: si va dalla pedanteria di precisazioni superflue all’incapacità di sfruttare il potere evocativo del “non detto” (utile in Letteratura).<br />
Per quanto riguarda l’Ornatus, la virtù che regola la “bellezza” del discorso, possiamo dire che l’errore per difetto si ha quando un discorso è disadorno, povero, per eccesso quando provoca ridondanza e leziosa ricercatezza, al di là di quelle che sono le esigenze reali del discorso. Nel prossimo articolo completeremo la trattazione con quelle che comunemente vengono indicate come le “figure retoriche”, le quali appartengono a questa categoria.</p>
<p>Tratto da &#8220;Manuale di Retorica&#8221; di Bice Mortara Garavelli</p>
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		<title>Il Riso &#8211; Saggio sul significato del comico</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 09:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione di Michela Pollutri Ecco una recensione dettagliata su un argomento molto particolare: il Comico. Autore de Il riso, saggio sul significato del comico, scritto nel 1900, è il noto Henri Bergson, uno dei più grandi filosofi contemporanei, oltre che premio Nobel per la Letteratura nel 1927. Dove può e dove non può esistere il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione di Michela Pollutri</p>
<p><a href="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/untitled.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-193" title="untitled" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/untitled-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco una recensione dettagliata su un argomento molto particolare: il Comico. Autore de <strong><em>Il riso, saggio sul significato del comico</em></strong>, scritto nel 1900, è il noto <strong>Henri Bergson</strong>, uno dei più grandi filosofi contemporanei, oltre che premio Nobel per la Letteratura nel 1927.<br />
Dove può e dove non può esistere il comico? Cos’è che suscita il riso?&#8230; In questo articolo cercheremo di riassumere i punti salienti dell’interessante saggio di Bergson, rispondendo a tutte queste domande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che contesto può prendere vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano. Si può ridere di un animale o di un oggetto inanimato, ma solo perché possiamo sorprendere in esso un’attitudine o un’espressione umana.<br />
In secondo luogo è l’insensibilità che accompagna ordinariamente il riso; l’indifferenza è l’ambiente naturale del comico. Nel momento in cui c’è una presa emotiva risulta molto difficile trovare “comico” qualcosa. Infine il comico è un qualcosa che si sviluppa soprattutto in compagnia o comunque nell’ambito di un circolo chiuso, un gruppo di persone che condividono un’intesa, un’esperienza e una complicità che fa si che l’oggetto del riso non sia facilmente comprensibile al di fuori di esso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da cosa è provocato il riso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tanto per cominciare, il ridicolo è spesso provocato da una certa “rigidità di meccanismo” laddove ci si aspetterebbe al contrario agilità e prontezza. In altre parole, l’effetto comico è suscitato da una qualcosa di imprevedibile e spontaneo. Non a caso, quando un dato effetto comico deriva da una certa causa, l’effetto ci parrà tanto più comico, quanto più naturale troveremo la causa. Questa “rigidità”, causa di riso, la possiamo riscontrare facilmente nel carattere umano. Esistono infatti i «vizi tragici» e i «vizi comici»; mentre i primi complicano la persona, i secondi operano una semplificazione. Nella tragedia i personaggi sono portatori di vizi, ma hanno una natura complessa e su di loro ruota il dramma; nella commedia, invece, i vizi diventano protagonisti fino a offuscare i personaggi stessi. Inoltre mentre il personaggio tragico è sempre cosciente dei sentimenti che suscita, quello comico non è consapevole di suscitare il riso.<br />
Ogni rigidità del carattere, dello spirito e del corpo sarà dunque sospetta alla società, perché essa è segno di un’attività che viene svolta male. Questa rigidità è il comico e il riso è il suo castigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il comico nella fisionomia facciale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Può risultare comico un uomo che ha voluto irrigidirsi in una data attitudine e quindi contrarre in una smorfia il suo corpo. Quindi un’espressione risibile del viso, ci fa pensare a qualcosa di rigido, nella ordinaria mobilità della fisionomia (un tic perpetuo o una smorfia fissa).<br />
Mentre un viso è considerato espressivo perché lo immaginiamo “mobile”, l’espressione comica è quella che non ci promette nulla di più di quello che ci dà, ma ci suggerisce l’idea di un’azione semplice, meccanica; ciò non ha a che fare quindi con la “bruttezza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il comico nelle forme, nei gesti e nei movimenti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le attitudini, i gesti e i movimenti del corpo umano sono comici nelle stesse proporzioni in cui questo corpo ci fa pensare a un “meccanismo semplice”. Alcuni movimenti quando ritornano periodicamente, ci appaiono con rigidità, come se fossero parte di un meccanismo elementare che funziona automaticamente. Imitare qualcuno significa estrarre l’automatismo che è insito in lui, quindi la chiave del riso sta nella ripetitività dei gesti. Ciò perché un normale essere vivente non dovrebbe mai ripetersi in maniera così sistematica, al pari di una macchina. L’automatismo e la rigidità ci appaiono strani, in quanto quando pensiamo al corpo umano, ci immaginiamo un essere dall’agilità perfetta. Tuttavia questa agilità più che al corpo appartiene all’anima, al pensiero. Da questo contrasto quindi nasce il riso. Per capirci, è comico, ad esempio, ogni incidente che attira la nostra attenzione sul fisico di una persona, quando dovremmo invece badare alle sue parole o ai suoi sentimenti (un uomo che cammina per strada e inciampa in malo modo; un professore universitario che mentre tiene un seminario, e tutta la platea è concentrata su di lui, cade improvvisamente dalla sedia, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il comico nelle situazioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo dire che sia comica qualunque situazione che ci dia l’illusione della vita e di un ordine meccanico al suo interno.<br />
Una situazione comica può essere quella caratterizzata da una forza che si ostina e un’altra che la reprime sistematicamente. Alla base di una situazione del genere vi è comunque la ripetizione all’infinito.<br />
Vi sono anche altre situazioni in cui un personaggio è convinto di parlare e agire liberamente, mentre invece non è altro che una marionetta nelle mani di un altro che si diverte alle sue spalle. In questo caso, ovviamente, lo spettatore guarda la scena dal punto di vista dei “furbi”.<br />
Una terza situazione è rappresentata da un effetto che si propaga progressivamente aggiungendosi a se stesso, in modo che la causa, insignificante in origine, termini in un risultato catastrofico quanto inatteso.<br />
Ma perché giudichiamo comiche queste persone e situazioni? Secondo Bergson il comico è quel lato di una persona per cui essa rassomiglia ad una “cosa”, nonché quell’aspetto degli avvenimenti umani che imita il meccanismo puro e semplice, l’automatismo senza vita. Possiamo quindi avere: la semplice ripetizione, cioè una combinazione di circostanze che ritornano tali e quali a più riprese; l’inversione, nel momento in cui abbiamo alcuni personaggi in una determinata situazione e in seguito invertiamo le parti, osservando una scena simile a quella iniziale ma appunto “invertita” (fanno parte di questo meccanismo tutte quelle rappresentazioni del “mondo alla rovescia”); l’inversione della serie, ovvero una situazione che viene vissuta da due punti di vista tra loro indipendenti e inconsapevoli l’uno dell’altro. Parliamo dell’equivoco, nel quale lo spettatore conosce la storia molto più a fondo degli stessi personaggi che la interpretano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Comico nella Parole</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna innanzitutto distinguere tra il comico che il linguaggio «esprime» e il comico che il linguaggio «crea». Il primo potrebbe essere tranquillamente tradotto da una lingua all’altra, mentre il secondo è intraducibile, perché la comicità risiede tutta nella struttura della frase e nella scelta delle parole. Si può dire che il comico nel linguaggio non è altro che una proiezione (sul piano linguistico) del meccanismo che sta dietro al comico delle azioni e delle situazioni (già trattato).<br />
<strong><br />
Situazioni comiche legate al linguaggio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lasciarsi trascinare a dire (per effetto di rigidità) quel che non si voleva dire, o lasciarsi convincere a fare quel che non si voleva fare, è tra le più grandi sorgenti di comicità. Allo stesso modo si otterrà sempre una frase comica inserendo un’idea assurda in un modello di frase stereotipata.  Si ottiene inoltre un effetto comico ogni qualvolta si finge di intendere un’espressione nel senso letterale, quando essa era impiegata in senso figurato. Se, insomma, la nostra attenzione si concentra sulla materialità di una metafora, l’idea espressa diventa comica.<br />
L’«Interferenza» di due sistemi di idee nella stessa frase è un’altra fonte di comicità; esistono diversi modi per ottenere tale interferenza: uno di questi è il Calembourg. In esso vi è un’unica frase che in apparenza presenta due significati, ma in realtà sono due frasi diverse che si confondono, perché suonano similmente. Poi c’è il gioco di parole in cui due sistemi di idee si celano in un’unica frase, approfittando della diversità di senso che un vocabolo può avere.<br />
Altra fonte di umorismo è la «Trasposizione». Si otterrà infatti un effetto comico trasportando l’espressione peculiare di un’idea, in un tono che non le è congeniale. Si potrebbero distinguere due toni agli antipodi: il tono solenne e quello familiare; scambiando i due registri linguistici suscitiamo il riso.<br />
Poi possiamo considerare comica anche l’«Esagerazione», ovvero il parlare di cose insignificanti come se fossero di estrema importanza, o al contrario degradare cose di estrema importanza, al pari delle banalità quotidiane. Inoltre anche esprimere onestamente un’idea disonesta, o descrivere una situazione scabrosa come se fosse rispettabile, è generalmente comico.<br />
Anche dall’«Opposizione» può nascere comicità. Se si parla con serietà e si da’ per vero quel che vero non è, abbiamo l’ironia. Al contrario descrivendo minuziosamente ciò che è vero, dando a credere che così è giusto (mentre pensiamo il contrario), abbiamo l’umorismo in senso stretto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il carattere comico</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esistono stati d’animo che ci commuovono non appena sono da noi riconosciuti. Tuttavia nel momento in cui la persona non ci commuove più possiamo avere degli effetti risibili, in particolare di fronte all’irrigidimento contro la vita sociale. è comico, insomma, sempre secondo Bergson, qualunque individuo che segue automaticamente il suo cammino senza darsi pensiero di prendere contatto con gli altri. Inoltre sono alcuni difetti delle persone a farci ridere: più il vizio risulta rigido, più è comico. Chiunque si isola, inoltre, si espone per forza di cose al ridicolo. L’asocialità del personaggio e l’insensibilità dello spettatore sono le due condizioni essenziali del comico. Tuttavia il personaggio che si isola può apparire al contrario “tragico”, se il suo carattere presenta una complessità unica nel suo genere. Invece il personaggio asociale comico, fa ridere perché superficiale e facilmente comprensibile.</p>
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		<title>Saper scrivere a briglia sciolta &#8211; Lezione 1</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 09:45:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“ESERCIZI SULLA SCRITTURA ILLOGICA E UMORISTICA” Cari Lettori (e Scrittori), ecco una sezione che non poteva mancare in una Rivista come la nostra: una manciata di pagine dedicate agli esercizi di scrittura creativa. Ciò per unire alla teoria anche un po’ di pratica, per stimolarvi continuamente con nuovi esercizi di stile e darvi la possibilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“ESERCIZI SULLA SCRITTURA ILLOGICA E UMORISTICA”</strong></p>
<p><a href="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/senza-titolo-2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-188" title="senza-titolo-2" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/senza-titolo-2-277x300.jpg" alt="" width="277" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Cari Lettori (e Scrittori), ecco una sezione che non poteva mancare in una Rivista come la nostra: una manciata di pagine dedicate agli esercizi di scrittura creativa. Ciò per unire alla teoria anche un po’ di pratica, per stimolarvi continuamente con nuovi esercizi di stile e darvi la possibilità di un confronto continuo con altri scrittori.<br />
Visto che si tratta della nostra prima lezione, mi permetto di descrivere brevemente come si struttureranno i nostri «incontri». Periodicamente vi proporrò degli argomenti da sviluppare direttamente su queste pagine; il frutto della vostra vena creativa potrà poi essere inviato tramite i &#8220;commenti&#8221; in basso.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso passiamo alla nostra Prima lezione. Abbiamo deciso di iniziare con la scrittura “illogica e umoristica”, per andare a cogliere le potenzialità innate di tutti voi, su quello che è un genere spesso sottostimato. Innescare una scintilla comica, ovvero «il Riso», non è affatto semplice e spesso richiede delle strategie di scrittura affatto banali. Una tecnica facile facile per iniziare ad avere un primo approccio col genere, sarà esemplificata fra poco, con il primo esercizio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Primo Esercizio: </strong>L’umorismo può essere facilmente provocato mediante l’accostamento di elementi a rigor di logica inavvicinabili. Sta comunque allo scrittore trovare le combinazioni vincenti: ricordate infatti, che più una formula linguistica è originale, inedita, maggiore sarà l’effetto. Scrivete quindi un monologo nel quale il vostro ipotetico interlocutore (inestistente, visto che per forza di cose non può sopraggiungere una sua risposta) è un oggetto inanimato col quale volete sfogarvi (voi stessi o personaggi inventati), per esempio un caminetto, una tegola, un mattone ma anche una sedia, una temperino, qualsiasi cosa. La pseudo-conversazione (pseudo perchè a senso unico) può sia essere incentrata sull’oggetto e la sua funzione, che sui sentimenti del monologante, sempre in rapporto all’interlocutore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo Esercizio:</strong> Questo secondo esercizio è basato soprattutto sui virtuosismi linguistici. In ogni caso sta a voi riuscire a rendere i frutti della vostra creatività qualcosa di più che un semplice marasma di parole: il risultato può insomma essere illogico, ma anche parecchio interessante, se sapete ben mescolare gli ingredienti verbali.<br />
Quel che dovete fare è scrivere una poesia o un racconto (il racconto sarebbe un esercizio più difficile) provvisto di coerenza e sfumature ironico-assurde, in cui la sillaba conclusiva di ciascuna parola risulti essere la sillaba iniziale della parola seguente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Terzo Esercizio:</strong> L’umorismo può accendersi anche per mezzo dell’accostamento di due contesti, o piani temporali, estremamente distanti tra loro. Facciamo un esempio: immaginatevi Cristoforo Colombo che compie la sua traversata su una nave da crociera mentre sorseggia cocktail sul bordo di una piscina&#8230; Il senso è questo. Riscrivete dunque un evento storico o una storia classica, ambientandola ai tempi nostri, immettendo quanti più elementi ironici vi vengono in mente.</p>
<p style="text-align: justify;">di G. C.</p>
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		<title>Prima lezione di Grammatica &#8211; Manuale</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Oct 2008 09:40:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Recensione di Elisa Dorelli Titolo: Prima lezione di grammatica Autore: Serianni Luca Editore: Laterza Edizione: 6 Data di Pubblicazione: 2006 Collana: Universale Laterza. Prime lezioni ISBN-13: 9788842079194 Pagine: 176 A chi non verrebbe subito in mente d’associare il termine “grammatica” ad uno scenario prettamente educativo/scolastico? Generalmente rimane questa la concezione di una disciplina che, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione di Elisa Dorelli</p>
<p><a href="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/serianni.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-182" title="serianni" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/serianni-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a><br />
<span class="product_label"><strong></strong></span></p>
<p><span class="product_label"><strong>Titolo</strong>:</span> <span class="product_text">Prima lezione di grammatica</span><br />
<span class="product_label"><strong>Autore</strong>:</span> <span class="product_text"><a title="Serianni Luca" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_serianni+luca-luca_serianni.htm">Serianni Luca</a></span><br />
<strong><span class="product_label">Editore:</span></strong> <span class="product_text"><a title="Laterza" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-editore_Laterza-laterza.htm">Laterza</a></span><br />
<strong><span class="product_label">Edizione:</span></strong> <span class="product_text">6</span><br />
<strong><span class="product_label">Data di Pubblicazione:</span></strong> <span class="product_text">2006</span><br />
<strong><span class="product_label">Collana:</span></strong> <span class="product_text"><a title="Universale Laterza. Prime lezioni" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-collana_universale+laterza+prime+lezioni-editore_laterza.htm">Universale Laterza. Prime lezioni</a></span><br />
<strong><span class="product_label">ISBN-13:</span></strong> <span class="product_text">9788842079194</span><br />
<strong><span class="product_label">Pagine:</span></strong> <span class="product_text">176</span></p>
<p style="text-align: justify;">A chi non verrebbe subito in mente d’associare il termine “grammatica” ad uno scenario prettamente educativo/scolastico?<br />
Generalmente rimane questa la concezione di una disciplina che, in tema di cultura generale, si impone piuttosto anche nell’ambito della professionalità.<br />
Indicazione che tende a coincidere con la padronanza assoluta dello scritto, il termine grammatica si rifà piuttosto all’immagine di filo conduttore di tutta una serie di interazioni  che premono per regolarità al buon funzionamento dell’intero processo di comunicazione.<br />
Con questo volume ci troviamo di fronte ad un approccio che si fa puntiglioso non tanto in quel quadro generale di dominio linguistico in cui  un parlante anche non troppo alfabetizzato si districherebbe, ma piuttosto nei confronti di incertezze e dubbi che nascono paradossalmente in sincronia  con una maggior restrizione dei termini validi come “norme” grammaticali.  L’opera diventa qui “ponte” tra un passato nazionale in campo linguistico molto forte e trascinato soprattutto dalla Letteratura, e un futuro che sembra sempre più edificarsi tramite interferenze, o meglio influenze, che lingue e non italofoni fanno confluire nella quotidianità.<br />
Richiamo di maggior compostezza e rigidità sul piano scritto, la miglior chiave di lettura della grammatica nell’italiano contemporaneo ripiega generalmente  su di un panorama dettato dal “buon senso” e dal gusto, e rimane legata a una formazione accademica che si dovrebbe attenere al “porsi in mezzo” tra l’esagerazione arcaicizzante e l’utilizzo (a volte anche non totalmente consapevole) di  neologismi d’ultimo grido.<br />
Esiste un concetto di tolleranza che marca soprattutto il confine parlato e scritto e che si estende maggiormente nel primo caso. Nello scritto, quella sorta di imposizione didattica che ci viene rifilata fin da piccoli come inequivocabile è invece da ricercarsi nell’origine stessa dell’italiano che ha sempre prediletto l’ambito di elaborazione scritta.<br />
I suoi maggiori indici di differenziazione rispetto al panorama linguistico europeo ripiegano su un piano di risorse che l’italiano alimenta a tutti e tre i livelli di lingua: familiare, scolastica e specialistica/molto formale. Tra queste risorse spiccano, per esempio, le presenze molteplici di pronomi soggetto soprattutto alla Terza persona singolare (“lei” e “lui” accanto ad “ella”, “egli” ed “essa”), il famoso plurale di cortesia (il “voi” e il “loro”), o ancora la possibilità degli ausiliari “essere” ed “avere” di apparire in contesti per norma a loro non congeniali.<br />
Generalmente è in questa zona neutra, tra il corretto e il non-corretto, che si pone questo volume.<br />
Con le sue ricerche ed approfondimenti, l’autore affronta il dilemma di un’accettabilità o meno in conformità con una concezione della lingua, della lingua italiana, come modellabile, non uniforme e confluenza di svariate influenze riconducibili a una consapevolezza di cambiamenti anche sociali. Allo stesso modo, l’autore si sofferma anche su certi tecnicismi che collocano la sua opera in un settore di afferrabilità non meno che accademica.<br />
Non proprio riconducibile ad un manuale, il volume sembra assumere piuttosto una posizione di difesa linguistica, tramite aperture che si riferiscono anche ad un certo tipo di scelte terminologiche. Inizialmente sostenute sono per esempio le nozioni di “sistema” e “norma”, dove la seconda si pone in fattore di dipendenza dalla prima in quanto consta della sua attuazione (la norma è l’attualizzazione del sistema). Ampiamente sostenute sono poi anche le nozioni di “accettabilità” e di “pudore linguistico” ad esempio, le cui  concezioni catturano forse più il piano dell’oralità e comunque quello dell’autocorrezione linguistica, che dovrebbe essere intrinseca, anche se minimamente coltivata, in tutti i parlanti italofoni.<br />
Condivisibile, anche solo considerandone i presupposti, è generalmente quella difficoltà a cui l’autore accenna soprattutto sul piano didattico, d’insegnamento, dove una certa malleabilità diventa a questo punto sempre maggiormente pressante davanti ad una tendenza che tutto propone tranne che staticità.  Non si tratta  soltanto di conoscere l’intero sistema grammaticale dell’italiano; si tratta di imparare ad estrarne e a maneggiare le sue unità su un terreno quotidiano pericolosamente oscillante.<br />
Tre fondamentali concetti dell’approccio alla grammatica sono quelli di Fonologia/Grafematica, Morfologia e Sintassi che rispecchiano rispettivamente l’ambito dei suoni e quello grafico della lingua, le forme linguistiche e la loro organizzazione. Nove sono le parti del discorso riconoscibili in italiano: cinque variabili (nome, articolo, aggettivo, pronome e verbo) e quattro invariabili (avverbio, congiunzione, preposizione ed interiezione); tutte unità che tendono ad incorporarsi ed interagire con le nozioni di testo e contesto.<br />
Erroneamente associato con univocità a stesure lunghe e prolisse soltanto, il testo può tranquillamente presentarsi nella sua forma minima, ovvero coincidere con un’ unica parte di discorso (un verbo, un nome soltanto), e pur mantenere la sua accezione in quanto, soprattutto nell’oralità, il testo è costantemente legato alla “materialità” di un certo contesto, nonché alla presenza (fisica) di un destinatario.<br />
L’accezione più comune di testo favorisce un distacco più ampio e più imprecisato sotto il punto di vista dei precedenti termini, ed è esattamente  da qui che si apre il cassetto delle incertezze: attraverso il raggiungimento di un prodotto che sia coeso e coerente. La Coesione riguarda la coordinazione sintattica di tutti gli elementi della frase. Il paradosso della sua attuazione (e dubbio conseguente) non risiede tanto nell’addizione di elementi “estranei”, quanto nell’omissione di alcuni essenziali. Quando si parla di elementi fondamentali alla coesione di un testo si parla prettamente di elementi coesivi e connettivi. Nei primi rientrano i pronomi e gli aggettivi pronominali, le sostituzioni lessicali, la riformulazione e l’ellissi, mentre dei secondi fanno generalmente parte le preposizioni, le congiunzioni, gli avverbi e le locuzioni complesse. “Gioco” che si regola sulla ripresa del discorso, il coesivo, qualunque esso sia, rimane sempre più libero in un contesto orale dove, anche nel requisito di alta formalità ad esempio, la corsia preferenziale rimane sempre quella della ripetizione dell’unità lessicale in esame; nello scritto, invece, i coesivi rimangono più soggetti ad un certo tipo di regolarità. Inoltre, nel caso di coesione su omissione del soggetto (ellissi), questa regolarità è come spinta ad obbligatorietà quando, ad esempio, l’elemento opera sul piano delle coordinate o quando un medesimo soggetto si adopera per due periodi immediatamente successivi. I connettivi possono invece sembrare di più facile accessibilità in quanto rimangono chiusi nella tipologia di parti del discorso cosiddette “invariabili”. Quella dei connettivi diventa più una sfida di prospettiva, tutta dettata dal procedere di un rapporto che deve essere basicamente logico. Questa logicità del discorso, che riprende  la nozione di coerenza, si configura ulteriormente sul piano del significato.<br />
Limpidezza assoluta necessaria specialmente per lo scritto, la Coerenza racchiude nella sua denominazione tanti obblighi su basi di consapevolezza d’aspettative del destinatario soprattutto. Rendere coerente un testo è un qualcosa che, quasi morbosamente, non si distacca dal concetto di padronanza linguistica, dal dominio e dalla scelta di parole adeguate, nonché dall’adattamento consapevole ad una determinata  tipologia testuale, ad un determinato  tipo di registro, ecc.<br />
Gli ultimi capitoli del volume riprendono infine quelle comuni distorsioni linguistiche che, soprattutto nell’ambito scolastico, tendono  ad esser sempre più marcate come “erroraccio”. Qui l’autore si trova a rimarcare, ancora una volta, la necessità di un approccio forte come individualità ma aperto alla discussione  in particolare quando esso è relativo a quegli ambiti dichiarati abbastanza stabili.<br />
Per i campi dell’ortografia, della punteggiatura e relativamente alle oscillazioni dei sostantivi, dei verbi, dei termini di genere (maschile/femminile) e di numero (singolare e plurale), l’autore propone  un’analisi che include tanto l’accezione di confine giusto o sbagliato (sintomo diagnostico), tanto quella di imposizione preferenziale dovuta a correnti ed influenze esterne (dato prognostico).<br />
Nel campo dell’ortografia le maggiori incertezze si sono sempre presentate per l’uso della vocale “i” ad esempio, in riferimento al plurale dei sostantivi con terminazione in “-cia” o “-gia”, per citare un caso.<br />
Ulteriori dubbi  hanno sempre tratto linfa vitale dallo status dialettale, poliglotta nazionale (grafia delle consonanti, raddoppio).<br />
Più rigide sono invece le regole imposte per il maiuscolo/minuscolo nel campo di cambio semantico (un conto è scrivere “terra”, nel senso di humus, e un altro è scrivere “Terra”, il pianeta), e, rigide, allo stesso modo rimangono le regole dell’accentazione, soprattutto in segno di distinzione di significato, precisamente per i monosillabi omografi.<br />
Un discorso ancor più significativo è relativo alla punteggiatura in quanto, sotto certi aspetti, è ancor meno regolata da norme dell’ortografia.<br />
Più deboli, sotto l’aspetto di resistenza a tendenze attualmente progressive, sono il “nome” e il “verbo”. Il primo si gioca i più recenti cambiamenti in tema di sessismo linguistico. Background rilevante di mascolinizzazione che intaccava ambiti genealogici e soprattutto professionali, oggi il nome tende ad una sempre maggior distinzione suffissoide, nonché alla marcatura al femminile dei nomi invariabili. Una tendenza generale alla semplificazione, all’eliminazione di periodi ipotattici, nonché all’utilizzo del tempo semplice in regime anche di subordinate è lo scenario che invece circonda il verbo. Incertezze che si rifanno soprattutto all’uso degli ausiliari “essere” o “avere”, queste sono alimentate da una tendenza  in atto che predilige l’avere soprattutto come operante a livello di significato latente.<br />
Relativamente agli accordi di genere e numero, le incertezze nascono tanto in casi di presenze multiple (pluralità di soggetti),  quanto in casi di presenza d’unità come  il “si passivante” e il pronome indefinito “qualcosa”.<br />
Regolarità che s’impone invece più come obbligo, per un procedimento che è molto simile a quello  che denota l’ellissi,  è quella che sostiene l’utilizzo dei pronomi relativi (che, il quale).<br />
La lingua passa attraverso continue influenze che abbracciano  l’ambito linguistico e socio-culturale. Da un lato, l’evoluzione linguistica procede “indisturbata” per quanto, forse anche un po’ egoisticamente, ci accaniamo contro di essa; dall’altro, l’individualità della lingua (italiana) dovrebbe rimanere come fondamento nazionale per chiunque desideri coglierne lo spirito, nell’interezza di uno sviluppo che è stato passionale e brillante. Quest’ultimo fondamento non può essere considerato un punto di arrivo, bensì un migliore e più consapevole punto di partenza di un percorso linguistico comunque ad ostacoli.</p>
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		<title>Prontuario di Punteggiatura &#8211; Manuale</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Oct 2008 09:30:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Recensione di Elisa Dorelli Titolo: Prontuario di punteggiatura Autore: Mortara Garavelli Bice Editore: Laterza Edizione: 11 Data di Pubblicazione: 2003 Collana: Universale Laterza ISBN-13: 9788842070276 Pagine: XIII-155 Si può parlare di norme inequivocabili che regolano la punteggiatura? Esiste una classificazione univoca di valori e funzioni  di ogni singolo segno di interpunzione? I quesiti e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione di Elisa Dorelli</p>
<p><a href="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/scan10112007_182933.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-177" style="border: 1px solid black;" title="scan10112007_182933" src="http://www.bookland.it/wp-content/uploads/2008/12/scan10112007_182933-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a></p>
<p><strong><span class="product_label">Titolo:</span></strong> <span class="product_text">Prontuario di punteggiatura</span><br />
<strong><span class="product_label">Autore:</span></strong> <span class="product_text"><a title="Mortara Garavelli Bice" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_mortara+garavelli+bice-bice_garavelli_mortara.htm">Mortara Garavelli Bice</a></span><br />
<strong><span class="product_label">Editore:</span></strong> <span class="product_text"><a title="Laterza" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-editore_Laterza-laterza.htm">Laterza</a></span><br />
<span class="product_label"><strong>Edizione</strong>:</span> <span class="product_text">11</span><br />
<strong><span class="product_label">Data di Pubblicazione:</span></strong> <span class="product_text">2003</span><br />
<strong><span class="product_label">Collana:</span></strong> <span class="product_text"><a title="Universale Laterza" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-collana_universale+laterza-editore_laterza.htm">Universale Laterza</a></span><br />
<span class="product_label"><strong>ISBN-13</strong>:</span> <span class="product_text">9788842070276</span><br />
<strong><span class="product_label">Pagine:</span></strong> <span class="product_text">XIII-155</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si può parlare di norme inequivocabili che regolano la punteggiatura? Esiste una classificazione univoca di valori e funzioni  di ogni singolo segno di interpunzione?</em></p>
<p style="text-align: justify;">I quesiti e le risposte che questo volume rispettivamente solleva e fornisce, sono tutti strutturati nell’ottica di un’accettabilità condensata sullo sfondo di “regolarità”, piuttosto che di “normativa” vera e propria.<br />
Con questo libro Bice Mortara Garavelli &#8211; docente di Grammatica italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, nonché accademica della Crusca &#8211; offre un manuale di consultazione, una risposta ai dubbi e alle domande che affliggono ognuno di noi sul modo di usare i segni interpuntivi, nonché riflessioni sul ruolo della punteggiatura nella costruzione del testo, scaturite dall’analisi di una serie di esempi.<br />
Il bisogno di una standardizzazione intacca immediatamente l’ambito di confronto dell’orale con lo scritto dove, all’atto fisiologico indispensabile nel primo caso (la respirazione), non sempre corrisponde la “pausa” sul piano linguistico. Costrutto di forza e valore, nonché d’intensità, il sistema d’interpunzione diventa “l’atto fisiologico indispensabile per gli occhi”, nel contesto scritto.<br />
Precedente all’analisi ravvicinata dei segni è l’indagine su quelle deviazioni dalla “canonicità” del linguaggio,  per influssi che provengono dalla quotidianità.<br />
Alla tendenza attuale verso una sempre maggior concisione, il volumetto sembra porgere una sorta di sfida, regolamentando l’importanza di una “prolissità coesiva”, che si fa più logica e se vogliamo anche più semplice, laddove orientata in ambiti maggiormente formali.<br />
Premesse che poi si rifanno all’ambito semantico, al senso implicito, prima ancora che su quello coesivo/sintattico, sono per esempio la nozione di “progetto testuale”,  la cui denominazione richiama quella consapevolezza di formalità dei  testi e delle regolarità che questi “impongono” alla punteggiatura,  nonché i concetti di “tema” e “rema”, dove il tema rimane ciò di cui si parla e il rema ciò che viene detto del tema.<br />
A seguito di considerazioni che, come abbiamo visto, influenzano con maggior rilevanza probabilmente l’ambito di significato, il volume passa a scandire l’analisi del sistema d’interpunzione segno per segno, per valori e funzioni.<br />
Primo fra tutti gli altri segni, il Punto fermo è qui presentato e connotato come una sorta di mediatore  tra il verbale e il non verbale, tra l’implicito e l’esplicito. Facilmente associabile a quella sua funzione generalizzata del dividere, della frantumazione necessaria degli enunciati per il senso della frase, esso rafforza tra l’altro un certo tipo di connessione latente quando, ad entrare  in gioco, è il fattore intensità. Questa intensità è ricercata soprattutto in relazione  a ciò che nella frase non viene esplicitato, a ciò che c’è, ma non viene detto (il valore testuale), e rimane comunque dipendente da una tipologia testuale che conserva o meno un certo tipo di formalità, comportando necessariamente un uso “dignitoso” del punto fermo in testi maggiormente formali.<br />
Tendenze recenti proprie soprattutto dei nuovi media e della comunicazione di massa, sono quelle che prevedono l’utilizzo del punto fermo in sostituzione di costruzioni ipotattiche (con subordinate), inerenti quest’ultime piuttosto ad un rilevante valore di prolissità. I maggiori fautori di queste tendenze risultano essere le creazioni giornalistiche, ma anche di un certo tipo di saggistica e narrativa, dove l’accento d’intensità viene tutto dettato da un uso “grammaticalmente improprio” del punto fermo. In conformità con un modo di porsi attuale sempre maggiormente rivolto al catastrofismo-sentimentalismo “a tutti i costi”, l’utilizzo improprio, non totalmente consapevole di questo segno d’interpunzione,  può  però diventare arma a doppio taglio. Infatti alla facilità con cui sembra diffondersi ultimamente, si affianca l’ombra di un “troppo” che, nato per favorire in modo esagerato un’evidenza testuale, contribuisce paradossalmente al suo oscuramento, insieme quindi al (ben più grave) senso esteso dell’enunciato, dove l’interferenza si fa significativa, in quanto trasla sul piano semantico.<br />
Diffusione che si pone in netto contrasto con quella del punto è quella invece del Punto e Virgola che, esattamente nel mezzo su una scala di forza fra i segni  “punto” e  “virgola”,  trova ormai manifestazione solo in  generi di alta formalità e per tradizione prolissi, di ipotassi, pratica comune ad esempio dei testi giuridici e scientifici. Generalmente sembra che il punto e virgola sia divenuto più che altro simbolo di una certa padronanza linguistica di specifici settori, di particolari personalità.<br />
Ambito d’uso che predilige stacchi sintattici ma non esattamente semantici, grammaticalmente vivendo su giustapposizioni e coordinate, il punto e virgola non si distingue esattamente per esclusività, quanto piuttosto per la facilità con cui è intercambiabile con segni anche suoi concorrenti. Tra le proprie funzioni gli si riconosce quella demarcativa e seriale. Sul piano demarcativo il punto e virgola sembra farsi strada lungo quella scala di forza che, dal più debole al più forte, vede appunto la virgola al primo posto e il punto fermo all’ultimo. La funzione demarcativa di questo segno nasce comunque in relazione ad una sua regolarità soprattutto in presenza di  anadiplosi  (la ripresa di membri di frase dell’enunciato che viene prima del segno d’interpunzione)  sempre  sul piano delle  coordinate. Nell’ambito seriale la sua affermazione diventa invece più complicata  in quanto questa riprende la funzione prima, e per tanti inequivocabile, propria della virgola.<br />
La Virgola è il più affascinante nonché più articolato, in senso di valori e di funzioni, segno d’interpunzione. Comportando importanti reazioni che sussistono soprattutto sul piano semantico, in relazione allo spostamento del segno prima o dopo un qualsiasi membro della frase, la virgola vive associata a restrizioni che nascono soprattutto nell’ambito scolastico. La virgola, rispetto agli altri segni,  vanta una primissima classificazione che include anche le rispettive problematiche, le quali, per esempio, sono già più rilevanti nel tipo di virgola che “apre e chiude”, mentre più agevole è l’approccio della virgola con funzione seriale.<br />
La formazione imposta, che tutti noi abbiamo imparato generalmente a rispettare, ci fornisce uno scenario in cui la virgola non dovrebbe  essere messa tra soggetto e verbo, tra il verbo e uno dei suoi argomenti, e ci si dovrebbe ulteriormente attenere alla “regola” del non restrittivo/restrittivo (ovvero anteponendo o meno la virgola al pronome) nei casi di relative. Paradossalmente, infrazioni a queste norme passano come accettabili quando si trovano a sostenere casi di pesantezza d’enunciato, di marcatezza e d’evidenza/intensità tematica: una padronanza che permetterebbe quindi di staccare il soggetto dal verbo quando il primo risulti troppo distanziato dal secondo in termini di svariati membri che appesantiscono tutto il “pacchetto logico” del soggetto, oppure laddove si entri nell’ambito di un dominio dei segni che dia logica al loro soverchiamento per benefici intonativi, l’infrazione  diventerebbe accettabile qualora traslasse  dal piano coesivo a quello di senso con necessità unica di isolare/evidenziare il tema.<br />
Segno le cui funzioni  attraversano invece solo l’ambito sintattico, o meglio ortografico, è  il  Punto interrogativo.<br />
A poter venir sollevata è indicativamente  la questione del maiuscolo che si  gioca la  regolarità  nell’integrazione o meno del segno nella frase. Sul piano semantico più segnalata è invece la funzione metatestuale dove, un’eventuale  presenza del segno fra parentesi, “colorerebbe” l’enunciato di un distacco che può essere d’opinione, di commento, ecc.<br />
In costante ascesa come  il punto fermo, ma più facilmente associabile a contesti  in cui l’informazione è connotata da velocità ed intensità (sms, mail), è il Punto esclamativo.<br />
Condensatore d’emozioni e indice di metacomunicazione, questo segno regna incontrastato nei testi di bassa formalità.<br />
Ulteriore segno che favorisce, in linea con la tendenza attuale, l’abbattimento di  costruzioni ipotattiche, sono invece i Due punti. Esente da restrizioni semantiche, soprattutto in fatto di linearità causale, questo segno appartiene alla struttura stessa della frase. Con un valore e una funzione che è e rimane esplicativa, i due punti tendono a sintetizzare le linee di discorso. Altri esplicativi, che agiscono invece con più forza sul piano semantico, sono le Parentesi, le Lineette, e la stessa Virgola (come già citato in precedenza).<br />
Indispensabili per una chiarezza espositiva che intacca ambiti di senso, sono anch’esse regolate su una scala di forza dal più debole al più forte che pone la virgola al primo posto e le parentesi all’ultimo.<br />
Anche il loro uso è giocato in fattore di accettabilità sul piano sintattico, poiché subordinate a questioni di compresenza con altri segni o alla specifica tipologia di testi.<br />
Ultimi segni che regolano parecchio il loro valore riprendendo il contesto dell’oralità sono le Virgolette citazionali e i Puntini di sospensione.<br />
Le prime, indici di una presenza “esterna” che si manifesta in più forme (verbale o pensato), convivono però  con una loro funzione  nello scritto che le vede anche portatrici del “dire con riserva”; i secondi risultano  invece più facili da applicare in quanto maggiormente propri di tipologie testuali quali script teatrali, e narrativa che richiama l’esitazione del parlato. Stesso discorso dei puntini di sospensione varrebbe per gli spazi bianchi e per le organizzazioni in paragrafi e capoversi, quest’ultimi soprattutto legati ad un certo tipo di creatività, intensità dei  testi poetici e prosaici.<br />
Lasciata infine alle spalle l’analisi dettagliata, segno per segno, il prontuario si rifà, come nelle migliori creazioni, a quel passato storico e culturale nazionale, che ripropone una Storia procedente non solo in seno al progresso di mezzi e di studi; piuttosto esiste un ripercorrere storico originale della punteggiatura, come originali sono i contesti,  le voci che si sono alzate in sua difesa (il Manzoni, ad esempio), o quelle di chi si è esposto quasi per sopprimerla come Giacomo Leopardi.</p>
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